venerdì 17 aprile 2026

Riapre La Stanza di Enoch


Cara amica, caro amico,

torno in questa stanza come si torna in un posto che si è amato e poi a lungo trascurato. Ho scelto di riaprire La Stanza di Enoch oggi 17 aprile perché la Chiesa oggi ricorda San Roberto di Molesme che ho eletto come mio santo patrono quando ne conobbi la storia due anni prima di essere ordinato presbitero. Roberto era un innamorato dell'Amore e per questo fu umile, tenace, inquieto, obbediente. Per sua intercessione chiedo che questo spazio di incontro consenta a molti di incontrare il Signore.

Perché torno a scrivere? Per una ragione semplice e concreta: in questi mesi, alcune persone mi hanno chiesto di poter rileggere e riascoltare le mie omelie. Ho resistito un po’ pensando di non aver nulla di così significativo da offrire, ma nei giorni scorsi nella preghiera dell'ufficio delle letture ho riletto queste parole di Sant'Agostino, parole liberanti.


C'è qui un grande mistero sul quale occorre riflettere, o fratelli. Il suono delle nostre parole percuote le orecchie, ma il vero maestro sta dentro. Non crediate di poter apprendere qualcosa da un uomo. Noi possiamo esortare con lo strepito della voce ma se dentro non v'è chi insegna, inutile diviene il nostro strepito. Ne volete una prova, o miei fratelli? Ebbene, non è forse vero che tutti avete udito questa mia predica? Quanti saranno quelli che usciranno di qui senza aver nulla appreso? Per quel che mi compete, io ho parlato a tutti; ma coloro dentro i quali non parla quell'unzione, quelli che lo Spirito non istruisce internamente, se ne vanno via senza aver nulla appreso. L'ammaestramento esterno è soltanto un ammonimento, un aiuto. Colui che ammaestra i cuori ha la sua cattedra in cielo. Egli perciò dice nel vangelo: «Non vogliate farvi chiamare maestri sulla terra: uno solo è il vostro maestro: Cristo» (Mt 23, 8-9). Sia lui dunque a parlare dentro di voi, perché lì non può esservi alcun maestro umano.

Se qualcuno può mettersi al tuo fianco, nessuno può stare nel tuo cuore. Nessuno dunque vi stia; Cristo invece rimanga nel tuo cuore; vi resti la sua unzione, perché il tuo cuore assetato non rimanga solo e manchi delle sorgenti necessarie ad irrigarlo. È dunque interiore il maestro che veramente istruisce; è Cristo, è la sua ispirazione ad istruire. Quando non vi possiede né la sua ispirazione né la sua unzione, le parole esterne fanno soltanto un inutile strepito.


Quello che scrivo è unicamente il lavoro di un contadino che si prende cura delle parole con le quali comporre omelie, pensieri, poesie, preghiere avendo a cuore di preparare le condizioni per un ascolto fruttuoso, con l'umile consapevolezza che ogni parola è già stata detta.

Se qualcuna di queste parole parlerà al tuo cuore ringrazia con me il Signore perché ci dona la gioia di incontrarci e di camminare insieme.


La Stanza è aperta, benvenuto.


don Roberto

venerdì 11 ottobre 2024

11 ottobre 2024 - Preghiera per la pace di Papa Giovanni XXIII

Principe della pace, Gesù Risorto,

guarda benigno all’umanità intera.

Essa da Te solo aspetta l’aiuto e il conforto alle sue ferite.


Come nei giorni del Tuo passaggio terreno,
Tu sempre prediligi i piccoli, gli umili, i doloranti;
sempre vai a cercare i peccatori.
Fa’ che tutti Ti invochino e Ti trovino,
per avere in Te la via, la verità, la vita.


Conservaci la Tua pace,
o Agnello immolato per la nostra salvezza:
Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, dona a noi la pace!


Allontana dal cuore degli uomini
ciò che può mettere in pericolo la pace,
e confermali nella verità, nella giustizia, nell’amore dei fratelli.


Illumina i reggitori dei popoli, affinché,
accanto alle giuste sollecitudini per il benessere dei loro fratelli,
garantiscano e difendano il grande tesoro della pace;


accendi le volontà di tutti a superare le barriere che dividono,
a rinsaldare i vincoli della mutua carità,
a essere pronti a comprendere,
a compatire, a perdonare,
affinché nel Tuo nome le genti si uniscano,
e trionfi nei cuori, nelle famiglie, nel mondo la pace, la Tua pace.
Amen.

giovedì 10 ottobre 2024

10 ottobre 1993 - Diacono tutti i giorni



«... Avete appena ricevuto il diaconato e manifestato pubblicamente la vostra vocazione al servizio... questo non è solo per un tempo, ma è per tutta la vita.

Che la vostra esistenza sia un servizio: servizio per Gesù Cristo, servizio per la Chiesa, servizio ai fratelli, specialmente quelli più poveri e bisognosi.

Non siate "diaconi a ore" né funzionari.

Che il servizio scavi la vostra vita».

Papa Francesco

giovedì 11 gennaio 2024

11 gennaio 2024 - Se vuoi puoi purificarmi


Marco 1,40-45

40Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: "Se vuoi, puoi purificarmi!". 41Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: "Lo voglio, sii purificato!". 42E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. 43E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito 44e gli disse: "Guarda di non dire niente a nessuno; va', invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro". 45Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.



Nel racconto della guarigione del lebbroso raccontata in Marco 1,40-45 c'è un aspetto che credo possa farci entrare in questa narrazione per farne esperienza.

«Venne da lui un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi, puoi purificarmi!”».


Quest’uomo malato non chiede direttamente la guarigione ma pone la sua malattia in una prospettiva diversa, in una prospettiva di consegna alla volontà di Gesù.


Potremmo quasi tradurre così il suo venire incontro al Maestro: «non ti chiedo perché sono malato, non ti chiedo di guarire, ma so per certo che se tu lo volessi io potrei essere guarito».


Porre così la questione significa essere aperti anche alla possibilità che Gesù non voglia. È un tema che affrontiamo ogni giorno stando accanto a chi è nella malattia: quanto sta a cuore a Dio la mia sofferenza?


Il lebbroso non dubita dell'amore di Dio, semplicemente si consegna alla volontà di Gesù, e attraverso di Lui al Padre, come diciamo ogni giorno «sia fatta la tua volontà».


«Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, sii purificato!”»


La risposta di Dio alla consegna della nostra sofferenza non è mai l’indifferenza ma la compassione. E la compassione è il modo che Dio sceglie di essere a noi vicino.


Questa prossimità non è solo un'intenzione ma diventa esperienza: “Lo toccò”. E l'esperienza diventa una parola che salva: «e gli disse: “Lo voglio, guarisci!”»


Come in occasione della guarigione del paralitico potremmo pensare che sia più importante della guarigione fisica che non la guarigione del cuore, "importante è la salute", ma il Vangelo ci conduce ad uno sguardo diverso sulla malattia, il lebbroso ha compiuto un cammino di crescita nella sua malattia. La vive non come condanna ma come la sua vita che non gli impedisce di fare esperienza dell'amore, il farmaco più potente.


La sofferenza lo ha fatto maturare fino al punto di consegnare tutto a Gesù. Normalmente il dolore può tirare fuori la parte peggiore di noi, la rabbia, la ribellione, il rancore, la bestemmia.


Quest’uomo invece è come maturato in una sorta di mansuetudine, di abbandono fiducioso: “soffro e tu lo sai, ma so che se tu vuoi puoi purificarmi”.


«E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato».

È  il miracolo di chi si fida.


Anche a noi nella nostra malattia fisica o spirituale sia data la grazia di vivere questo miracolo.

(cfr www.it.aleteia.org)

mercoledì 10 gennaio 2024

10 gennaio 2024 - Gesù insegnava

 


La conversione è possibile nell'ascolto della Parola, una Parola che è l'insegnamento di Gesù, Egli infatti insegnava. L'imperfetto indica un'azione prolungata e non conclusa. Come allora, così anche adesso Gesù continua ad insegnare. Questo verbo da Marco è praticamente riservato solo a Gesù (una volta sola è riferito anche ai Dodici, inviati in missione come suoi araldi, 6,30). Egli è l'unico Maestro. Noi siamo e restiamo sempre tutti suoi discepoli, che insegnano solo ciò che lui ha detto e fatto.


Non si dice che cosa insegna, perché insegna se stesso attraverso il racconto di ciò che fa. Leggendo il vangelo, anche noi ci accostiamo a lui e impariamo a conoscerlo. Infatti la Parola fatta carne, è tornata Parola nel racconto del vangelo, per farsi ascoltare ancora da noi.


Ad ogni parola che udiamo con l'orecchio, corrisponde sempre una parola silenziosa del Maestro interiore, che muove il cuore attirandolo a sé. Questa scatena in noi le reazioni delle nostre paure e le resistenze del nemico, che si oppongono a Dio e alla sua promessa.


Dio, come ogni uomo, comunica se stesso con la parola. Essa interpella, dando la libertà di rispondere. È l'unico intervento che porta alla realtà che vuole comunicare e scompare in essa. Ma è anche il mezzo più debole, che non impone nulla diversamente non è parola di verità, bensì manipolazione tremendamente devastante. Con essa Dio esprime tutto se stesso e si dona, esponendosi al pericolo di essere rifiutato. Egli non può usare mezzi potenti, perché chi ama rispetta e crea libertà. 


Può solo, in caso di rifiuto, portare fino in fondo la propria debolezza - fino alla croce di un amore incondizionato.

Silvano Fausti


Non rinunciamo ad ascoltare il Maestro Gesù è l'unico che può condurci alla verità di noi stessi.


martedì 9 gennaio 2024

9 gennaio 2024 - Il regno di Dio è vicino

 


14Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, 15e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». (Marco 1, 14 - 15)


Convertirsi significa cambiare idee e testa, cambiare cuore e direzione ai propri piedi. La proposta di Gesù diventa subito responsabilità di una mia risposta. Il Regno è già venuto per sua iniziativa; ma l'ingresso è riservato alla mia libertà. La conversione è volgersi a lui, iniziando dietro di lui il suo stesso cammino.


La conversione ha un momento iniziale che consiste nell'affidarsi a lui. Ma poi è un fatto che dura tutta l'esistenza, e consiste nell'orientare progressivamente ogni mio passo sui suoi, in un esodo continuo dalla menzogna alla verità, dalla schiavitù alla libertà, dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita, senza mai scoraggiarmi.


[...] Il dono di Dio eccede sempre la mia capacità di riceverlo, e inoltre la mia vita non è mai conforme a ciò che pure ho ricevuto. Per questo ogni volta che leggo il vangelo sono chiamato a convertirmi. La Scrittura esige sempre una lettura «critica» - ma per me, non per gli altri. Devo guardarmi bene dal farne una lettura «apologetica» per giustificare me e/o attaccare gli altri. La Parola non è fatta per accusare gli altri, ma per convertire me. Ognuno preferisce istintivamente applicarla al prossimo suo invece che a se stesso. Il risultato è che nessuno la prende sul serio e tutto resta come prima. Anzi, un po’ peggio di prima, perché chi legge resta vaccinato lui e si mette contro il fratello; e chi è accusato si arrocca in difesa.


Questo tipo di lettura è causa di litigi, mezzo di perdizione invece che di salvezza: è ciò che ha diviso l'unica Chiesa. Come poi ci si possa dividere nel Nome che tutti unisce, solo il Divisore, lo sa!


Il vangelo è Gesù Cristo Figlio di Dio, presente in prima persona nell'annuncio. La fede non è solo l’assenso intellettuale alla verità che dice, ma l’affidarsi a lui che mi parla. Infatti anche i demoni credono, ma tremano (Gc 2,19). Il problema non è ritenere che il Signore ci sia o meno - c’è comunque, anche se lo nego! - ma decidere che tipo di rapporto sono disposto a stabilire con lui. Credere è amare e fare di lui la propria vita. L'atto di fede è una relazione personale con lui da amico ad amico. Solo questa è la vittoria sulla solitudine radicale dell’uomo, l'uscita dal suo inferno. Credere in concreto è aderire a Gesù e andargli dietro per stare con lui. È orecchi per ascoltarlo, piedi per seguirlo, occhi per vederlo, mani per toccarlo e, soprattutto, cuore per amarlo.


Credo al vangelo quando, leggendo un brano, mi affido a Gesù e gli chiedo con fede di saper accettare il dono specifico che in quel racconto mi fa. Allora sono convertito sotto quell'aspetto, ed è giunto il momento in cui si realizza in me quel frammento di regno di Dio.

(Silvano Fausti)


Chiediamo gli uni per gli altri la grazia di vivere in questo modo l’ascolto del Vangelo.

Riapre La Stanza di Enoch

Cara amica, caro amico, torno in questa stanza come si torna in un posto che si è amato e poi a lungo trascurato. Ho scelto di riaprire La S...