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lunedì 7 marzo 2022

Scegliere il Figlio!


Il Cristo di Leopoli

 Un uomo benestante e suo figlio, amavano collezionare rare opere d’arte, possedevano di tutto nella loro collezione, da Picasso a Raffaello. Spesso si sedevano insieme ad ammirare le grandi opere possedute, finché arrivò la guerra in Ucraina ed il figlio dovette partire.

Fu un soldato molto coraggioso e morì in battaglia mentre salvava uno dei suoi compagni. Il padre fu informato della sua morte, ed una profonda tristezza lo colse, poiché era il suo unico figlio. Circa un mese più tardi, qualcuno bussò alla porta... un giovane uomo era in piedi all'entrata con un grande pacco tra le mani.

Disse: “Signore, voi non mi conoscete, ma io sono il soldato per cui vostro figlio ha dato la vita; quel giorno ne salvò molti altri e fu mentre mi portava al sicuro che una pallottola lo colpì e morì. Spesso mi parlava di voi, e del vostro comune amore per l’arte”.

Il giovane uomo mostrò il pacco: “So che non è molto, non sono un grande artista, ma penso che vostro figlio avrebbe voluto averlo”. Il padre aprì il pacco, era il ritratto di suo figlio, fatto dal ragazzo. In particolare l’uomo fu colpito dal modo in cui il ragazzo era riuscito a catturare la personalità di suo figlio nel dipinto. Il padre fu attirato dagli occhi, tanto che i suoi si riempirono di lacrime. Ringraziò il giovane e si offerse di pagare il quadro.

“Oh, no signore, non potrò mai ripagare quello che vostro figlio ha fatto per me. Questo è un dono”. L’anziano signore abbracciò il ritratto. Ogni volta che i visitatori venivano a casa sua egli li portava a vedere il quadro di suo figlio, prima di mostrare loro qualsiasi altra opera d’arte della sua collezione. L’uomo morì pochi mesi più tardi.
Ci fu una grande asta per i suoi dipinti.

Molte persone influenti vennero, eccitate di vedere i grandi quadri ed avere l’opportunità di possederne qualcuno per le loro collezioni. Sulla piattaforma fu messo il ritratto del figlio. Il banditore batté il martelletto: “Cominceremo le offerte con questo dipinto del figlio”.

"Chi offre per questo quadro?” Ci fu silenzio. Poi qualcuno dal fondo della sala gridò: “Vogliamo vedere i famosi dipinti! Quello saltalo!”. Ma il banditore insistette: “C’è qualcun altro che vorrebbe offrire per questo dipinto? Chi comincerà le offerte? 100 ? 200?”. Un’altra voce gridò piena d’ira: “Noi non siamo venuti qui per vedere questo quadro, siamo venuti per vedere i Van Gogh, i Rembrandts. Vai avanti con le vere offerte!”.

Ma il banditore ancora continuò: “Il figlio! Il figlio! Chi prenderà il figlio?”. Finalmente una voce venne dalla parte più lontana della sala era il vecchio giardiniere che da sempre aveva lavorato con l’uomo e suo figlio. “Io offro 10 dollari per il quadro”. Essendo povero era tutto ciò che poteva offrire. “Abbiamo 10 dollari, chi ne offre 20?”. Disse il banditore. “Datelo a lui per 10 dollari e vediamo gli altri capolavori”. “10 dollari, venduto nessuno vuole offrirne 20?”.

La folla divenne veramente arrabbiata, non volevano il ritratto del figlio, volevano i più validi investimenti per le loro collezioni. Il banditore batté il suo martelletto: “E uno e due e tre... Venduto per 10 dollari!”.
Un uomo seduto nelle seconda fila gridò: “Ah! Adesso proseguiamo con il resto della collezione!”. Il banditore poggiò il martelletto: “Mi spiace, l’asta è finita”.
“E cosa ne è del resto dei quadri?”
rispose un altro.

“Mi dispiace, quando fui chiamato per condurre l’asta mi fu parlato di una stipulazione segreta, riguardante il testamento e non mi è stato permesso di rivelarla fino a quel momento. Solo il dipinto del figlio sarebbe stato messo all'asta; chiunque l’avesse comprato avrebbe ereditato tutto il patrimonio, incluso i dipinti. L’uomo che ha preso il figlio ha preso tutto!”.


L'uomo di oggi , come l'uomo di ieri, è sempre alla ricerca di un amore e di una  felicità che non trova mai, che non lo soddisfa mai.

Dio diede suo Figlio più di 2000 anni fa, e molto similmente al banditore, il suo messaggio oggi è: “Il Figlio! Il Figlio, chi lo prenderà? Perché chiunque prende il Figlio eredita tutto”. Amore e Felicità compresi…

L’augurio che vi faccio all’inizio di questa Quaresima e di questi Esercizi Spirituali è che possiate scegliere Il Figlio, Gesù colui che dona Amore e Pace.

domenica 14 maggio 2017

14 maggio 2017 - Celebrazione delle Prime Comunioni


«Se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui».
Provo a dirvi quale possa essere il significato di questa celebrazione insieme per questi bambini e per noi attraverso le parole di un racconto.

In un giardino ricco di fiori di ogni specie, cresceva, proprio nel centro, una pianta senza nome. Era robusta, ma sgraziata, con dei fiori stopposi e senza profumo. Per le altre piante nobili del giardino era né più né meno una erbaccia e non gli rivolgevano la parola. Ma la pianta senza nome aveva un cuore pieno di bontà e di ideali. Quando i primi raggi del sole, al mattino, arrivavano a fare il solletico alla terra e a giocherellare con le gocce di rugiada, per farle sembrare iridescenti diamanti sulle camelie, rubini e zaffiri sulle rose, le altre piante si stiracchiavano pigre.
La pianta senza nome, invece, non si perdeva un salo raggio di sole. Se li beveva tutti uno dopo l'altro. Trasformava tutta la luce del sole in forza vitale, in zuccheri, in linfa. Tanto che, dopo un po', il suo fusto che prima era rachitico e debole, era diventato uno stupendo fusto robusto, diritto, alto più di due metri.
Le piante del giardino cominciarono a considerarlo con rispetto, e anche con un po' d'invidia. «Quello spilungone è un po' matto», bisbigliavano dalie e margherite.
La pianta senza nome non ci badava. Aveva un progetto. Se il sole si muoveva nel cielo, lei l'avrebbe seguito per non abbandonarlo un istante. Non poteva certo sradicarsi dalla terra, ma poteva costringere il suo fusto a girare all'unisono con il sole. Così non si sarebbero lasciati mai.
Le prime ad accorgersene furono le ortensie che, come tutti sanno, sono pettegole e comari. «Si è innamorato del sole», cominciarono a propagare ai quattro venti. «Lo spilungone è innamorato del sole», dicevano ridacchiando i tulipani. «Ooooh, com'è romantico!», sussurravano pudicamente le viole mammole.
La meraviglia toccò il culmine quando in cima al fusto della pianta senza nome sbocciò un magnifico fiore che assomigliava in modo straordinario proprio al sole. Era grande, tondo, con una raggiera di petali gialli, di un bel giallo dorato, caldo, bonario. E quel faccione, secondo la sua abitudine, continuava a seguire il sole, nella sua camminata per il cielo. Così i garofani gli misero nome «girasole». Glielo misero per prenderlo in giro, ma piacque a tutti, compreso il diretto interessato.
Da quel momento, quando qualcuno gli chiedeva il nome, rispondeva orgoglioso: «Mi chiamo Girasole». Rose, ortensie e dalie non cessavano però di bisbigliare su quella che, secondo loro, era una stranezza che nascondeva troppo orgoglio o, peggio, qualche sentimento molto disordinato. Furono le bocche di leone, i fiori più Coraggiosi del giardino, a rivolgere direttamente la parola al girasole.
«Perché guardi sempre in aria? Perché non ci degni di uno sguardo? Eppure siamo piante, come te», gridarono le bocche di leone per farsi sentire. «Amici», rispose il girasole, «
sono felice di vivere con voi, ma io amo il sole. Esso è la mia vita e non posso staccare gli occhi da lui. Lo seguo nel suo cammino. Lo amo tanto che sento già di assomigliargli un po'. Che ci volete fare? Il sole è la mia vita e io vivo per lui...».
Come tutti i buoni, il girasole parlava forte e l'udirono tutti i fiori del giardino. E in fondo al loro piccolo, profumato cuore, sentirono una grande ammirazione per «l'innamorato del sole».
Non vi ho raccontato una storia perché non saprei parlare dell’Eucaristia o perché non saprei parlare di Gesù. Vi ho parlato con questa storia perché tutti possano comprendere che quello che accade a questi bambini non è un fatto marginale alla vita, ma può cambiare la loro vita. Invece, noi grandi, che siamo diventati grandi non pensiamo più che il Signore possa cambiare la nostra vita e anche in questo momento c’è qualcuno tra di noi che è qui un po’ obbligato, non è qui con tutto il cuore e così le parole escono come tutti i giorni, senza un motivo. Mentre chi scopre che il Signore centra con la vita sa fare tanto silenzio, sa seguire il sole, ha un progetto: diventare quello che è. All’inizio quella pianta, che sembrava sgraziata e senza nessun futuro si lascia trasformare dal sole, diventa tutt’uno con il sole, ne acquista il nome, sente di assomigliargli anche un po’.
Oggi allora questi bambini hanno l’opportunità di avvicinarsi al sole, hanno la possibilità di diventare un po’ come lui. Anzi, quando noi riceviamo l’Eucaristia, quando diciamo “faccio la comunione” diciamo proprio questo: voglio essere come Gesù, voglio che i miei sentimenti, il mio modo di sentire, il mio modo di vivere sia il più possibile sempre più vicino a quello di Gesù. Sarà lui a trasformarmi.
Per fare questo bisogna essere tenaci, costanti, fedeli. Per questo noi veniamo all’Eucaristia ogni domenica perché ci lasciamo trasformare da Colui che ci chiama per dirci una parola e per mostrarci dei segni che possono trasformare le nostre parole e renderci capaci di compiere gli stessi segni. Per noi non è un precetto celebrare l’Eucaristia, non è un dovere, non è un tributo ma è risposta a un invito «beati gli invitati alla cena del Signore», tanto che oggi questi bambini accoglieranno quello che stiamo per celebrare nella misura in cui con il vostro aiuto, con il nostro aiuto, hanno imparato prima a comprendere quello che ascoltiamo oggi e quello che facciamo oggi. Vale così per tutta la vita, per tutte le cose della vita. Quando ci apprestiamo a vivere una cosa nuova siamo un po’ disorientati, non sappiamo bene come comportarci. Quando ci alleniamo a vivere un’esperienza allora dopo diventiamo anche più sicuri, più certi e sappiamo cogliere quello che altri non riescono vedere. Così vale anche per l’Eucaristia. Così può accadere che oggi non tutti comprendiamo bene quello che stiamo facendo, ma non è una colpa legata all’ignoranza o legata al fatto che non si è nella capacità, nella possibilità di conoscere ma perché è necessaria una volontà, è necessario un amore per poter incontrare Gesù. Lui vuole incontrarci, ci precede sempre ma chiede che noi siamo disposti ad accoglierlo.
L’augurio che facciamo a questi bambini è che questo giorno di festa rimanga nel loro cuore a lungo perché può diventare inizio di un progetto, di una vocazione. E il Signore ha una vocazione per ciascuno, anzi. Come abbiamo detto la settimana scorsa, ciascuno di noi è la sua vocazione. È un’esperienza che scopre di giorno in giorno e il Signore parla anche al cuore dei bambini perché loro possono vedere Dio. Chiediamo oggi che attraverso le emozioni, i sentimenti buoni che viviamo grazie a loro, anche noi possiamo riscoprire come Gesù sia il sole che illumina la nostra vita, che trasforma tutte le nostre intenzioni buone, tutte le realtà buone che abbiamo nel cuore in possibilità di essere benedizione per tutti coloro che incontriamo. 
In questo giorno, chiediamo a Maria, che abbiamo contemplato ieri nella memoria delle apparizioni a Fatima, che sia Lei a dire ogni giorno a questi bambini e a ciascuno di noi «fate quello che vi dirà, qualunque cosa vi dica fatela». Rimanendo nel Signore noi possiamo veramente dare alle nostre vite una qualità, una bellezza che all’inizio può sembrare sconosciuta ma che tutti potranno riconoscere: questo è il dono più grande che noi possiamo fare a noi stessi e all’umanità. Nessuno di noi è qui a caso. Ciascuno di noi cerchi di cogliere e di sfruttare al massimo quello che il Signore ci offre attraverso la Sua Parola e i gesti del Suo Amore.

lunedì 27 gennaio 2014

Benedetto

Al termine della visita alle famiglie nelle mie Comunità ho scritto un testo che vuole riassumere un'iniziale riflessione su questa particolare, intensa, faticosa esperienza. La condivido volentieri chiedendovi di trasformarla in preghiera, perché sappia sempre lasciarmi benedire e perché la mia vita sia sempre più una benedizione.

Ripensando a queste lunghe settimane dedicate alla visita alle famiglie mi convinco sempre di più che io sono stato benedetto dall’incontro con molti di voi.
Benedetto dai bambini: i loro sorrisi, il lento aprirsi all’accoglienza, il riconoscermi perché visto in Chiesa o all’Asilo. Benedetto dalla semplicità, e dall’innocenza.
Le donne in attesa di un bimbo: persone che parlano più che con le parole con i loro corpi di un amore che si dilata e comprende, che trasforma e stupisce. Benedetto dall’amore che plasma le esistenze.
I ragazzi e i giovani: i più sprovveduti nell’accogliermi, quasi imbarazzati, come a domandarsi che cosa significhi la visita del parroco, le parole di benedizione e l’acqua santa. Benedetto dalla possibilità di annunciare il Vangelo a chi non lo conosce.
Le mamme: la loro vita spesso spesa in un lavoro che non ha ore né retribuzioni, che è abile sintesi di molteplici impegni, che trova sempre energie nuove. Benedetto dalla gratuità e dalla fedeltà.
I papà: spesso incontrati appena rientrati dal lavoro, strette di mani di chi ogni giorno modella materiali, elabora pensieri, progetta il futuro, si prende cura della sua famiglia. Benedetto dalla fatica e dalla perseveranza.
I poveri: non mancano i beni nelle nostre case, spesso manca serenità, pace, gioia, perdono, lavoro, futuro. Benedetto dalla speranza.
I nonni: per moltissimi visione reale di “angeli”, presenze che danno equilibrio alle famiglie, che garantiscono attimi di libertà, che provvedono con premura (talora quasi eccessiva) al bene di figli e nipoti. Benedetto dalla tenacia.
I malati: spesso il silenzio abita le loro case, neppure il consueto rumore della TV riesce ad entrarvi. La malattia affrontata con fede, che non significa senza fatica ma con la presenza del Signore. La malattia rifiutata che si trasforma in punizione, crudeltà e condanna di Dio. Benedetto dalla pazienza e dalla consapevolezza della fragilità della vita.
Chi non mi ha aperto: un’altra religione, un’altra idea, un’altra confessione, l’indifferenza, la fretta. Benedetto dalla convinzione che Gesù è l’unico Signore. 
Benedetto da piccoli doni, racconti di vita, progetti di bene.
Benedetto da parole come queste: “Volevamo ringraziarLa di cuore per la visita e per tutto il lavoro che sta facendo per la nostra comunità. Speriamo di avere più occasioni per vederci e scambiare due parole. L'abbiamo vista stanco ma felice e l'amore che mette in ogni suo gesto o parola è davvero tangibile”.
Grazie per avermi fatto entrare nelle vostre case. 
Dio ora e sempre vi benedica!

domenica 2 dicembre 2012

La speranza contro il pessimismo



C'era una volta un vecchio che non era mai stato giovane. In tutta la sua vita, in realtà, non aveva mai imparato a vivere. E non avendo imparato a vivere, non riusciva neppure a morire.
Non aveva speranze né turbamenti; non sapeva né piangere né sorridere.
Tutto ciò che succedeva nel mondo non lo addolorava e neppure lo stupiva.
Passava le sue giornate oziando sulla soglia della sua capanna, senza degnare di uno sguardo il cielo, l'immenso cristallo azzurro che, anche per lui, il Signore ogni giorno puliva con la soffice bambagia delle nuvole.
Qualche viandante lo interrogava. Era così carico d'anni che la gente lo credeva molto saggio e cercava di far tesoro della sua secolare esperienza.
"Che cosa dobbiamo fare per raggiungere la felicità?" chiedevano i giovani.
"La felicità è un'invenzione degli stupidi" rispondeva il vecchio.
Passavano uomini dall'animo nobile, desiderosi di rendersi utili al prossimo.
"In che modo possiamo sacrificarci per aiutare i nostri fratelli?" chiedevano.
"Chi si sacrifica per l'umanità è un pazzo" rispondeva il vecchio, con un ghigno sinistro.
"Come possiamo indirizzare i nostri figli sulla via del bene?" gli domandavano i genitori.
"I figli sono serpenti" rispondeva il vecchio. "Da essi ci si possono aspettare solo morsi velenosi".
Anche gli artisti e i poeti si recavano a consultare il vecchio che tutti credevano saggio. "Insegnaci ad esprimere i sentimenti che abbiamo nell'anima" gli dicevano.
"Fareste meglio a tacere" brontolava il vecchio. Poco alla volta, le sue idee maligne e tristi influenzarono il mondo. Dal suo angolo squallido, dove non crescevano fiori e non cantavano uccelli, Pessimismo (perché questo era il nome del vecchio malvagio) faceva giungere un vento gelido sulla bontà, l'amore, la generosità che, investite da quel soffio mortifero, appassivano e seccavano.
Tutto questo dispiacque molto al Signore, che decise di rimediare.
Chiamò un bambino e gli disse: "Va' a dare un bacio a quel povero vecchio".
Il bambino obbedì. Circondò con le sue braccia tenere e paffute il collo del vecchio e gli stampò un bacio umido e rumoroso sulla faccia rugosa.
Per la prima volta il vecchio si stupì. I suoi occhi torbidi divennero di colpo limpidi. Perché nessuno lo aveva mai baciato.
Così aperse gli occhi alla vita e poi morì, sorridendo.

A volte, davvero, basta un bacio. Un "Ti voglio bene", anche solo sussurrato. Un timido "Grazie". Un apprezzamento sincero. E' così facile far felice un altro. Allora, perché non lo facciamo?

martedì 30 ottobre 2012

Bagdad claun: la speranza nel far sorridere i bambini


La Giornata Missionaria Mondiale vissuta nella Diocesi di Milano è stata occasione per far conoscere l'iniziativa di un giovane insegnante che collabora con la Scuola Parrocchiale, il Centro Studi Angelo Dell'Acqua. 
Un naso rosso, tanta simpatia, fervente fantasia, capacità di collaborare e di coinvolgere e così IL PIMPA porta un sorriso anche ai bambini di Bagdad.
Ecco un suo racconto:

200 passi dividono la mia camera dalla casa dei bimbi, 200 passi da farsi velocemente nella vie di Bagdad. Sono fuori dalla chiesa, la guardo, sembra una piccola base Nato!!! Primo check-point..., secondo check-point..., terzo check-point... il tutto in quaranta metri, sarà che la chiesa è un obiettivo sensibile? Eccomi davanti alla casa di Madre Teresa, al mio primo giorno con i bimbi. I pensieri nella mia testa non hanno nulla di sensato e le emozioni invece sanno di un non so che di razionale; tutto quello che mi circonda è esageratamente più grande di me! Suono, la porta si apre, ed ecco corricchiare ciondolante verso me una bimba con le braccia aperte, mi stringe forte: è proprio vero che i bambini mi salveranno sempre la vita!!! Ora è tutto più facile! Il salone è gremito di bambini, va bè come li definiamo, usiamo la dicitura ufficiale “diversamente abili”. Io mi trovo a meraviglia con loro, sarà perché come cluan sono inevitabilmente “diversamente abile”. Inizia lo show, devo dirmi, complimentandomi, che Il Pimpa con i bambini funziona e più la situazione è difficile più funziona; oggi è andata benissimo!!! Finite le magie è l’ora del pranzo, sono pronto con cucchiaio e piatto a dar da mangiare a un bel ragazzino, mi sembra abbia appetito, non dovrei avere grossi problemi. Aspettando che si freddi, intrattengo una conversazione sciorinando il mio perfetto englishhhh con Nura. Caspita, ma lei è bravissima, ogni tanto mi corregge... direi sempre, d’altronde la mia frase migliore in inglese è “I don't understand, can you repeat please?”. Ma cosa ci fa qui? Lei è abile? Nura, non ha le braccia!



domenica 14 ottobre 2012

Si raccoglie quello che si semina


Un giorno, un ragazzo povero che vendeva merci porta a porta per pagarsi gli studi all'università, si trovò in tasca soltanto una moneta da 10 centesimi, e aveva fame. Decise che avrebbe chiesto qualcosa da mangiare nella prossima casa, ma i suoi nervi lo tradirono quando gli aprì la porta una donna stupenda. Al posto di qualcosa da mangiare chiese un bicchiere d'acqua. Lei pensò che il giovane sembrava affamato, e dunque gli portò un bel bicchiere di latte. Lui lo bevve piano, e allora chiese: "Quanto devo?". "Non mi deve niente", rispose lei. "Mia madre ci ha insegnato che dobbiamo essere sempre caritatevoli con coloro che hanno bisogno di noi". E lui disse: "Allora la ringrazio di cuore!". Quando Howard Kelly andò via da quella casa, non soltanto si sentì più sollevato, ma anche la sua fede in Dio e negli uomini era diventata più forte. Era stato sul punto di arrendersi e di lasciare gli studi a causa della sua povertà.
Qualche anno dopo la donna si ammalò in modo grave. I medici del paese erano preoccupati. Alla fine la inviarono alla grande città. Chiamarono il Dott. Howard Kelly per un consulto. Quando lui sentì il nome del paese da dove proveniva la paziente, sentì negli occhi una luce particolare e una gradevole sensazione. Immediatamente il Dott. Kelly salì dalla hall dell'ospedale fino alla stanza di lei. Vestito con il suo grembiule da dottore entrò a vederla. Capricci del destino, era lei, la riconobbe subito. Ritornò alla stanza determinato a fare tutto il possibile per salvare la sua vita. Da quel giorno seguì quel caso con la maggiore attenzione, lei subì un'operazione a cuore aperto e si recuperò molto lentamente. Dopo una lunga lotta, lei vinse la battaglia! Era finalmente recuperata! Giacché la paziente era fuori pericolo, il Dott. Kelly chiese all'ufficio amministrativo dell'ospedale che gli inviassero la fattura con il totale delle spese, per approvarla. La ricontrollò e la firmò. Inoltre scrisse qualcosa sui margini della fattura e la inviò alla stanza della paziente.

La fattura arrivò alla stanza della paziente, ma lei aveva paura di aprirla, perché sapeva che avrebbe lavorato per il resto della sua vita per pagare il conto di un intervento così complicato. Finalmente la aprì, e qualcosa attirò la sua attenzione. Sui margini della fattura lesse queste parole: "Pagata completamente molti anni fa con un bicchiere di latte Firmato: Dott. Howard Kelly". I suoi occhi si riempirono di lacrime di gioia e il suo cuore fu felice e benedisse il dottore per avergli ridato la vita.
(www.quran2.net)


«Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami». (Mt 13,31-32)


lunedì 8 ottobre 2012

Dio ama te!


Un uomo aveva sempre il cielo dell'anima coperto di nere nubi. Era incapace di credere alla bontà. Soprattutto non credeva alla bontà e all'amore di Dio. Un giorno mentre errava sulle colline che attorniavano il suo villaggio, sempre tormentato dai suoi scuri dubbi, incontrò un pastore. Il pastore era un brav'uomo dagli occhi limpidi. Si accorse che lo sconosciuto aveva l'aria particolarmente disperata e gli chiese: 
"Che cosa ti turba tanto, amico?". 
"Mi sento immensamente solo". 
"Anch'io sono solo, eppure non sono triste". 
"Forse perché Dio ti fa compagnia..." 
"Hai indovinato". 
"Io invece non ho la compagnia di Dio. Non riesco a credere al suo amore. Com'è possibile che ami gli uomini uno per uno? Com'è possibile che ami me?". 
"Vedi laggiù quel villaggio?", gli chiese il pastore, "Vedi le finestre di ogni casa?". 
"Vedo tutto questo". 
"Allora non devi disperare. Il sole è uno solo, ma ogni finestra della città, anche la più piccola e la più nascosta, ogni giorno viene baciata dal sole, nell'arco della giornata. Forse tu disperi perché tieni chiusa la tua finestra".

Riapre La Stanza di Enoch

Cara amica, caro amico, torno in questa stanza come si torna in un posto che si è amato e poi a lungo trascurato. Ho scelto di riaprire La S...