Facciamo festa,
perché questo mio
figlio era morto
ed è tornato in vita,
era perduto ed è stato
ritrovato
(Lc 15,23-24)
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| Il figliol prodigo, Rembrandt |
Il prodigo è storia di umanità
decaduta eppure incamminata, dissacrata eppure con dentro la nostalgia di Dio.
Se ne va, un giorno, il giovane, in cerca di felicità: crede di trovarla nelle
cose e nel piacere. Ciò che trova invece è una diminuzione di umanità: il
libero ribelle è diventato servo, ridotto a contendere le ghiande ai porci, a
morire di fame. Così è il peccato: tutto ciò che fa diminuire la nostra
umanità. Eppure anche nell'ultimo naufragio rimane un santuario di nobiltà:
«Allora rientrò in se stesso», convertendosi a sé più che al padre. Ma nel
fondo di se stesso il figlio trova due forze: un desiderio di vita («Io qui
muoio!») e l'immagine del padre.
Solo chi cerca la vita troverà Dio. E,
viceversa, si può dire che soltanto chi cerca davvero Dio troverà la pienezza
della vita. Ed è così che inizia il viaggio. Non torna per amore, torna per
fame. Non per pentimento, ma perché la morte ormai gli cammina a fianco.
Cercava un buon padrone, non osava ancora, non osava più cercare un padre:
«Trattami come un servo». Cercava vita, troverà Dio. «Il padre lo vide da
lontano, commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò». E
interrompe i discorsi che il figlio aveva preparato, il suo proposito di
tornare come servo. Lo interrompe, per convertirlo proprio da quell'idea. Il
padre è stanco di avere dei servi invece che dei figli. Almeno il lontano che torna
gli sia figlio. Il peccato dell'uomo è di essere schiavo invece che figlio di
Dio (S. Fausti). «Presto, dice, anello, abiti, un banchetto, una festa!». Il
centro della parabola è la rivelazione del cuore del Padre; al suo volto
dobbiamo guardare, non ai peccati diversi ed equivalenti dei due figli. A lui
non interessa condannare e neppure assolvere, non interessa giudicare o
pareggiare i conti, ma esprimere un amore esultante, indistruttibile,
incondizionato. Dio è esclusivamente amore.
Il figlio maggiore torna dai campi,
vede ed entra in crisi. Non riesce ad accettare come fratello quel dissoluto
(«Questo tuo figlio», dirà), non accetta un padre che fa festa al figlio
ribelle (infatti mai lo chiama: «Padre»). Io ho sempre ubbidito, ho osservato
tutti i tuoi comandi, e a me neanche un capretto! È l'uomo dei rimpianti,
onesto e infelice, che ha perso la gioia di vivere: non ama quello che fa', lo
subisce, e il cuore è assente.
Quanti cristiani sono così, onesti e infelici, i
«cristiani del capretto» (Turoldo): sono stato bravo, cosa me ne verrà in
cambio? Vivono da salariati e non da figli. Ma l'amore del padre non è
commisurato ai meriti dei figli, sarebbe amore mercenario. Non si misura su di
un capretto. Non c'è nessun capretto, c'è molto di più: «Tutto ciò che è mio è
tuo».
Ermes Ronchi

