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giovedì 7 giugno 2012

La goccia d'acqua


Il Gran Padre, il Padre di tutte le cose disse: "Vai, vai e nonritornare da me prima di aver mostrato agli esseri la mia presenza!" E nefu spaventata. Non era che una piccola goccia d'acqua. Come avrebbe potutodimostrare la potenza di Dio? Voleva tornare indietro ma non poteva. Era statamandata.
Quando cadde dal cielo altissimo l'avvolse l'aria e quasi la consumò. Poifu impastata dalla terra. Si vergognava perché prima era stata un piccolospecchio del cielo, ora invece, era piena di polvere attaccaticcia. E sentì unaradice vicina. E la radice l'afferrò. Divenne parte di una pianta. Fu unafibra, un velo verde, un goccio di frutto. Si sentì bere più volte. Spessosoffiata via nel vapore, si rapprese col freddo e ricadde giù. Una lungastoria. Imparò a sentirsi terra e vegetale. Visse molte volte pulsazioni nelsangue dei viventi. E fu fiume, lago, filo di perle quando cadeva nella rugiadadel mattino. Le sembrò di perdersi, di sparire. Soffrì molto. Ora cercata con rabbia,ora pestata e dimenticata.
Poi un giorno, il sole la prese con più forza del solito, e la portò con séin alto. Le disse: "Sono finite le tue stagioni, gocciolina, sali dinuovo. Ti aspetta il Gran Padre!". La goccia salì e le sembrò di esserefelice. Ma quando vide protendersi in alto, verso di lei, rami, lingue vive,ebbe nostalgia.
Il Padre delle cose le sorrise: "Hai fatto bene, piccola mia - ledisse - ora cosa vuoi?". "Ritornare giù, papà, ritornare giù! Quivicino a te, sono un cristallo di gioia, ma laggiù, nel mondo pieno di sete, iosono molto di più: sono la tua presenza".

lunedì 26 marzo 2012

L'albero della vita


C'era una volta un albero che amava un bambino. Il bambino veniva a visitarlo tutti i giorni. Raccoglieva le sue foglie con le quali intrecciava delle corone per giocare al re della foresta. Si arrampicava sul suo tronco e dondolava attaccato ai suoi rami. Mangiava i suoi frutti e poi, insieme, giocavano a nascondino. Quando era stanco, il bambino si addormentava all'ombra dell'albero, mentre le fronde gli cantavano la ninna-nanna. Il bambino amava l'albero con tutto il suo piccolo cuore.
E l'albero era felice.
Ma il tempo passò e il bambino crebbe.
Ora che il bambino era grande, l'albero rimaneva spesso solo.
Un giorno il bambino venne a vedere l'albero e l'albero gli disse: «Avvicinati, bambino mio, arrampicati sul mio tronco e fai l'altalena con i miei rami, mangia i miei frutti, gioca alla mia ombra e sii felice».
«Sono troppo grande ormai per arrampicarmi sugli alberi e per giocare», disse il bambino. «Io voglio comprarmi delle cose e divertirmi. Voglio dei soldi. Puoi darmi dei soldi?».
«Mi dispiace», rispose l'albero «ma io non ho dei soldi. Ho solo foglie e frutti. Prendi i miei frutti, bambino mio, e va' a venderli in città. Così avrai dei soldi e sarai felice».
Allora il bambino si arrampicò sull'albero, raccolse tutti i frutti e li portò via.
E l'albero fu felice.
Ma il bambino rimase molto tempo senza ritornare...
E l'albero divenne triste.
Poi un giorno il bambino tornò; l'albero tremò di gioia e disse: «Avvicinati, bambino mio, arrampicati sul mio tronco e fai l'altalena con i miei rami e sii felice». «Ho troppo da fare e non ho tempo di arrampicarmi sugli alberi», rispose il bambino. «Voglio una casa che mi ripari», continuò. «Voglio una moglie e voglio dei bambini, ho dunque bisogno di una casa. Puoi darmi una casa?».
«Io non ho una casa», disse l'albero. «La mia casa è il bosco, ma tu puoi tagliare i miei rami e costruirti una casa. Allora sarai felice».
Il bambino tagliò tutti i rami e li portò via per costruirsi una casa.
E l'albero fu felice.
Per molto tempo il bambino non venne. Quando tornò, l'albero era così felice che riusciva a malapena a parlare.
«Avvicinati, bambino mio», mormorò, «vieni a giocare».
Sono troppo vecchio e troppo triste per giocare» disse il bambino. «Voglio una barca per fuggire lontano di qui. Tu puoi darmi una barca?».
«Taglia il mio tronco e fatti una barca», disse l'albero. «Così potrai andartene ed essere felice».
Allora il bambino tagliò il tronco e si fece una barca per fuggire.
E l'albero fu felice..., ma non del tutto.
Molto molto tempo dopo, il bambino tornò ancora.
«Mi dispiace, bambino mio», disse l'albero «ma non resta più niente da donarti... Non ho più frutti».
«I miei denti sono troppo deboli per dei frutti», disse il bambino.
«Non ho più rami». continuò l'albero «non puoi più dondolarti».
«Sono troppo vecchio per dondolarmi ai rami», disse il bambino.
«Non ho più il tronco», disse l'albero. «Non puoi più arrampicarti».
«Sono troppo stanco per arrampicarmi», disse il bambino.
«Sono desolato», sospirò l'albero. «Vorrei tanto donarti qualcosa... ma non ho più niente. Sono solo un vecchio ceppo. Mi rincresce tanto...».
«Non ho più bisogno di molto, ormai», disse il bambino. «Solo un posticino tranquillo per sedermi e riposarmi. Mi sento molto stanco».
«Ebbene», disse l'albero, raddrizzandosi quanto poteva «ebbene, un vecchio ceppo è quel che ci vuole per sedersi e riposarsi. Avvicinati, bambino mio, siediti. Siediti e riposati».
Così fece il bambino.
E l'albero fu felice.
(Shel Silverstein)

Questa sera siediti in un angolo tranquillo e aiuta il tuo cuore a ringraziare tutti gli «alberi» della tua vita.

mercoledì 21 marzo 2012

Il mendicante cieco

Un giorno, un uomo non vedente stava seduto sui gradini di un edificio con un cappello ai suoi piedi ed un cartello recante la scritta: 
"Sono cieco, aiutatemi per favore". 

Un pubblicitario che passeggiava lì vicino si fermò e notò che aveva solo pochi centesimi nel suo cappello. Si chinò e versò altre monete. Poi, senza chiedere il permesso dell'uomo, prese il cartello, lo girò e scrisse un'altra frase. 
Quello stesso pomeriggio il pubblicitario tornò dal non vedente e notò che il suo cappello era pieno di monete e banconote. Il non vedente riconobbe il passo dell'uomo: chiese se fosse stato lui ad aver riscritto il suo cartello e cosa avesse scritto. Il pubblicitario rispose: 
"Niente che non fosse vero. Ho solo riscritto il tuo in maniera diversa", sorrise e andò via. 
Il non vedente non seppe mai che ora sul suo cartello c'è scritto: 
"Oggi è primavera... ed io non la posso vedere." 

Buona primavera dello Spirito!

lunedì 5 marzo 2012

Dio non ha creato "io", ha creato "noi"


Una pigna gonfia e matura si staccò da un ramo di abete e rotolò giù per il costone della montagna, rimbalzò su una roccia sporgente e finì con un tonfo in un avvallamento umido e ben esposto. Una manciata di semi venne sbalzata fuori dal suo comodo alloggio e si sparse sul terreno.
"Urrà!" gridarono i semi all'unisono. "Il momento è venuto!"
Cominciarono con entusiasmo ad annidarsi nel terreno, ma scoprirono ben presto che l'essere in tanti provocava qualche difficoltà.
"Fatti un po' più in là, per favore!".
"Attento! Mi hai messo il germoglio in un occhio!".
E così via. Comunque, urtandosi e sgomitando, tutti i semi si trovarono un posticino per germogliare.
Tutti meno uno.
Un seme bello e robusto dichiarò chiaramente le sue intenzioni: "Mi sembrate un branco di inetti! Pigiati come siete, vi rubate il terreno l'un con l'altro e crescerete rachitici e stentati. Non voglio avere niente a che fare con voi. Da solo potrò diventare un albero grande, nobile e imponente. Da solo!".
Con l'aiuto della pioggia e del vento, il seme riuscì ad allontanarsi dai suoi fratelli e piantò le radici, solitario, sul crinale della montagna.
Dopo qualche stagione, grazie alla neve, alla pioggia e al sole divenne un magnifico giovane abete che dominava la valletta in cui i suoi fratelli erano invece diventati un bel bosco che offriva ombra e fresco riposo ai viandanti e agli animali della montagna.
Anche se i problemi non mancavano.
"Stai fermo con quei rami! Mi fai cadere gli aghi".
"Mi rubi il sole! Fatti più in là…".
"La smetti di scompigliarmi la chioma?".
L'abete solitario li guardava ironico e superbo. Lui aveva tutto il sole e lo spazio che desiderava.
Ma una notte di fine agosto, le stelle e la luna sparirono sotto una cavalcata di nuvoloni minacciosi. Sibillando e turbinando il vento scaricò una serie di raffiche sempre più violente, finché devastante sulla montagna si abbattè la bufera.
Gli abeti nel bosco si strinsero l'un l'altro, tremando, ma proteggendosi e sostenendosi a vicenda.
Quando la tempesta si placò, gli abeti erano estenuati per la lunga lotta, ma erano salvi.
Del superbo abete solitario non restava che un mozzicone scheggiato e malinconico sul crinale della montagna.
(Bruno Ferrero, C'è ancora qualcuno che danza)

domenica 12 febbraio 2012

L'uomo nel pozzo


Un uomo cadde in un pozzo da cui non riusciva a uscire.
Una persona di buon cuore che passava di là disse: 

"Mi dispiace davvero tanto per te. Partecipo al tuo dolore".
Un politico impegnato nel sociale che passava di là disse: 

"Era logico che, prima o poi, qualcuno ci sarebbe finito dentro".
Un pio disse: "Solo i cattivi cadono nei pozzi".
Uno scienziato calcolò come aveva fatto l'uomo a cadere nel pozzo.
Un politico dell'opposizione si impegnò a fare un esposto contro il governo.
Un giornalista promise un articolo polemico sul giornale della domenica dopo.
Un uomo pratico gli chiese se erano alte le tasse per il pozzo.
Una persona triste disse: "Il mio pozzo è peggio!".
Un umorista sghignazzò: "Prendi un caffè che ti tira su!".
Un ottimista disse: "Potresti star peggio".
Un pessimista disse: "Scivolerai ancora più giù".
Gesù, vedendo l'uomo, lo prese per mano e lo tirò fuori dal pozzo.

Il più grande bisogno del mondo...
Un po' più di gentilezza e un po' meno avidità,
Un po' più dare e un po' meno pretendere;
Un po' più sorrisi e un po' meno smorfie;
Un po' meno calci a chi è steso per terra;
Un po' più "noi" e un po' meno "io";
Un po' più risate e un po' meno pianti;
Un po' più fiori sulla strada della vita;
e un po' meno sulle tombe.


domenica 5 febbraio 2012

La vita è il cioccolato caldo



Un gruppo di laureati, affermati nelle loro carriere, discutevano sulle loro vite durante una riunione. Decisero di fare visita al loro vecchio professore universitario, ora in pensione, che era sempre stato un punto di riferimento per loro. 
Durante la visita, si lamentarono dello stress che dominava la loro vita, il loro lavoro e le relazioni sociali. 

Volendo offrire ai suoi ospiti un cioccolato caldo, il professore andò in cucina e ritornò con una grande brocca e un assortimento di tazze. Alcune di porcellana, altre di vetro, di cristallo, alcune semplici, altre costose, altre di squisita fattura. 
Il professore li invitò a servirsi da soli il cioccolato. 

Quando tutti ebbero in mano la tazza con il cioccolato caldo il professore espose le sue considerazioni. 
"Noto che son state prese tutte le tazze più belle e costose, mentre son state lasciate sul tavolino quelle di poco valore. 
La causa dei vostri problemi e dello stress è che per voi è normale volere sempre il meglio. 
La tazza da cui state bevendo non aggiunge nulla alla qualità del cioccolato caldo. In alcuni casi la tazza è molto bella mentre alcune altre nascondono anche quello che bevete. 
Quello che ognuno di voi voleva in realtà era il cioccolato caldo. 
Voi non volevate la tazza..... 
Ma voi consapevolmente avete scelto le tazze migliori. 
E subito, avete cominciato a guardare le tazze degli altri. 
Ora amici vi prego di ascoltarmi..... 

La vita è il cioccolato caldo...... 
il vostro lavoro, il denaro, la posizione nella società sono le tazze. 
Le tazze sono solo contenitori per accogliere e contenere la vita. 
La tazza che avete non determina la vita, non cambia la qualità della vita che state vivendo. 
Qualche volta, concentrandovi solo sulla tazza, voi non riuscite ad apprezzare il cioccolato caldo che Dio vi ha dato. 
Ricordatevi sempre questo: 
Dio prepara il cioccolato caldo, Egli non sceglie la tazza. 
La gente più felice non ha il meglio di ogni cosa, ma apprezza il meglio di ogni cosa che ha! 
Vivere semplicemente. 
Amare generosamente. 
Preoccuparsi profondamente. 
Parlare gentilmente. 
Lasciate il resto a Dio. 
E ricordatevi: 
La persona più ricca non è quella che ha di più, ma quella che ha bisogno del minimo. 
Godetevi il vostro caldo cioccolato!


domenica 15 gennaio 2012

Una festa senza Gesù?


Due giovani decisero la data del loro matrimonio. Si erano messi d'accordo con don Italo, il parroco, per tenere un piccolo ricevimento nel cortile della parrocchia, fuori della chiesa. Ma si mise a piovere, e non potendo tenere il ricevimento fuori, i due chiesero al prete se era possibile festeggiare in chiesa. 
Ora, il parroco non era affatto contento che si festeggiasse all'interno della chiesa, ma i due dissero: "Mangeremo un po' di torta, canteremo una canzoncina, berremo un po' di vino e poi andremo a casa". 
Il parroco si convinse. Ma essendo gli invitati dei bravi italiani amanti della vita, bevvero un po' di vino, cantarono una canzoncina, poi bevvero un altro po' di vino, cantarono qualche altra canzone, e poi ancora vino e altre canzoni, e così dopo una mezz'ora in chiesa si stava festeggiando alla grande. Tutti si divertivano da morire, godendosi la festa. Ma don Italo, tesissimo, passeggiava avanti e indietro nella sacrestia, turbato dal rumore che gli invitati stavano facendo. 
Entrò il vicario, don Luca, che gli disse: "Vedo che è molto teso". 
"Certo che sono teso! Senti che rumore stanno facendo, proprio nella casa del Signore! Per tutti i Santi!". 
"Ma Padre, non avevano davvero alcun posto dove andare!". 
"Lo so bene! Ma è assolutamente necessario fare tutto questo baccano?". 
"Bè, in fondo, don Italo, non dobbiamo dimenticare che Gesù stesso ha partecipato una volta ad un banchetto di nozze". 
Il parroco risponde: "So benissimo che Gesù Cristo ha partecipato ad un banchetto di nozze, non devi mica venirmelo a dire tu! Ma lì non avevano il Santo Sacramento!". 
(adattata da una meditazione del Cardinale Carlo Maria Martini)



domenica 8 gennaio 2012

L'anello: solo Dio conosce il nostro vero valore

Uno studente andò dal suo professore con un problema: «Mi sento una nullità, non ho la forza di reagire. Dicono che sono un buono a nulla, che non faccio bene niente, che sono un idiota. Come posso migliorare? Che posso fare perché mi stimino di più?». 

Il professore senza guardarlo, rispose: «Mi spiace, ragazzo, ma ora non posso aiutarti, devo prima risolvere un problema mio. Poi, forse...».

E facendo una pausa aggiunse: «Se mi aiuti, posso risolvere il mio problema più rapidamente e poi forse posso aiutarti a risolvere il tuo...». 

«Certo, professore!», balbettò il giovane, ma ancora una volta si sentì mortificato. 

Il professore si tolse un anello dal mignolo, e lo diede al ragazzo.

«Monta a cavallo e va' al mercato. Devi vendere questo anello perché devo pagare un debito. Occorre ricavarne il più possibile. Ma non accettare meno di una moneta d'oro. Va' e torna con la moneta al più presto». 

Il giovane prese l'anello e partì. 

Appena giunto al mercato cominciò ad offrire l'anello ai mercanti. Essi guardavano con qualche interesse, finché il giovane non diceva quanto chiedeva per l'anello. 

Quando il giovane menzionava la moneta d'oro, alcuni ridevano, altri se ne andavano senza nemmeno guardarlo, solo un vecchietto fu abbastanza gentile da spiegare che una moneta d'oro era troppo per quell'anello. 

Dopo aver offerto il gioiello a tutti quelli che passavano per il mercato, abbattuto dal fallimento, salì a cavallo e tornò. Rimpiangeva di non avere una moneta d'oro per poter comprare egli stesso l'anello, liberando così dalle preoccupazioni il suo professore e poter così ricevere i suoi consigli. 

Entrò in casa e disse: «Professore, mi dispiace tanto, ma è impossibile ottenere quello che mi ha chiesto. Forse si potrei ottenere due o tre monete d'argento, ma non si dovrebbe ingannare nessuno sul valore dell'anello». 

«È importante quello che dici, ragazzo», rispose sorridendo. «Dobbiamo prima sapere il valore esatto dell'anello. Riprendi il cavallo e vai dal gioielliere. Chiedigli a quanto si può vendere l'anello. Ma non importa quanto lo valuterà, non venderlo. Riportalo qui». 

Il giovane arrivò dal gioielliere e gli chiese di valutare l'anello. Il gioielliere esaminò l’anello con una lente, lo pesò e disse: «Di’ al tuo professore che se vuole venderlo subito non posso dargli più di cinquantotto monete d'oro». 

«Cinquantotto monete d'oro!?», esclamò il giovane. 

«Sì, rispose il gioielliere, in un altro momento potrei arrivare ad offrire anche settanta monete, ma se ha urgenza di vendere...». 

Il giovane corse emozionato a casa del professore per raccontare quelle che era successo.

«Siediti», disse il professore. E dopo aver ascoltato il racconto, parlò con calma.

«Tu sei come questo anello, un gioiello prezioso e unico. Può essere valutato solo da uno specialista. Pensavi forse che qualunque persona fosse in grado di scoprire il suo vero valore?».

Così dicendo, si rimise l’anello al dito.


Siamo tutti come quell’anello. Siamo preziosi e unici, ma girovaghiamo per tutti i mercati della vita pretendendo che persone inesperte ci valutino. Solo Dio, il Creatore sublime di ogni capolavoro, conosce il nostro vero valore. perciò non possiamo mai accettare nulla di meno.


(Bruno Ferrero, L’allodola e le tartarughe)

venerdì 6 gennaio 2012

I Re Magi dimenticati...


I ragazzi dell'Oratorio di Santa Maria avevano preparato una recita sul mistero del Natale. Avevano scritto le battute degli angeli, dei pastori, di Maria e di Giuseppe. C'era persino una particina per il bue e l'asino. Ma quando suor Renata vide le prove dello spettacolo sbottò: "Avete dimenticato i Re Magi!". 
Enzo il regista si mise le mani nei capelli, mancava un solo giorno alla rappresentazione. Dove trovare i tre Re Magi così sui due piedi? 
Fu Don Pasquale a trovare la soluzione. 
"Cerchiamo tre persone della parrocchia! - disse - Spieghiamo loro che devono fare i Re Magi moderni, vengono con i loro abiti di tutti i giorni e portano un dono a Gesù Bambino. Un dono a loro scelta. Tutto quello che devono fare è spiegare con franchezza il motivo che li ha spinti a scegliere proprio quel particolare dono". 
La squadra dei ragazzi si mise in moto e nel giro di due ore erano stati trovati i Re Magi sostituti. 
La sera di Natale, il teatrino parrocchiale era affollato. 
I ragazzi ce la misero tutta e lo spettacolo filò via liscio e applaudito. Senza che nessuno lo potesse prevedere il momento più commovente divenne l'entrata dei Re Magi. 
Il primo era un uomo di cinquant'anni, padre di cinque figli: portava una stampella. La posò accanto alla culla e disse: "Tre anni fa ho avuto un brutto incidente d'auto. Uno scontro frontale. Fui ricoverato all'ospedale con parecchie fratture. Nessuno azzardava un pronostico. I medici erano pessimisti sul mio recupero. Da quel momento cominciai ad essere felice per ogni più piccolo progresso: poter muovere la testa o un dito, alzarmi seduto da solo e così via. Quei mesi in ospedale mi cambiarono. Sono diventato umile scopritore di quanto possiedo. Sono riconoscente per le cose piccole e quotidiane. Porto a Gesù Bambino questa stampella in segno di riconoscenza". 
Il secondo Re era in verità una regina, madre di due figli. Portava un catechismo. Lo posò accanto alla culla e disse: "Finché i miei bambini erano piccoli e avevano bisogno di me, mi sentivo realizzata. Poi sono cresciuti e ho cominciato a sentirmi inutile. Ma ho capito che era inutile commiserarmi. Ho chiesto al parroco di fare catechismo ai bambini. Così ritrovai un senso alla mia vita. Mi sento come un apostolo, un profeta: aprire ai nostri bambini le frontiere dello spirito è un'attività che mi appassiona. Sento di nuovo di essere importante". 
Il terzo Re era un giovane. Portava un foglio bianco. Lo pose accanto alla culla del Bambino e disse: "Mi chiedevo se era il caso di accettare questa parte. Non sapevo proprio cosa dire, né cosa portare. Le mie mani sono vuote. Il mio cuore è colmo di desideri, di felicità e di significato per la vita. Dentro di me si ammucchiano domande, inquietudini, attese, errori, dubbi. Non ho niente da presentare. Il mio futuro mi sembra così vago. Ti offro questo foglio bianco, Bambin Gesù. Io so che sei venuto per portare speranze nuove. Vedi, io sono interiormente vuoto, ma il mio cuore è aperto e pronto ad accogliere le parole che vuoi scrivere sul foglio bianco della mia vita. Ora che ci sei Tu tutto cambierà...".
(Bruno Ferrero, Storie di Natale, d'Avvento e d'Epifania)

lunedì 26 dicembre 2011

Ce la possiamo fare!


Nel prato di un giardino pubblico, con il tiepido sole della primavera, in mezzo all'erba tenera, erano spuntate le foglie dentellate e robuste dei Denti di Leone. Uno di questi esibì un magnifico fiore giallo, innocente, dorato e sereno come un tramonto di maggio. Dopo un po' di tempo il fiore divenne un "soffione": una sfera leggera, ricamata dalle coroncine di piumette attaccate ai semini che se ne stavano stretti stretti al centro del soffione. 
E quante congetture facevano i piccoli semi. Quanti sogni cullava la brezza alla sera, quando i primi timidi grilli intonavano la loro serenata. 
"Dove andremo a germogliare?". 
"Chissà?". 
"Solo il vento lo sa". 
Un mattino il soffione fu afferrato dalle dita invisibili e forti del vento. I semi partirono attaccati al loro piccolo paracadute e volarono via, ghermiti dalla corrente d'aria. 
"Addio... addio", si salutavano i piccoli semi. 
Mentre la maggioranza atterrava nella buona terra degli orti e dei prati, uno, il più piccolo di tutti, fece un volo molto breve e finì in una screpolatura del cemento di un marciapiede. C'era un pizzico di polvere depositato dal vento e dalla pioggia, così meschino in confronto alla buona terra grassa del prato. 
"Ma è tutta mia!", si disse il semino. Senza pensarci due volte, si rannicchiò ben bene e cominciò subito a lavorare di radici. 
Davanti alla screpolatura nel cemento c'era una panchina sbilenca e scarabocchiata. Proprio su quella panchina si sedeva spesso un giovane. Era un giovane dall'aria tormentata e lo sguardo inquieto. Nubi nere gli pesavano sul cuore e le sue mani erano sempre strette a pugno. 
Quando vide due foglioline dentate verde tenero che si aprivano la strada nel cemento. Rise amaramente: "Non ce la farai! Sei come me!", e con un piede le calpestò. 
Ma il giorno dopo vide che le foglie si erano rialzate ed erano diventate quattro. 
Da quel momento non riuscì più a distogliere gli occhi dalla testarda coraggiosa pianticella. Dopo qualche giorno spuntò il fiore, giallo brillante, come un grido di felicità. 
Per la prima volta dopo tanto tempo il giovane avvilito sentì che il risentimento e l'amarezza che gli pesavano sul cuore cominciavano a sciogliersi. Rialzò la testa e respirò a pieni polmoni. Diede un gran pugno sullo schienale della panchina e gridò: "Ma certo! Ce la possiamo fare!". 
Aveva voglia di piangere e di ridere. Sfiorò con le dita la testolina gialla del fiore. 
Le piante sentono l'amore e la bontà degli esseri umani. Per il piccolo e coraggioso Dente di Leone la carezza del giovane fu la cosa più bella della vita. 
(Bruno Ferrero)

Dopo il martirio di Stefano i cristiani si dispersero e portarono il Vangelo in altre città e regioni. In ogni luogo nel quale siamo chiamati a vivere possiamo dare testimonianza del nostro tenace amore per la vita  e la vita nella fede.


domenica 18 dicembre 2011

La serva che portava l'acqua


In un paese lontano c'era un grande castello. Visto la sua grandezza, il re, per mantenerlo sempre pulito, assunse molti servitori, tutti avevano un lavoro, c'era chi spaccava la legna, chi accendeva tutti i lumi, chi raccoglieva i fiori e i frutti, chi cuciva, chi cucinava... e ovviamente chi andava al pozzo per prendere l'acqua. 

Alla sera, finiti i lavori, tutti i servitori si riunivano, ognuno di loro raccontava la sua giornata, e tutti si vantavano di aver fatto qualcosa per il re, di averlo visto e di essere stato da lui ringraziato. 

Marianna, era una ragazza dolce e solitaria, il suo compito era di portare acqua a chiunque la chiedesse, alla cuoca, al giardiniere, allo stalliere, ai vari camerieri personali del re; ma lei il re non lo vedeva mai. 
Ogni sera ascoltava il racconto degli altri, e ogni sera si rattristava sempre di più, tutti la criticavano, lei non faceva nulla per il re, e probabilmente lui non sapeva neppure che esistesse. Marianna si sentiva inutile. 
Sera dopo sera, tristezza dopo tristezza, decise che sarebbe andata via da quel castello, anche lei voleva essere qualcuno! E lì non c'era posto per lei! 
Così fece, una sera andò via, ma arrivata alle porte del castello il guardiano la fermò e la portò davanti al re... 
Il re la guardò e Marianna si sentì così tanta piena di vergogna, che incollò gli occhi al pavimento per non vederlo in faccia. 
Ma il re che era una persona dolcissima, si sedette accanto a lei, e volle sapere il perché della sua fuga; Marianna gli disse che si sentiva inutile, gli spiegò che era criticata da tutti, e tutti le dicevano che lei non faceva nulla di veramente utile per lui. 
Il re le disse: "Marianna tu sei la serva più importante di tutto il castello! Senza di te credi forse che gli altri potrebbero farmi felice? Senza acqua non possono preparare il mio cibo, il mio bagno, non possono dissetarmi, non potrebbero pulire il mio castello. Tu qui sei essenziale, anche se non te ne rendi conto! Non badare a cosa dicono gli altri, tu per me sei importante!". 
Marianna ripensò a quello che disse il re, e rimase al castello, e quella sera quando le chiesero com'era andata la sua giornata, sorridendo rispose: "Oh, io sono solo la serva che porta l'acqua!".
(Silvana Lunardi)

domenica 11 dicembre 2011

Tutto ciò che dici parla di te


Un giorno all'imbrunire, 
un contadino sedette all'ingresso della sua umile casa 
a godersi il fresco. 
Nei pressi della sua abitazione, si snodava una strada 
che portava al paese, 
ed un uomo passando vide il contadino e pensò:
"Quest'uomo è certo uno che 
non ha voglia di fare niente, 
non lavora e passa tutto il giorno 
seduto sulla soglia di casa...".
Poco dopo, ecco apparire un altro viandante. 
Costui pensò:
"Quest'uomo è un poco di buono. 
Siede qui per poter guardare le ragazze che passano 
e magari dare loro fastidio...".
Infine, un forestiero diretto al villaggio disse tra sé
"Quest'uomo è certamente un gran lavoratore. 
Ha faticato tutto il giorno 
ed ora si gode del meritato riposo...".

In realtà, noi non possiamo sapere un granché 
sul contadino che sedeva sulla soglia di casa. 
Al contrario, possiamo dire molto 
sui tre uomini diretti al paese: 
il primo era uno che non ha voglia di fare niente, 
il secondo un poco di buono, 
il terzo un gran lavoratore.
Tutto ciò che dici parla di te; 
soprattutto quando parli di qualcun altro.
(www.pensieridelgufo.it)


giovedì 8 dicembre 2011

La dimora di Cristo


Un pastore protestante era particolarmente conosciuto nella zone per i suoi polemici attacchi verso la devozione dei cattolici nei confronti della Vergine Maria.
Mancavano pochi giorni all'8 dicembre e una notte quell'uomo ebbe un sogno.
Gli apparve un angelo che lo portò in un villaggio pieno di case.
"Voglio che tu scelga una casa per il tuo unico e amato figlio" gli disse l'angelo.
Il pastore non si dimostrò sorpreso che l'angelo sapesse quanto lui amava quel suo unico figlio: era o non era un angelo?
Così l'uomo e la creatura celeste attraversarono in lungo e largo il villaggio.
Il pastore esaminava attentamente ogni casa.
Amava così tanto suo figlio che voleva solo il meglio per lui.
Ma con suo disappunto si accorse che tutte le case avevano qualche difetto: una era senza tetto, un'altra era un deposito di immondizia, l'altra ancora sembrava lì lì per cadere...
"Non vedo una casa che possa andare bene per mio figlio" disse l'uomo all'angelo.
"E' possibile invece costruire la casa che ho in mente per lui?"
"Dimmi la casa che hai in mente" rispose l'angelo "e sarà fatta in un istante".
Il pastore descrisse la casa ideale per suo figlio: doveva essere pulita, bella... perfetta.
Appena ebbe finito di parlare, la casa apparve davanti ai suoi occhi.
"Perché hai scelto questa casa per tuo figlio?" chiese l'angelo.
"Come posso permettere che mio figlio viva nelle case che abbiamo visto?" replicò il pastore protestante.
"Sono tutte sporche e malridotte. Per mio figlio voglio il meglio!"
"Le tue parole sono la risposta alle tue critiche sulla devozione all'Immacolata" disse l'angelo.
"Non capisco..."
"Non stavi preparando un sermone per criticare la devozione cattolica all'Immacolata Concezione?"
"Sì!" rispose il pastore "ma non vedo che cosa questo abbia a che fare con la scelta delle case".
"Quando Dio stava cercando una donna che diventasse la Madre del Suo Figlio", disse l'angelo "non ne trovò nessuna di adatta, perché ogni creatura umana è imperfetta e macchiata dal peccato.
Nel Suo amore e nella Sua sapienza Dio ha voluto che una donna fosse perfetta, immacolata, non contagiata dal peccato, in modo che fosse un'abitazione degna per il Suo unico Figlio.
Se tu, imperfetto come sei, vuoi il meglio per tuo figlio, pensi che Dio si accontenti di meno per Suo Figlio?
Per questa ragione c'è l'Immacolata Concezione.
La dimora di Cristo, Maria, doveva essere perfetta per accogliere Colui che è Perfetto!".


Riapre La Stanza di Enoch

Cara amica, caro amico, torno in questa stanza come si torna in un posto che si è amato e poi a lungo trascurato. Ho scelto di riaprire La S...