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lunedì 26 ottobre 2020

Paura di tornare a chiudere o desiderio di aprire?

Viviamo la giornata del mandato missionario, l’andare in tutto il mondo ad annunciare il Vangelo, in un tempo che è caratterizzato dalla paura di partire, di andare verso l’altro per il timore di portare o ricevere questo virus che sta cambiando costantemente il nostro modo di vivere. Viviamo nell’incertezza di decreti e note di comportamento che paiono destinate a cambiare di giorno in giorno. Temiamo di tornare ai giorni tristi che hanno caratterizzato l’inizio della primavera. Ci addolora conoscere dell’aumento dei contagi, del numero impressionante dei morti. Teniamo nel cuore la preoccupazione per le persone che anziane o malate sono più esposte al pericolo di un contagio. Cerchiamo di essere noi per primi custodi delle regole di comportamento che ci vengono chieste per arginare la diffusione dell’epidemia. Chiudere appare essere la strada per la salvezza. 

Ma possiamo anche scegliere la via dell’aprire il cuore ad una rinnovata speranza, del provare a ridare al cuore i motivi per i quali vivere con intensità la vita, dell’abbandonare il coro dei facili e sterili lamenti per cantare la gratitudine per il dono della vita. Questo è l’annuncio di Vangelo che ogni fedele laico cristiano può portare oggi nel suo ambito di vita. La missione è occasione per testimoniare che essere cristiani nel mondo, è partecipare delle vicende della storia con un atteggiamento di fiducia e di speranza che riveste ogni parola, ogni gesto, ogni proposta, ogni giudizio, ogni progetto, ogni iniziativa dell’amore di Cristo che è gratuità, dono, servizio, apertura al bene che è l’altro da me, perché ho scoperto che il Dio di Gesù Cristo è il Bene per me.

La prima apertura è nei confronti di Dio, Trinità d’amore. Possiamo cercarlo nel silenzio del nostro cuore, pregarlo nelle nostre case, conoscerlo attraverso letture, trasmissioni radio e video, ma la fede cristiana è fondamentalmente esperienza di Comunità: celebriamo insieme la Santa Messa. Nell’osservanza delle norme di sicurezza non perdiamo la possibilità dell’incontro con il Signore e con la fede dei fratelli e delle sorelle che con noi condividono la fiducia e la speranza nel Dio della vita.

L’esperienza del perdono celebrato nel sacramento della riconciliazione è dono che cambia progressivamente il cuore e lo rende grato, umile e paziente. Grato per i doni di Dio riconosciuti a partire dalla propria debolezza, umile per la comprensione dell’impossibilità a bastare a noi stessi, paziente nel riconoscere il proprio limite e quello degli altri non come condanna, come squalifica ma come occasione di costante ricerca della nostra autenticità.

L’ascolto quotidiano della Parola di Dio è lampada per il cammino della vita: nessun giornalista, nessuna showgirl, nessun opinionista, nessun comico, nessuna fiction o documentario ha parole di vita eterna, e se non possiamo fare a meno di ascoltare le parole degli uomini non dimentichiamoci della Parola di Dio, per un’ora di parola degli uomini 6 minuti di Parola di Dio.

Ma possiamo essere aperti a Dio solo se realmente lo siamo nei confronti dei nostri fratelli. Questo tempo ci insegna che la vita è fragile, incerta non abbiamo tempo di coltivare rancori, risentimenti, dispetti... recuperiamo una relazione interrotta, mettiamo un punto di fine ad un contenzioso che amareggia il cuore, impegniamoci a conoscere meglio chi abita vicino a noi.

Possiamo vivere nella paura e chiudere o vivere nella gratitudine e “aprire”. 

mercoledì 2 novembre 2016

Commemorazione di tutti i fedeli defunti

Mi sono domandato quale senso abbia la visita e le processioni al cimitero di questi giorni. La riflessione non nasce dal dato statistico della diminuzione dei partecipanti a queste iniziative, né come reazione al dilagante favore che Halloween ha tra i nostri bambini, ragazzi, giovani e adulti... Voglio ridire a me il significato di questo modo di vivere questi giorni.
Il primo significato è la gratitudine per coloro che abbiamo amato e che ci hanno preceduto nel passaggio oscuro della morte verso la pienezza della luce. Tra questi c'è chi ci ha donato la vita; chi ha scelto di educarci alla vita nella fede; chi ci ha insegnato a dire: "Padre nostro..."; chi invece: "Madre di Dio prega per noi adesso e nell'ora della nostra morte"; chi ci ha insegnato ad amare, sognare, desiderare, osare, riuscire; chi ci ha insegnato a chiedere scusa e a ricominciare dopo un errore. Avere memoria di questo non è nostalgia del passato ma lieta gratitudine per doni che abbiamo ricevuto non meritato.
Questa gratitudine diventa poi impegno. Questo è un possibile altro significato. L'impegno a voler usare bene il tempo, l'impegno di voler far rivivere nella nostra vita quanto abbiamo avuto come regalo gratuito. Se riconosciamo che i nostri cari defunti in molte circostanze sono stati riflesso dell'amore di Dio non possiamo desiderare meno di questo per la nostra stessa vita.
Infine, nel cammino della vita non siamo capaci di amare tutti con la stessa intensità. Può accadere che durezze si trovino anche nella propria famiglia oppure tra i conoscenti, può accadere che un'amicizia si interrompa improvvisamente lasciando una profonda ferita, può accadere che qualcuno muoia senza prima aver avuto la possibilità di chiedere scusa, di dire ti voglio bene. Vado al cimitero anche per chiedere scusa e per dire ti voglio bene, declinazioni di una misericordia che se autentica non è mai solo ricevuta ma anche donata.
Sono contento di aver trovato il tempo per la visita al cimitero, per aver deciso di pensare alla morte e agli scenari che essa apre, per non aver sciupato tempo nel giocare con la morte...
Tornerò per ringraziare, per rinnovare il mio impegno, per ricevere e offrire il perdono...
Enoch 

martedì 1 novembre 2016

Solennità di tutti i Santi

Grazie, Signore, per tutti i santi e le sante, per quelli riconosciuti dalla Chiesa e per quelli che rimangono ignoti anche se con il loro amore hanno sostenuto la vita di tanti fratelli. Grazie, Signore, per tutti i santi e le sante, per quelli che riteniamo degli eroi da venerare ed ammirare e per quelli che ci sono così vicini che non riusciamo a distinguere tutta la loro grandezza e bontà. Grazie, Signore, per tutti i santi e le sante, per quelli che appaiono in piena luce e per quelli che restano avvolti dall’oscurità perché lo straordinario che hanno compiuto è un grande fiume che si disperde nei mille rivoli della trama dei giorni. Grazie per chi ha voluto spendere la sua vita per gli altri senza chiedere nulla in cambio. Grazie per chi ha donato ogni sua energia ai più piccoli e ai più poveri, condividendo la loro penuria, le loro fatiche e le loro speranze. Grazie per chi ha diffuso attorno a sé fiducia ed ottimismo, lottando a mani nude contro il male, senza aver paura di ferirsi. Grazie per chi ci ha fatto intendere il sapore buono del Vangelo, il profumo della tenerezza, e per tutti quelli che ci hanno insegnato a guardare ogni creatura con occhi limpidi e buoni.

venerdì 25 dicembre 2015

Le porte sante delle nostre Comunità

Il pellegrinaggio della visita alle famiglie mi ha regalato in queste settimane la possibilità di varcare le porte sante delle vostre case e mi ha donato spesso la certezza di essere io benedetto da voi e che il dono invocato della benedizione fosse preceduto dalla vostra quotidiana accoglienza del dono di Dio. 
Vi racconto le mie porte sante, declinazione della misericordia.
Porta di speranza è quella che si apre nelle case dove ci sono i bambini. Mi emoziono quando ritrovo i bimbi che ho battezzato o quelli che incontro all’asilo o coloro con i quali ho condiviso oratorio e vacanze comunitarie. I bambini ci parlano di Dio, del Dio che si fa bambino, e ci chiedono il coraggio di regalare loro il tempo per averne cura, lo stupore per gioire del loro divenire, l’impegno per consegnare loro un mondo dove vivere sia un’occasione, non una preoccupazione.
Porta di fede è quella che si apre nelle case dove abita il dolore. Spesso sono uscito da alcune case sopraffatto dalla sofferenza: la malattia, la mancanza di lavoro, la disabilità psichica, l’amore spezzato, la morte… Il dolore ci parla di Dio, del Dio che non trova posto in un albergo, che è perseguitato nonostante sia un neonato… Il dolore ci chiede il coraggio della fede, perché la preghiera muta che accompagna il dolore non sia bestemmia o disperazione ma rinnovata adesione ad amare Dio con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze.
Porta di carità è quella che si apre nelle case dove ci si prende cura dei malati: quotidiana, feriale, paziente declinazione dell’amore è servire il corpo di Cristo nella sofferenza dei malati, sofferenza che condiziona e modifica abitudini e progetti.
Porta di umiltà è quella che si apre nelle case di chi decide di vivere il volontariato come forma di vita, di chi onestamente compie il suo lavoro, di chi fa della tenacia l’unica forma di protesta, di chi non si intristisce nella sterilità della lamentela ma si rallegra della fecondità dello stupore.
Porta di fedeltà è quella che si apre nelle case delle famiglie che contano cammini di condivisione lunghi decenni, ma anche di chi è all’inizio del percorso e sceglie il matrimonio come via di santità.
Porta di pazienza è quella che si apre nelle case di chi crede che l’educazione sia “cosa del cuore” e guarda al futuro dei figli non come a un problema ma come la più grande possibilità di lasciare dei segni nella vita di chi ti è affidato, perché la libertà sia guidata, accompagnata, non disordinata.
Porta di inquietudine è quella che rimane chiusa per indifferenza, per un’altra appartenenza, per il rifiuto di un Dio sconosciuto e imparato solo dalle “grida” della grande comunicazione di massa… 
In ogni casa sono stato preceduto dall’azione di Dio che è speranza, fede, carità, umiltà fedeltà, pazienza, inquietudine. Porto nel cuore i volti, i sorrisi, le lacrime, i silenzi, le paure, le domande… diventano preghiera, diventano Eucaristia.
Mentre per voi chiedo la grazia di fare concreta esperienza della Sua misericordia, aprendogli le porte del vostro cuore, vi chiedo di pregare per me perché non mi stanchi mai di essere come Lui pellegrino di speranza, nell’affidamento quotidiano della fede, con lo stile concreto della carità, con il tratto distintivo dell’umiltà, perché nella fedeltà alla mia vocazione sia paziente nel vivere il mio ministero, coltivando nel cuore l’inquietudine che mi spinga a cercare sempre nuove strade da percorrere perché nessuna porta rimanga chiusa alla Sua misericordia.
Dio vi benedica! Buon Natale!
don Roberto

venerdì 27 febbraio 2015

27 febbraio 2015, il compleanno del Papà


Dio è qui, sempre, ma non come esenzione dalla morte. Gesù mai ha promesso che i suoi non sarebbero morti. Per lui il bene più grande non è una vita lunghissima, un infinito sopravvivere. Per Gesù l'essenziale non è il non morire, ma il vivere. E il vivere una vita risorta (Pozzoli). L'eternità è già entrata in noi, entra in noi molto prima che accada, entra con la vita di fede, con i gesti del quotidiano amore. Il Signore ci insegna ad avere più paura di una vita sbagliata che non della morte. A temere di più una vita vuota e inutile che non l'ultima frontiera che oltrepasseremo aggrappandoci forte al cuore che non ci lascerà cadere. La vita eterna è la cosa più seria e più forte che Gesù ha preparato per noi. Chi ci separerò dall'amore di Cristo? Né angeli né demoni, né vita né morte, nulla ci potrà mai separare dall'amore di Dio (Rom 8,35-37). Questa certezza mi basta. Se Dio è amore, mi vendicherà della mia morte. La sua vendetta è la risurrezione, un amore mai più separato. Dio salva, è il suo nome. Salvare significa conservare. E nulla andrà perduto, non un affetto, non un bicchiere d'acqua fresca, neanche il più piccolo filo d'erba. 
Una preghiera per i defunti, forse la più bella, invoca: ammettili a godere la luce del tuo volto. I verbi della fede (adorare, lodare...) cedono ad un verbo umile e forte, inerme ed umanissimo: godere. La ragione cede alla gioia. La stessa fede cede al godimento. L'eternità fiorisce nei verbi della gioia, non nell'ansia del ragionamento. Perché Dio, nella sua più intima essenza, non risponde al nostro bisogno di spiegazioni, ma al nostro bisogno di felicità. Per lo spirito, ma anche per gli affetti, per il cuore, per gli occhi, per tutto il mio essere. L'esperienza dell'uomo dice che tutto va dalla vita verso la morte. La fede cristiana dichiara invece che dalla morte alla vita si svolge resistenza dell'uomo. Dal santuario di Dio che la terra e dove nessun uomo può restare a vivere, le porte della morte conducono verso l'esterno Ma su che cosa si aprono i battenti di questa porta? Non lo sai? Sulla vita!
Ermes Ronchi

Donaci di ritrovarci insieme.

lunedì 29 dicembre 2014

Stupita gratitudine

NATALE E SUBITO PASQUA
La morte improvvisa del mio Papà, domenica 21 dicembre, è stato un evento che ha condizionato e invitato a reinterpretare il clima natalizio per me ma anche per molti amici che hanno voluto far sentire a me, alla Mamma e ai miei fratelli, Elena e Alessandro, la loro vicinanza e la loro preghiera.
Come potete intuire sono ancora frastornato da una serie di eventi che sono accaduti in rapida successione, e mi hanno chiesto una partecipazione emotiva che non ho mai conosciuto prima. 
Vorrei però non perdere l’occasione per dirvi GRAZIE! Nei giorni che hanno preceduto le esequie, il giorno stesso dei funerali siamo stati inondati da centinaia di messaggi che ci hanno stupito e consolato, sostenuto e benedetto. La partecipazione al funerale del Papà è ad oggi uno degli eventi che più ha destato in me e nei miei cari meraviglia. Abbiamo voluto che fosse pur nel dolore una celebrazione che annunciasse la speranza cristiana della vittoria sulla morte. Sono grato a tutti coloro che hanno affollato la nostra piccola Chiesa e “paralizzato” il mio piccolo paese, come nella richiesta corale di un momento di riflessione. Sono grato al Vescovo Franco per la sua partecipazione discreta e coinvolta. Sono grato ai sacerdoti, a ciascuno di loro perché oltre alla tanta strada percorsa, essere presenti nel giorno che è antivigilia di Natale è significato cambiare programmi, trovare sostituti… Sono grato ai giovani che hanno cantato: Papà si commuoveva sempre nel sentire quei canti. Sono grato a tutti, proprio a tutti perché avete onorato il mio Papà: tutto il bene che ci avete regalato ritorni a voi arricchito da Colui che vede nel segreto e non dimentica. 
Ho fatto mie le parole di Benedetto XVI, riproposte anche nell’omelia:
“L’Incarnazione e la nascita di Gesù 
ci invitano già ad indirizzare lo sguardo verso la sua morte 
e la sua risurrezione... 
Ma proprio come l’alba precede e fa già presagire 
la luce del giorno, 
così il Natale annuncia già la Croce 
e la gloria della Risurrezione”.
La vostra presenza e il calore della vostra preghiera innalzata a Dio per noi, anche se non potendo essere presenti al momento del saluto, hanno rinnovato in noi la certezza della bellezza della fede e la bontà di appartenere ad un cammino di Chiesa che, pur nella sua fragilità, ha la forza di regalare fiducia e speranza.

Papà Pasquale dal cielo, come ha fatto sulla terra, vigili sul mio ministero di presbitero perché con la mia vita possa onorare la sua memoria.           

domenica 2 novembre 2014

Solennità di Tutti i Santi - Commemorazione dei fedeli defunti

Non si uccidono così anche i morti?

Caravaggio - Deposizione e sepoltura di Gesù
Ogni anno ritornano "i morti", giorno in cui si ricordano "quelli che se ne sono andati e non sono più qui". Fin dalla preistoria, da quando l’uomo è uomo, la morte è un enigma, un'ingiustizia vissuta dall’uomo come destino ma mai accolta con semplice naturalezza. Per chi muore, la morte è un evento sconosciuto: è la fine di tutto o l’apertura a un altro mondo? Per questo la paura della morte è innestata in ogni vita umana e di fatto è, come dice Giobbe, "la regina delle paure", la radice di tutte le paure. Per questo l'autore della Lettera agli Ebrei ha un'affermazione poco ricordata e meno ancora esplorata, ma di importanza decisiva per lo svelamento che contiene: "a causa della paura della morte, (gli esseri umani) sono soggetti ad alienazione per tutta la vita" (Ebrei 2,15).
Oggi accettiamo con difficoltà ancora maggiore di guardare alla morte, perché la nostra società assomiglia al palazzo che il padre di Gothama Buddha aveva costruito per il figlio: un luogo da cui era stato bandito ogni segno di malattia, di vecchiaia e di morte. Nonostante i media siano pieni di morte – morti spettacolari, vittime di guerra, di calamità naturali, di delitti e di incidenti stradali – oggi la morte è sistematicamente ritenuta oscena e rimossa. Ma questa è la morte degli altri, la morte che "fa notizia", tanto più spettacolare quanto meno è la mia morte. Così, il risultato di questo eccesso di rappresentazione provoca l'espulsione della morte dal nostro quotidiano e la rende lontana, improbabile per noi. La Stampa, 1 novembre 2009 

Sì, però i nostri morti? Prima o poi, infatti, muore anche qualcuno vicino a noi. E, a meno che non si tratti di un evento improvviso, anche per loro è in atto un processo che ce li rende sempre più estranei: il periodo finale della loro vita è tenuto lontano dal nostro quotidiano, in ospedale, in luoghi dedicati a malati "terminali", appunto. Altri sono deputati ad accompagnare chi muore e quando la morte sopraggiunge, tutto è approntato affinché il morto non torni neppure a casa ma, pur con tutti gli onori del funerale, raggiunga presto il cimitero dove, anche lì, c’è sempre meno spazio e tempo per i morti. Dopodiché ci si affretta a insegnare vie per "elaborare il lutto", perché si pensa che il dolore per la perdita di chi abbiamo amato e amiamo debba essere addolcito e fatto sparire il più in fretta possibile: occorre dimenticare, e l’oblio va accelerato... 

Questo tentativo di occultare la morte e dimenticare i morti lo ritroviamo presente anche nella macabra carnevalata celebrata come Halloween – festa estranea alla tradizione culturale italiana, ma impostasi per i suoi risvolti smaccatamente commerciali, all’insegna del principio che "tutto si può vendere e con tutto ci si può divertire" – in cui i bambini sono indotti a divertirsi parodiando la morte: è un tentativo disperato e antropologicamente falso di esorcizzare la morte. Distogliere lo sguardo da questo evento ineluttabile è impossibile, perché la morte è solo la forma più decisiva e definitiva della sofferenza che accompagna tutta la vita, e il dolore non può essere eliminato. Sicché la morte che si vorrebbe ignorare diventa oppressione, incubo, fantasma e noi restiamo inconsapevoli di cosa ci attende, alienati dalla paura della morte. Perché si è giunti oggi a questa parodia di un giorno che era umanissimo, un giorno di memoria che gli esseri umani – e solo loro – di tutte le culture hanno creato e vissuto con riti diversi ma sempre tesi a ricordare quanti li hanno preceduti nel cammino della vita e della morte e ad esercitarsi a vivere per loro segni di attenzione? Sembra impossibile questa spaventosa perdita di memoria. Ancora la mia generazione ha conosciuto questo bisogno della visita alle tombe delle persone amate: rito a volte addirittura settimanale, ma sentito come dovere assoluto in questa stagione autunnale, quando tutta la natura ci parla di una fine, una morte, un sonno e un riposo. Non c’entrava essere credenti o meno: c’era nel cuore una relazione d’amore vissuta, e questa abbisognava di essere ricordata e in qualche misura rivissuta.

D'altronde, tra tutti gli animali, solo l’essere umano ha sentito da sempre il bisogno di dare sepoltura a chi moriva e di porre un segno visibile e tangibile dove il corpo aveva raggiunto la terra e si era unito ad essa per sempre. Ecco allora la necessità umanissima di recarsi alla tomba, specie in occasione di ricorrenze personali – come l’anniversario della morte o della nascita – o di commemorazioni collettive, come il "giorno dei morti" o quello dei "caduti". Ripulire la tomba, lavare la pietra che reca impresso il ricordo, ornarla di fiori, illuminarla di un lume sono tutti gesti tesi a celebrare il morto e a ravvivare la comunione vitale con lui. Culto di morte? Piuttosto, in un certo senso, culto dei morti: in questi gesti non c’è venerazione per dei cadaveri né tanto meno evocazione di spiriti, bensì il desiderio di accendere un rapporto impossibile nel presente, ma che nel passato è stato autentico, significativo, vitale. Bisogno di raccoglimento, di un momento di sobria tristezza e di contenuta nostalgia per storie umane, difficili e faticose, ma nelle quali si è trovato senso che non può essere scomparso con la morte.


Ma ora che la chiesa "permette" la cremazione, cioè di ridurre subito il corpo in poca cenere, sorgono nuovi problemi: dove deporre le urne se non sono previsti appositi luoghi che le raccolgano consentendo che svolgano la loro funzione di memoriale, di "sito" di un corpo morto ma del quale sentiamo il bisogno di una localizzazione? Saranno custoditi in casa in un'ottica feticistica che vuole eliminare la distanza posta dalla morte? Saranno disperse nei fiumi o in mare o al vento, in una ideologia new age che dissolve la persona, la storia e il rapporto personale di comunione con Dio? E per i cristiani la sacramentalità della morte di Gesù, sepolto nella terra, come potrà essere mantenuta e restare esemplare? Nella celebrazione della "festa di Ognissanti" i cristiani affermano infatti di "leggere" i morti nella speranza di una grande comunione in cui la morte è stata vinta, vinta dall’amore umano vissuto fino all'estremo da Gesù di Nazaret. Eros e Thanatos, Amore e Morte: ecco il duello vero e definitivo, un duello che per i cristiani è già avvenuto perché ormai sulla morte regna l'amore, ma un duello cui possiamo partecipare ancora oggi. Quando rinnoviamo l'amore per i nostri cari che sono morti, noi vinciamo la morte perché rinnoviamo una relazione vitale, mentre essere immemori dei morti e sgomenti di fronte alla propria morte significa non essere realmente e autenticamente persone vive. L'amore ci fa sentire nemica la morte, ma l’amore per chi è morto ci può parlare della vita.
Enzo Bianchi - Priore del monastero di Bose 

sabato 13 settembre 2014

Un anno insieme 14 settembre 2013 - 14 settembre 2014

Un anno fa per la prima volta presiedevo l’Eucaristia nella nostra Unità Pastorale. Come ogni ricorrenza anche questa può essere letta in modi diversi: “è già passato un anno”, “aspettiamo un po’ di vedere, è solo un anno che è qui”. Ringrazio tutti coloro che in questo anno mi hanno fatto sentire a casa: quanti hanno considerato come il mio accettare questo incarico fosse per me davvero un radicale cambiamento di vita; quanti non si sono limitati a caricarmi del peso della guida, per poi criticarla quando non è stata “adeguata” o “gradita”, ma che l’hanno condivisa proponendo strade da percorrere, invitandomi a riconsiderare una proposta, accogliendo con gioia le iniziative; quanti vedendo in me il pastore non hanno perso tempo in sterili confronti con il passato, ma godendo del bene ricevuto dal ministero di don Angelo, hanno saputo appassionarsi alla propria Parrocchia e alla ComUnità con disponibilità; quanti non mi hanno misurato per la lunghezza della messa, o per aver dato ordine al numero delle celebrazioni eucaristiche, ma che hanno fatto dell’Eucaristia il luogo dell’ascolto e della condivisione; quanti hanno avuto l’umiltà di rivedere un giudizio e di saper leggere la novità non come pallino del nuovo parroco, ma come occasione per vivere in modo nuovo esperienze amate; quanti mi hanno chiamato per chiedermi “come sta” e si sono preoccupati del bene della mia famiglia; quanti non pensano che se non vado ogni mese a trovare gli ammalati mi disinteressi di loro; quanti non sono impazienti se non mi trovano al primo tentativo e che non cianciano dicendo “non c’è mai”; quanti si preoccupano della mia salute e mi chiedono di avere cura di me. 
So bene che avrei potuto fare di più e meglio. So bene che dovete accettare il limite dell’inesperienza, ma sono sincero nel dirvi che ho provato ogni giorno ad essere un pastore buono. Perché lo sia realmente ho bisogno della grazia di Dio e della vostra preghiera. Così anche chi guarda con nostalgia al passato, chi si è sentito trascurato, chi pensa di averci perso con il mio arrivo ha la possibilità di abbandonare la strada sterile della lamentela e della mormorazione per trasformarla in ragionevole proposta, in entusiasta esortazione, in pressante invito, in condiviso desiderio. 
Riparto allora come un anno fa dalla Festa dell’Esaltazione della Croce, mi ricorda che “il pastore buono dà la vita per le sue pecore”. 

Riscelgo di cercare ogni giorno di essere un pastore buono. 
Pregate per me.
(Enoch, Editoriale di ComUnità, 14 settembre 2014)

domenica 20 aprile 2014

Pasqua nella Risurrezione del Signore

Una Pasqua di rinascita
Dopo l’abbandono al Padre, là nel Getsemani, il volto del Maestro è diventato severo, indurito direbbe Luca. Non ostentata supponenza ma decisa determinazione “non come voglio io, ma come vuoi tu”. L’ho visto non indietreggiare davanti all’amico che veniva per consegnarlo alla morte e ho pensato a coloro che sono capaci di un’amicizia autentica, fedele, dolce e premurosa. Chiedo che per voi amici sia Pasqua nella rinascita di un’amicizia che ha l’intensità del profumo, e della vita donata con gratuità ancora, anche a me.
L’ho visto stare di fronte al potere del male in silenzio, mite e paziente… caricato della croce, e ho pensato al dolore di chi subisce il male e non sbraita e non rivendica e in silenzio prega e se osa parlare è solo per dire “se ho parlato bene perché mi hai colpito?”. Chiedo che per voi sofferenti sia Pasqua nella rinascita della speranza che “niente ci può separare dall’amore di Dio in Cristo Gesù”.
L’ho visto aiutato da uno sconosciuto, che ha i tratti del buon samaritano, e ho pensato a coloro che ogni giorno mi parlano della vita come dono, quotidiano martirio. Passione delle pazienze, amore appassionato per coloro che la vita e la Provvidenza vi ha consegnato come prossimi: piccoli o grandi, sani o malati, facili da amare o difficili da amare. Chiedo che per voi sia Pasqua nella rinascita della fiducia che è una vita spesa bene quella che ha a cuore il bene dell’altro.
L’ho visto accanto a Maria, la sua mamma, e l’ho pensato bambino, ho gioito per il dono di maternità compiute e di maternità attese con pazienza. Ho nel cuore le confidenze di mamme sole, preoccupate, impaurite. Chiedo che per voi mamme sia Pasqua nella rinascita della consapevolezza che ogni giorno attendete, custodite e donate la vita, collaboratrici di Dio, autrici di vita…
L’ho visto dire parole di tenerezza ad uno che non merita niente, se non la galera, e ho pensato al bisogno che ho, che abbiamo di un perdono autentico di una parola che scaldi il cuore, di un’esperienza di Dio che ridia senso e gioia ai gesti che compiamo, alle parole che diciamo. Chiedo per voi, come anche per me peccatore, che sia Pasqua, una buona Pasqua di amicizia, speranza, fiducia, vita e tenerezza.

mercoledì 25 dicembre 2013

Benvenuti nel mio presepio

Non mi hanno mai ispirato molta simpatia i messaggi di auguri telematici inviati ad una segreta lista di indirizzi e per quanto alcuni auguri siano curati e interessanti, non riescono a darmi il calore della parola che diventa lettera o biglietto.
Così nell’accettare che il mio augurio quest’anno sia affidato alle pagine della Stanza di Enoch so di entrare in un compromesso che, se da una parte mi toglie la possibilità di dire ad alcuni amici o ai miei famigliari una parola personale, consente a molti, anche a chi mi conosce poco, di leggere una parola che vuole essere una benedizione.

Vi invito ad entrare nel mio presepe.

Quest’anno il mio presepe si distende su un vasto territorio, quello dei Comuni di Castelnuovo Bozzente e Beregazzo con Figliaro
In queste prime settimane ho imparato la geografia del mio presepio e così se posso percorrere una “classica” via Roma e una più “storica” via XXV aprile, posso imbattermi anche in via Digaa, via Ceree e via Firagnino…
Ma il mio presepio è bello perché è ricco di tanti personaggi.
Innanzitutto ci sono tanti bambini: hanno il volto dei miei piccoli amici dell’Oratorio e della Scuola di Sesto Calende e i miei nuovi amici delle Scuole dell’Infanzia di Castelnuovo e Figliaro e degli Oratori. I bambini e i ragazzi mi comunicano affetto e tantissima serenità.
I volti e le storie di questi bambini mi invitano ad espandere i confini del mio presepio fino ai confini del mondo perché ogni bambino riceva affetto, gioia e amorose cure.
I giovani li incontro alla Locanda di Emmaus che più che essere un luogo è un’esperienza che ha il sapore dell’amicizia e dell’impegno, della gratitudine e dello stupore. Un’esperienza che ha regalato emozioni, gioia, meraviglia…
Tanti anni spesi accanto ai giovani fanno nascere in me la preghiera che chiunque è alla ricerca del senso della propria esistenza possa trovare in un adulto la stima e la fiducia necessarie per alimentare il coraggio di scelte grandi e definitive.
Ci sono molti amici nel mio presepio, non li posso elencare tutti ma chi sta leggendo sa riconoscersi in questo gruppo. Tra loro c’è chi incontro raramente e sento in qualche occasione particolare. Ci sono alcuni che sono fedeli nel loro affetto e nella loro stima anche se da me ricevono poco. I miei amici sono quelli che hanno messo a disposizione ore di lavoro per aiutarmi nel trasloco. Alcuni tra loro mi riconoscono meriti davvero esagerati. I mei amici sono coloro che non pretendono che sia diverso da quello che sono e mi ricordano che la mia vita è un dono gratuito, anche se talora vorrebbero che trovassi il tempo per una cena nella loro casa o un confronto pacato e sereno.
Gli amici mi ricordano come Dio in Gesù non abbia timore a chiamarmi amico… per loro chiedo il dono della fedeltà perché gli amici veri sono una protezione potente, un balsamo di vita.
Ecco i pastori, sono molti. Ma tra loro alcuni per me sono o sono diventati speciali. C’è don Franco il Parroco di Induno Olona che mi esorta sempre a lodare Dio per avermi chiamato al ministero e per avermi regalato un’umanità ricca. C’è don Franco di Concenedo che veglia su di me fin dai miei primi passi nel ministero. Un pastore che sto imparando a conoscere è don Virginio che mi è stato donato come primo collaboratore. Ne apprezzo disponibilità, intelligenza e pacatezza entro una vita spirituale intensa alimentata dall’insegnamento di un autentico maestro della dimensione contemplativa della vita, il Cardinale Carlo Maria Martini. Don Angelo, il mio predecessore, tende a nascondersi ma anche a lui devo molto di questo mio inizio di ministero. La sua premura nell’introdurmi al mio nuovo incarico rimane una delle esperienze più significative di questo anno. Infine ecco don AngeloMaffioli per trentasei anni Parroco della mia parrocchia di origine, colui che mi ha accompagnato in Seminario. Ha compiuto il cammino dei suoi giorni il giorno dopo il mio ingresso come Parroco; condividere con me questo evento era un suo desiderio. Continuo ad affidarlo al Signore perché riceva il premio del sacerdote buono e fedele. Ora ancora di più so che posso contare sulla sua paterna intercessione.
L’espressione ormai diventata famosa di Papa Francesco «Questo vi chiedo: di essere pastori con “l'odore delle pecore”, pastori in mezzo al proprio gregge, e pescatori di uomini» mi ricorda i pastori che ho messo nel mio presepio. Chiedo al Signore di essere anch’io un pastore buono, mentre vi invito a pregare per il discernimento del caro Gregorio, seminarista di Beregazzo.
Nel mio presepio potete incontrare tanti malati, sarei lieto di presentarli uno ad uno perché nelle loro vite oggi si scrive il mistero di Dio piccolo, fragile e sofferente. Avrei voluto incontrarli tutti con calma, dedicando loro tempo e amore.
Vi chiedo una preghiera particolare per quanti stanno attraversando un tempo di malattia che ha oscurato il sole della speranza, per le giovani mamme e i giovani papà, per chi è solo…
Una preghiera particolare anche per il mio Papà Pasquale che sta vivendo giorni faticosi di malattia e vivrà questo Natale in ospedale.
Nel mio presepio ci sono anche coloro che ho deluso, e coloro che mi hanno rivolto parole male dette. Ci sono perché mi chiedono di essere umile e paziente.
Come sarebbe bello che la franchezza nel dire le proprie ragioni avesse sempre come sapore quello della carità e non quello della vendetta o della rivendicazione.
Nel mio presepio ci sono montagne di scatoloni usati per il mio trasloco, lì accanto trovate la mia Mamma e il mio Papà, straordinari. Sì straordinari lavoratori nei mesi estivi, straordinari nel rendere la mia nuova casa accogliente. Straordinari nel modellare la loro vita sulla mia.
Intorno alla capanna ci sono i bambini che ho battezzato in questi mesi, sono i mie angeli, creature che mi parlano di Cielo.
Nella capanna c’è lei, Maria, ha il volto delle donne che attendono la nascita del loro bambino, alcune tra loro stanno vivendo una gravidanza insperata, profondamente attesa, più forte della malattia…
Giuseppe ha il volto dei papà che hanno perso il lavoro, di chi lotta ogni giorno per dare un futuro ai propri figli, di chi non ha perso la speranza anche quando molte porte sono state chiuse.
E io dove mi metto? Avrei voluto poter offrire la tenerezza dei bambini, la passione dei giovani, la gratuità dell’amico, la fedeltà del pastore buono, la pazienza del malato, l’accoglienza di una mamma, la tenacia di un papà… Invece sono arrivato a questo Natale con la sensazione di non avere un cuore preparato. Nel mio presepe allora sono la mangiatoia, culla improvvisata, inadatta: confido nei colpi di pialla di Giuseppe per smussare qualche sporgenza pungente, e confido nelle fasce di Maria che mi rivestano di misericordia.
Buon Natale a te che entri nel presepio della mia vita.

Gesù Bambino, Dio con noi, ti benedica!

lunedì 18 novembre 2013

Il mio parroco don Angelo

Don Angelo Maffioli oggi avrebbe compiuto 80 anni. Il 12 novembre la sua vita nel tempo si è conclusa per aprirsi all'eternità. 
Don Angelo desiderava arrivare a questo traguardo e voleva che fosse celebrato insieme alla gratitudine per la mia nomina a parroco: "dobbiamo fare festa perché sei il primo sacerdote diocesano di Cocquio a diventare parroco". 
Pubblico quanto avevo scritto il 6 maggio del 2008 in occasione del cinquantesimo di ordinazione sacerdotale. L'avevo intitolato DON ANGELO UN VERO ...ISSIMO", perché quando eravamo in oratorio ci proponeva di essere "issimi" in tutto quello che eravamo chiamati a compiere.

Raccogliere in un pugno di parole cinquant’anni di ministero, dei quali trentuno spesi incrociando la mia vita, penso sia un’impresa che da subito mi pare sproporzionata. Mi affido dunque innanzitutto alla tua bontà e alla tua pazienza caro don Angelo, assicurandoti che tutto quello che la parola non saprà illustrare o far intuire, la preghiera farà diventare intercessione, gratitudine e benedizione.
Sei arrivato quando avevo appena compiuto otto anni, e raccogliendo la preziosa e faticosa eredità di don Italo, hai continuato l’opera che lui aveva iniziato donandomi il battesimo.
Di quei primi anni ricordo in modo vivido il tuo stile nel celebrare l’Eucaristia, il tuo stare con i bambini, l’intuizione di far venire in oratorio i seminaristi del liceo e poi il mitico campeggio.
Ma andiamo con ordine.
La celebrazione della Messa. Penso che il desiderio di essere prete sia nato in me molto presto, ma ho chiarissima la memoria di una celebrazione eucaristica in un giorno feriale, quando c’era ancora l’altare “vecchio”, mi colpì quel modo pacato e intenso di parlare di Lui, con Lui, e dentro di me si è mosso un desiderio: “anch’io vorrei essere così”. Sai don Angelo, in molti mi dicono che celebro con intensità l’Eucaristia, loro non lo sanno, ma io lo so, chi mi ha insegnato a fare i primi passi in questo mistero.
Lo stare con i bambini. Venivi da un Oratorio mega, anni bellissimi da “coadiutore” tra i ragazzi. Tutti ci ricordiamo i giovani che venivano a trovarti (lo fanno ancora adesso!). Tu stavi con noi: dopo la messa, al catechismo, sempre presente in oratorio. Quest’anno vivrò il mio ventiduesimo “oratorio feriale”, sto in mezzo ai bambini e mi vogliono bene. Loro non lo sanno, ma io lo so, dove e con chi ho iniziato ad amare l’oratorio.
“Che bello ci sono i seminaristi!” li aspettavamo proprio questi ragazzi più grandi che venivano a farci giocare e condividevano con noi il “momento di preghiera”. Chissà quante volte ti sei chiesto se qualcuno dei tuoi ragazzi sarebbe stato come loro. Come ogni prete hai pregato con questa intenzione. Anche a quei ragazzi devo qualcosa della mia scelta “bambina” e coraggiosa di entrare in Seminario, non ancora dodicenne, ma tu mi hai accompagnato in Seminario e so che su di me, anche quando non lo capivo, hai vegliato.
Il campeggio poi è stata la novità che ha ribaltato la nostra comunità e la storia di tante famiglie, bambini e ragazzi. Erano le tue, le nostre vacanze… I ricordi si rincorrono: le camminate, le serate, la chiesetta, il pediluvio, la fontana, il Chardon… Anche quest’anno camminerò su sentieri di montagna, dei bambini metteranno i loro piedi dove io li avrò messi, ascolteranno con me le voci della natura e impareranno a guardare il cielo stellato. Loro non lo sanno, ma io so, chi mi ha fatto incontrare Dio nello stupore del creato.
Durante il tempo del seminario l’estate era il tempo del “lavorare insieme”. Quante cose ho imparato che ancora oggi propongo o vivo: il gioco, la cura dei particolari, la fotografia… Quanta strada insieme, cercando di essere”issimo” in ogni cosa, anche perché tu fossi contento di me.
Le difficoltà, le incomprensioni le abbiamo superate. Ho imparato ad apprezzare il tuo stile essenziale, il tuo non essere mai banale, il tuo entusiasmo.
Colgo l’occasione per chiederti scusa, perché non sempre sono un figlio grato e spesso mi faccio attendere.
È anche l’occasione per dirti grazie: sono diventato grande nella nostra Comunità di Cocquio, Parrocchia della Purificazione di Maria Vergine, sono stato ordinato diacono e presbitero, sono un tuo confratello, ma da sempre e per sempre tu sarai il “mio” parroco.

In questi ultimi anni l'accoglienza lucida e la sopportazione serena della malattia hanno esaltato la bontà del tuo cuore. Sono certo che tu abbia offerto per me, per il mio ministero un po' della tua fatica e della tua sofferenza. 
Continua a vegliare su di me. 

Il Signore ti benedica e ti custodisca.
Il Signore faccia brillare il suo volto sul tuo volto
e sia con te misericordioso.
Il Signore volga il suo sguardo su di te
e ti doni la sua pace.
Dio benedica te, don Angelo.




Riapre La Stanza di Enoch

Cara amica, caro amico, torno in questa stanza come si torna in un posto che si è amato e poi a lungo trascurato. Ho scelto di riaprire La S...