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sabato 10 ottobre 2020

Diacono per sempre

 

  "Il diacono è colui che deve sollecitare, 

stimolare il servizio di tutta la Chiesa... 

Lui è il segno provocatore, 

colui che fa di sé una provocazione. 

Come quelle persone che disturbano i sogni degli altri. 

Lui è il segno provocatore del servizio di tutta la comunità".

(don Tonino Bello)

martedì 11 giugno 2019

11 giugno 2019 - XXV di Ordinazione sacerdotale


Vi invito a rinnovare lo stupore. Lo stupore per questo evento che è la mia vita, per esserne parte voi tutti che oggi siete qui. Lo stupore per essere stato riservato per l’opera alla quale sono stato chiamato, per la preghiera e l’imposizione delle mani del Cardinale Arcivescovo Carlo Maria Martini, per un ministero che sempre sento mi supera, anche se mi affatico, anche se lotto.
Ringrazio il Signore perché anche io, come Barnaba, ho visto la grazia in ogni luogo in cui la Provvidenza di Dio mi ha condotto. I primi mesi vissuti in Valsassina, a Barzio, in un posto che non conoscevo, in mezzo a persone che erano lì per fare le vacanze: una pastorale strana, ma anche lì ho incontrato il Signore e amici con i quali ho condiviso un buon tratto di cammino.
Poi gli anni sofferti e intensi di Fagnano Olona: sono sempre stupito dall’amicizia che alcune persone ancora oggi custodiscono, nonostante io abbia vissuto lì così poco tempo. Da tante famiglie, in particolare, ho imparato la ferialità della fede, soprattutto dalle famiglie coi bambini piccoli che visitato e che mi aprivano la loro casa per il caffè, per la cena.
Poi gli anni di Lazzate, con quell’impegno a capofitto tra i ragazzi nell’Oratorio, la Scuola, nella Polisportiva, la vita in parrocchia con tanti incontri che ancora oggi custodisco nel cuore.
Sesto Calende mi ha regalato, oltre che al ministero in Parrocchia, in Oratorio, in Decanato, nella Polisportiva e nella meravigliosa avventura del Centro Studi Angelo dell’Acqua, la gioia di incontrare un pastore che mi ha insegnato un po’ ad essere parroco, perché non sempre sono stati anni facili e incontrare don Franco è stato sicuramente uno dei doni più grandi di questi anni e ha continuato ad essere non solo parroco ma anche padre. E continua ad esserlo. Così per me lui non è un amico, è davvero un padre.
Poi sono arrivato qui, senza esperienza, per essere parroco e sto imparando ad esserlo, accettando, con talora eccessiva sofferenza, il mio essere inadeguato.
Ho visto la grazia di questi 25 anni in quei bambini, ragazzi, adolescenti e giovani che sono cresciuti e ora sono qui sposi, padri, madri… Ho avuto in dono l’amicizia di molti, la stima e l’affetto di moltissimi. Che cosa possiedo che non abbia ricevuto come dono?
A motivo del mio temperamento un po’ perfezionista e, a volte, troppo sensibile, sono stato incapace di rallegrarmi sempre ma ogni volta che vedo qualcuno che ho accompagnato, conosciuto, vivere una vita piena, gioisco profondamente. Ho esortato molti a stare nel Signore, ma avrei potuto fare molto di più. Ho avuto stupendi collaboratori. La benedizione di accompagnare la storia di vocazione di amici che sono per me un’autentica benedizione. Ho avuto la gioia di avere a Lazzate i seminaristi in parrocchia e questa gioia si è ripetuta qui, anche nelle nostre comunità. L’esperienza più luminosa rimane quella che ho condiviso con don Fabio. A lui dico che “è la mia consolazione” perché la sua vocazione è cresciuta in quegli anni in cui ero a Lazzate e perché l’ha sempre condivisa con me, con quella semplicità di chi si vuole bene. Spesso non ho saputo custodire i doni che mi sono stati offerti, la richiesta di essere ascoltato, la condivisione del cammino, la pazienza dell’attesa. Io sono profondamente grato a tutti coloro che con tenacia mi hanno custodito attraverso il ricordo ma, soprattutto, attraverso quella carità somma che è la preghiera.
Per tutti voi che siete qui oggi la mia più profonda gratitudine perché so che la vostra presenza vuole dirmi un bene ricevuto, sappiate che anche io ho ricevuto tanto.
In questi venticinque anni una presenza costante è stata quella della mia famiglia. Oggi è qui la mia Mamma con i miei fratelli e le loro famiglie. Il mio Papà ci ha lasciato quasi cinque anni fa, di quel giorno ricordo tutto: da Massimo che viene ad annunciarmi che papà non sta bene, a Michele e Massimo che mi portano a casa e poi gli amici che erano intorno a lui per cercare di rianimarlo. In quei giorni ci siete stati, in tanti, a farci sentire che la fede unisce certo nella consapevolezza che siamo chiamati all’eternità ma che l’amicizia sostiene il momento duro del dolore e della morte. La mia famiglia c’è sempre stata e ringrazio per questo dono che credo sia davvero straordinario. Gratuitamente ho ricevuto, gratuitamente cerco di dare. Ancora sono chiamato, strada facendo, a predicare il Vangelo, dicendo a tutti che il Regno di Dio è vicino. Non so guarire gli infermi e neanche risuscitare i morti, o purificare i lebbrosi o scacciare i demoni, quello che so è che ogni giorno cerco di donare la mia vita, come sono capace - certo -, a volte mi arrabbio di non essere più capace, ma sicuramente con tutto l’amore di cui sono capace. Questa sera, allora, vi chiedo in dono la preghiera: pregate e chiedete al Signore che, spinto dall’amore di Cristo, sia sempre stupito dell’essere stato chiamato al ministero, che cerchi di essere umile nel custodire questo dono, che abbia tanta pazienza con me stesso e con le fatiche di ogni giorno, che abiti il mio cuore con sempre maggiore gioia e che si veda sul mio volto, che abbia il desiderio unicamente di gridare a tutti che il Signore che chiama è fedele. Io credo che allora, come in quel giorno dell’Ordinazione, mentre il Cardinale teneva le mani sul mio capo, ho chiesto la santità della vita, la mia vita sarà santa e al servizio e sarà una benedizione. 
Dio vi benedica! 

lunedì 10 giugno 2019

10 giugno 2019


Dio chiamò Adamo e gli disse «Dove sei?». Sento questa chiamata anche per me, perché so dove sono, anche se molti miei parrocchiani mi domandano sempre “dove sei?” perché quando mi cercano apparentemente non ci sono proprio mai. So dove sono nel senso non tanto di dove abito, di dove servo, ma di dove mi trovo in questo momento della mia vita in cui celebro questa memoria grata del dono del ministero presbiterale che giunge al XXV anno, nell'anno in cui compirò 50 anni. Credo di sapere di essere ancora in cammino, di non essere nascosto, di sentirmi sempre povero, nudo ma di non nascondermi. Credo anche di non avere paura di questo Dio che di giorno in giorno imparo a conoscere, ma certo sento tutta la responsabilità di questo essere cercato, essere chiamato per nome, di questa Sua volontà di non lasciarmi mai e della percezione forte di questi anni di non esser stato lasciato mai, di non aver mai perso il contatto con Lui, anche perché privilegio assoluto è quello di poter, ogni giorno, celebrare l’Eucaristia, invocare la Sua presenza, accoglierla nella fragilità delle mie mani e della mia vita. Pur sapendo che quel Mistero mi supera, mi attraversa, mi avvolge, a volte mi sconvolge, sono in cammino con il Signore, per il Signore, verso di Lui e lo sono insieme a tante persone. In questi giorni nei quali ho condiviso con alcuni questa gratitudine invitando alla preghiera, mi sono sorpreso della memoria colma di tanti eventi che hanno segnato questi anni. Ci sono innanzitutto gli eventi lieti, quelli che mi hanno fatto gioire nell’essere presbitero perché li ho vissuti con l’intensità della felicità, della letizia. Ci sono i momenti duri, quelli vissuti personalmente ma anche quelli che ho condiviso con le persone che mi sono state affidate. Momenti nei quali anch’io ho cercato il volto di Dio che pareva velato da quelle situazioni così dolorose e che mi chiedevano, più che una parola, una presenza spesso fatta di un silenzio colmo di rispetto. Mi trovo quindi ad essere in cammino e sono lieto di viverlo in questa esperienza di Chiesa, perché la chiesa, fin da quando sono bambino, mi ha accompagnato. Ripenso a che cos’è per me la Chiesa e la rivedo nella mia famiglia, fatta di persone che si sono incontrate qui, da una parte all’altra dell’Italia, dalla Puglia al Veneto, migranti che portavano con loro le storie dei loro paesi il loro modo di celebrare Dio e di viverlo; poi la Chiesa che è la casa dei miei nonni, la preghiera in ginocchio sulla sedia del mio nonno Giovanni o il rosario tra le mani della nonna Gisella, rosario che mi faceva sorridere perché detto velocemente mezzo in italiano e mezzo in dialetto, che faceva però sentire Dio più vicino. Ancora, i luoghi dove sono cresciuto nella fede, e poi quell’esperienza straordinaria che è stato il Seminario, che è stato casa mia per tantissimi anni, perché tredici anni sono stati di più degli anni che ho vissuto a casa. Poi tutte le comunità che ho incontrato fino a qui, fino a voi, queste mie comunità, questo decanato, questi confratelli che ringrazio di essere qui stasera per aver accolto anche l’invito a condividere insieme quella quotidianità che è il mangiare insieme.
Mi trovo ad essere in cammino. Non ho paura, mi sento un po’ povero e un po’ nudo ma non mi nascondo e cerco di rispondere a questo Signore che chiama, perché mi ha chiamato sempre, anche quando mi sono ritrovato distante da Lui. Dove abbondò il peccato sovrabbondò la grazia: è una di quelle espressioni che si usano spesso, un po’ perché risuonano con forza e ad effetto. In realtà penso che quanto più uno cerca di avvicinarsi a Dio più sente come questo mistero di Dio sia così grande e scopre che ogni forma di peccato è qualcosa che fa piangere non Dio ma il cuore. Il perdono diventa allora curare una ferita, che purtroppo non si rimargina perché il peccato  è accovacciato alla porta, perché la fragilità è sempre troppo grande, perché uno cerca di rispondere a questa chiamata e lo fa con tutte le forze, con tutto l’amore ma poi si ritrova spesso un po’ rannicchiato sul proprio limite e ha bisogno che sia sempre questa grazia sovrabbondante che ti riplasmi e ti ridica che tu sei degno perché sei figlio, che la tua dignità è essere figlio di Dio e che non c’è nulla che ti può separare dall’amore di Dio in Cristo Gesù.
Infine, in questa festa in cui contempliamo Maria madre della Chiesa, ci viene consegnato questo momento in cui Gesù sta vivendo il vertice del peccato, del rifiuto, dell’indifferenza e in quel momento pensa ancora ai suoi discepoli e non vuole che siano soli, smarriti, attenderanno il dono dello Spirito ma intanto hanno bisogno di una mamma, hanno bisogno di qualcuno che racconti di questo Gesù Maestro e Signore, della sua vita, di quel tempo “oscuro” ma luminoso che è il tempo di Nazareth nel quale il Maestro ha imparato la vita proprio da questa Madre e da tutti coloro che lo hanno istruito, guidato a leggere i segni nella natura, nella realtà quotidiana fatta di lavoro, di fatica, nel cibo, nel cielo, nei prati, nella ricchezza del lago… gli hanno insegnato la vita. Gesù ci consegna Maria perché ci racconti di Gesù, perché ci parli di Lui bambino, di Lui uomo, di Lui maestro, di Lui Signore, di Lui risorto. E io che non sono uno dei più fedeli sacerdoti mariani, sento sempre questa parola «Donna, ecco tuo figlio» come un’esortazione, come un invito a non sentirmi mai da solo perché accompagnato da Maria. Ho allora una preghiera da chiedervi, per me ma credo anche per ogni presbitero: la preghiera di rispondere sempre a questa chiamata, anche quando ci sentiamo inadeguati, anche quando la nudità sembra così grande e la fragilità troppo da portare. Vi chiedo di non dubitare mai del perdono, del perdono accolto e del perdono donato, di trovare sempre in Maria colei che vi racconta di Gesù e vi porta a Lui, di invocarla spesso anche perché mantenga il cuore fedele. Vi chiedo poi di pregare il Signore perché ogni giorno, concludendo le giornate a volte ricche di imprevisti, dove non riesci a fare quello che vorresti, quando pensi che essere presbitero, essere parroco dovrebbe essere un’altra cosa e che i tempi non sono mai quelli che tu vorresti dedicare alla preghiera, alla predicazione, al confessionale, all’accompagnamento spirituale ma tempi presi da altre preoccupazioni… chiedete al Signore, per me e per noi, che possiamo dire al termine di ogni giornata “tutto è compiuto”, perché il Signore trovi nella nostra risposta alla sua chiamata uomini che non hanno paura, che confidano nel perdono, e che si lasciano abbracciare e accompagnare dalla sua stessa Madre. 

sabato 11 maggio 2019

Rendete Grazie con me!

Inizia il mese che mi conduce alla memoria 
del mio venticinquesimo anno di ordinazione, 
vi chiedo la grazia della preghiera. 
Mi permetto di chiedervi di pregare con me e per me 
ogni giorno 
le parole che accompagnarono i mesi prima dell'ordinazione presbiterale.


Padre della vita 
e dell’amore,
ci affidiamo a Te.
Nelle tue mani 
riponiamo i nostri desideri
e le nostre fragilità;
dalle Tue mani 
attendiamo la grazia
di essere viventi segni
del tuo amore.

Per Tuo Figlio
doniamo tutta la nostra vita
a servizio del Regno: 
è lo Spirito del Risorto
che ci spinge
e ci accompagna
sui sentieri dell’amore 
e della croce.

Avvolgici,
Padre Santo,
fra le braccia della Tua grazia,
perché non venga meno 
nei nostri cuori
la certezza e  la consolazione
di essere sospinti
dal Tuo amore.

Amen

Riapre La Stanza di Enoch

Cara amica, caro amico, torno in questa stanza come si torna in un posto che si è amato e poi a lungo trascurato. Ho scelto di riaprire La S...