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mercoledì 21 settembre 2022

Tenendo fisso lo sguardo su Gesù - Omelia nel giorno del ringraziamento per i nove anni vissuti a Beregazzo con Figliaro, Castelnuovo Bozzente e Binago

Omelia nel giorno di ringraziamento al termine dei nove anni vissuti come Parroco 
nelle Parrocchie di Beregazzo, Figliaro, Castelnuovo Bozzente e Binago


Video omelia 18 settembre 2022

TENENDO FISSO LO SGARDO SU GESU'


«Non potevi dire di no?»

Molte volte in queste settimane mi sono sentito rivolgere questa domanda. La risposta che ho dato è nata dal sentire per me vere due esperienze: la prima è legata ad una promessa che ho fatto il giorno della mia ordinazione presbiterale. Promettendo filiale rispetto e obbedienza ho detto ad alta voce che la mia libertà è orientata a compiere la volontà di Dio dentro la vita della Chiesa di Milano rappresentata dal suo Vescovo, questo orientamento è così deciso che anche se il Vescovo mi chiedesse qualcosa che mi potrebbe apparire non corrispondente al bene che ritengo per me, io sarei, io sono disposto ad obbedire. La seconda esperienza nasce dal vissuto di questi anni tra voi. In questo camminare insieme spesso vi ho esortato a scorgere la presenza di Dio in tutto quello che viviamo, vi ho invitato a considerare come «tutto concorre al bene di coloro che credono in Dio». Come avrei potuto dire di no nel momento in cui veniva chiesto a me di porre una fiducia più grande nel Signore buono e fedele?

In queste settimane ho ricevuto dal Signore il dono di una profonda serenità interiore. Ciò non significa che io non senta la tristezza di questo momento nel quale devo accettare che rapporti di autentica e reciproca amicizia, di squisita e consolante stima debbano necessariamente modificarsi, non tanto nella loro qualità quanto piuttosto per una minore possibilità di condivisione, di facilità di incontro, di consuetudine nel vivere una celebrazione… 

Questa serenità nasce dalla moltitudine di testimoni che in questi nove anni mi hanno accompagnato. Questi testimoni hanno camminato con me, anzi hanno corso con me aiutandomi a tenere fisso lo sguardo su Gesù, anche quando avrei potuto fermarmi a motivo dei pregiudizi, delle incomprensioni, delle divergenze di opinione.

Ho molti grazie da dire oggi.

Grazie alle famiglie che nel gennaio 2014 mi hanno affidato i loro figli per quella prima indimenticabile esperienza di vacanza comunitaria a Brusson. Quei genitori, senza saperlo, aprendo il cuore alla fiducia, hanno iniziato a scrivere la storia nuova delle nostre Comunità. La novità di quella proposta e il desiderio di vivere la possibilità dello stare insieme in un contesto nuovo, diverso, sconosciuto hanno innescato quella sequenza di eventi che oggi ci fanno guardare al cammino compiuto con letizia.

Grazie alle persone appassionate, uomini e donne, che confrontandosi, interrogandosi, ascoltando e dialogando hanno accolto la proposta di un’esperienza di Oratorio estivo rinnovata. L’Oratorio non come luogo ma come stile, come vissuto. Ricordo con gioia i volti stupiti e lieti dei genitori e dei nonni che guardavano dall’esterno i bambini giocare, ballare, cantare e sorridere. L’Oratorio esperienza dove l’incarnazione di Gesù (era l’anno del tema “Piano Terra” e venne ad abitare in mezzo a noi) si realizza negli innumerevoli gesti di amore regalati dagli animatori, dai moltissimi adulti che si sono messi in gioco scoprendosi preziosi ed essenziali collaboratori perché non mancasse nulla per la gioia dei bambini e dei ragazzi. 

Grazie alle famiglie che hanno accolto la proposta della vacanza comunitaria “a scatola chiusa” e hanno vissuto la magia di momenti di condivisione che hanno regalato relazioni di amicizia durature e che hanno spinto a chiamare sorelle, fratelli coloro che fino a poco tempo prima erano solo degli sconosciuti. 

Grazie a coloro che ci hanno abbracciato, sostenuto, accarezzato il cuore con semplici gesti, con parole discrete nei giorni nei quali abbiamo salutato il mio caro Papà Pasquale. Questo grazie nasce anche, ne sono certo, dal cuore della Mamma e di Elena e Alessandro: vedere anche molti di voi nel coro degli amici in quelle ore è stata un’autentica benedizione.

Grazie per coloro che hanno accolto l’invito a vivere insieme lo spettacolo musicale “Un’altra storia d’amore”. In pochi mesi la passione, la disponibilità e l’amore di molti ci hanno permesso di realizzare un evento che ancora oggi ricordiamo come fonte di amicizia, di emozioni intense, di una semplicità che ha comunicato una gioia incontenibile.

Grazie a coloro che hanno accolto con pazienza i miei ritardi, gli sguardi un po’ stanchi, le parole non sempre liete e lo hanno fatto con la benevolenza di chi sa che la vita è colma di imprevisti, che non sempre si può essere allegri e che talora le parole non riescono a dire quello che abbiamo nel cuore.

Grazie per gli amici di Binago che hanno avuto la bontà di accogliermi come Parroco anche se condiviso con altre Comunità. Grazie per chi ha cercato di cogliere il bene che potevo offrire senza rimpianti sul passato e con la speranza che il cammino insieme fosse benedetto.

Grazie a chi non ha visto la destinazione a Binago come un abbandono ma, pur nella fatica di vedere modificato il cammino, hanno continuato a credere che è molto di più quello che ci unisce che quello che ci divide.

Grazie per i presbiteri e i seminaristi che in questi anni hanno collaborato nel servire le nostre Comunità. Da ciascuno ho imparato, ciascuno ha offerto qualcosa di speciale che custodirò nel cuore. Quello che dal profondo del cuore posso dire è che ho cercato di accogliere e di voler bene a ciascuno, mi dispiace per quando questo non è stato compreso.

Grazie per la meravigliosa esperienza della Scuola dell’Infanzia Ceriana. La bellezza dei bambini, la gioia di vederli diventare grandi… La stima di coloro che hanno lavorato nella Scuola, la fiducia dei benefattori, la disponibilità dei volontari, la benevolenza nei confronti di questa realtà che come l’Asilo di Binago e ogni realtà scolastica è cuore pulsante della Comunità cristiana e  civile.

Grazie a chi ha avuto la pazienza di insegnarmi ad essere Parroco evitando le parole di giudizio che talora hanno la forza di togliere il sorriso e spegnere l’entusiasmo.

Grazie per il bene che avete regalato alla Mamma Maria: in questi anni è diventata sorella, amica, nonna e mamma di molti. Lei è stata la prima a dirmi “non potevi dire di no?”. La sua fatica nel partire con me verso una nuova esperienza dice quanto bene anche Lei ha ricevuto, quanto amore ha donato.

Grazie a tutti coloro che mi hanno benedetto con un parola di gratitudine per un’omelia che ha toccato il cuore, per una celebrazione intensa, per un gesto di accoglienza, per una parola che ha incoraggiato…

Ma è giusto anche che vi chieda scusa per le molte mancanze di questi anni. In molti infatti potrebbero raccontare di episodi, situazioni, ritardi, imprecisioni. 

Due aspetti mi stanno particolarmente a cuore.

Chiedo scusa perché non ho trovato il modo di prendermi cura con continuità degli anziani e dei malati. Portate loro il mio saluto, la benedizione del Signore e l’assicurazione del mio ricordo nella preghiera.

Chiedo scusa a coloro che mi hanno chiesto un confronto, un tempo di ascolto che non ho saputo offrire, a coloro che ho allontanato con un gesto, un atteggiamento, una parola male detta. Farò tesoro di questa mancanza per essere più disponibile con chi busserà alla mia porta. Spero davvero che possiate trovare un Pastore più accogliente e attento.

Ho scelto di non nominare alcuno perché ogni scelta potrebbe stonare o deludere. Vorrei che tutti coloro che in questi anni con me sono stati sinceri e pazienti, esigenti e magnanimi, amorevoli e franchi sentano nel profondo del cuore la sorgente inesauribile della mia gratitudine, e della gratitudine del Dio di Gesù Cristo.

Avrei voluto anche in questa circostanza lasciarvi un segno, in realtà avevo pensato a dei bulbi di fiori, poi a dei semi, ma non sono riuscito a realizzare quello che avevo pensato;  vi propongo di fermarvi in questi giorni e di provare ad individuare il seme di fede, di speranza, di amore, di gioia che in questi nove anni pensate sia stato posto nella vostra vita. Decidete come fare in modo che custodito dal terreno buono della Comunità cristiana, illuminato dalla Parola di Dio, immerso nell’acqua dello Spirito possa portare frutto nella vostra vita quotidiana. Questa nostra Unità pastorale fiorirà di una novità imprevedibile.

Concludo con delle parole che ho letto  nei giorni della beatificazione di papa Luciani.

Ricordo il giorno in cui morì il beato Giovanni Paolo I, solo in quell’occasione scoprii che era nato come me il 17 ottobre. Ho sempre avuto simpatia per questo pastore buono, mite e umile. Prendo dai suoi pensieri parole che vogliono essere un augurio e un programma di vita anche per il futuro. Le disse in occasione della sua consacrazione a vescovo, e per questo con me non c’entrano nulla, ma il pensiero sì c’entra con me. In fondo è quello che è accaduto in questi nove anni. Così scriveva:

”Sto pensando in questi giorni che con me il Signore attua il suo vecchio sistema: prende i piccoli dal fango della strada e li mette in alto, prende la gente dai campi, dalle reti del mare, dal lago e ne fa degli apostoli. È il suo vecchio sistema. Certe cose il Signore non le vuole scrivere né sul bronzo, né sul marmo, ma addirittura nella polvere, affinché se la scrittura resta, non scompaginata, non dispersa dal vento, sia ben chiaro che è tutto merito del solo Signore. Io sono il piccolo di una volta […], io sono la pura e povera polvere; su questa polvere il Signore ha scritto… Se qualche cosa mai di buono salterà fuori da tutto questo, sia ben chiaro fin da adesso: è solo frutto della bontà, della grazia, della misericordia del Signore.”

Se qualche cosa di buono è stato sarà vero solo se compiuto dal Signore e sarà la vostra gioia, sarà un seme che porterà frutto ancora, ancora, ancora.

Teniamo lo sguardo fisso su Gesù colui che è autore della nostra fede colui che la porta a compimento.

Camminiamo insieme sulle strade della fede, della speranza e della carità e ci ritroveremo sempre a ricordare con gratitudine quello che abbiamo condiviso e ad accogliere quanto la Provvidenza ci darà ancora di condividere.

Dal profondo del cuore: grazie!

Dio vi benedica!



 

giovedì 26 dicembre 2019

Natale 2019 - Siete parte essenziale del mio presepe


Giotto, Il presepe di Greccio

Nella mia casa ci sono molti presepi, di diverse dimensioni e provenienze, realizzati con materiali differenti tra loro. Ma amo molto il presepe che ogni anno costruisco nel mio cuore fatto di parole, di immagini, di segni, di emozioni e soprattutto di persone.

Rileggendo i Vangeli della natività ho posto la mia attenzione su alcune parole che mi hanno aiutato a costruire il Presepe.

Innanzitutto la luce: “la gloria del Signore li avvolse di luce”. La luce mi ricorda sempre la fede, fin dal giorno del battesimo, quando i genitori, il padrino e la madrina si sentono rivolgere queste parole: “ricevete la luce di Cristo, a voi il compito alimentare questa fiamma”. La luce della fede entrata nella nostra vita mediante il battesimo ci ricorda che facciamo parte di una storia, di una Chiesa che allora aveva il volto del presbitero che ci ha battezzato, dei genitori, del padrino e della madrina. Così nel mio presepe ci sono coloro che per primi si sono fidati della Luce di Cristo e che mi hanno aiutato a custodire i primi passi nella fede.

Non solo la luce avvolge ma anche le fasce avvolgono il bambino Gesù. Forse perché quelle fasce custodite da Maria lungo tutto il viaggio, segno della sua premura materna, della sua tenerezza e del suo desiderio di protezione, non sono altro che segno luminoso della tenerezza di Dio. Le fasce mi fanno pensare a quanta cura Dio mi ha donato in tutta la mia esistenza, tenerezza infinita, che non significa l’aver evitato gravi malattie, momenti difficili, incomprensioni... ma piuttosto che in ogni occasione sono stato avvolto da fasce d’amore. 
Le fasce della tenerezza con il diaconato e il presbiterato sono diventare per me stola del servizio, perché anch’io avessi premura e cura di chi mi è affidato… 
Così nel mio presepe ci sono tutti coloro che mi hanno regalato parole, gesti, pensieri di accoglienza e tenerezza e sono molti, il ricordo di alcuni di loro mi commuove, sempre…

Maria “depose Gesù in una mangiatoia”, questo umile giaciglio, luogo destinato al sostentamento degli animali primo lettino del Re dei Re. Come assomiglia questo luogo ai giacigli improvvisati dei senza fissa dimora. Quel posto era il più dignitoso per loro che non avevano trovato alloggio… Nel mio presepe c’è posto per le regole distorte di un mondo che non sa fare spazio agli scarti dell’umanità e non penso subito ai migranti, ma al bambino vivace che separi dal gruppo perché non disturbi gli altri più bravi, al disabile che viene guardato con sospetto perché diverso nel suo modo di agire, a coloro che ininterrottamente suonano al mio campanello chiedendo un aiuto che talora non so offrire, a chi ha perso il lavoro e mi chiede disperatamente di trovargli un’occupazione che non sia in nero e giustamente retribuita, a chi mi chiede un posto per dormire e io non so offrirgli neppure una mangiatoia. 
Davanti a queste regole distorte mi domando sempre cosa posso fare io, ma soprattutto mi domando come si può educare nuovamente il popolo di Dio a farsi carico dei poveri con la stessa intensità con cui ci si prende cura del corpo di Cristo, perché nel corpo dei poveri si nasconde il corpo di Cristo.
Nel mio presepe c’è posto per i poveri per quelli che so aiutare e per quelli che ho escluso.

I pastori non possono proprio mancare. Sono convinto che nel dire di sé “io sono il buon pastore, il pastore bello” Gesù avesse in mente i racconti della sua Mamma quando le parlava di quella notte cosi straordinaria… Nel mio presepe ci sono tanti pastori, sono tutti quei presbiteri che ho incontrato nel mio ministero. Quelli che mi hanno introdotto alla vita nella fede, coloro che mi hanno guidato negli anni del seminario e i miei compagni di ordinazione; coloro che mi hanno insegnato ad amare Dio e la chiesa con le loro parole ma soprattutto con il loro esempio; sono quelli che mi hanno benedetto e quelli con i quali ho condiviso e condivido la fatica della quotidiana fedeltà al Vangelo; sono coloro che vivono nella gloria di Dio e coloro che hanno cambiato strada. 
I pastori non possono proprio mancare, e se ne incontrerete uno che è mercenario e fa notizia con il suo comportamento malvagio, state certi ce ne saranno molti altri, di cui nessuno parlerà mai, e che daranno la vita per il gregge.

Il gregge, tantissime pecore. Nel mio presepe ci sono le numerose pecore di un gregge. Il gregge immagine della Chiesa mi fa pensare alle Comunità cristiane che ho conosciuto. Quella che mi ha generato alla fede, quelle che che ho incontrato da seminarista e quelle che ho cercato di servire da diacono e presbitero. Il gregge ora siete voi in queste Parrocchie. Il cammino non pare sempre chiaro, talora sembra più facile abbandonare, spesso sorge spontanea una parola di critica per quanto non è più come nel passato, per il prete che non si trova mai, per l’orario e il numero delle messe. Fare parte di una Comunità, la Chiesa, che non è fatta di eletti, di scelti, di puri, ma di peccatori perdonati chiede umiltà, pazienza, perdono e stima.
Il gregge non è una massa informe di individui slegati tra loro ma è una comunione guidata da un pastore. Nel mio presepe ci siete tutti, proprio tutti.

Gli angeli nel mio presepe mi ricordano quanti hanno condiviso un tratto del mio cammino e ora vivono già nella gloria di Dio. Le loro parole mi hanno guidato, i loro gesti mi hanno ispirato, la loro testimonianza mi ha esortato. Vegliano su me dal Cielo e non mi fanno mancare la fiducia nella risurrezione, così nel giorno del Natale celebriamo la Pasqua la vittoria di Gesù sulla morte, perché Gesù è nato uomo tra gli uomini, Dio tra gli uomini per portare gli uomini in Dio. Nel mio presepe ci sono anche loro, i mie cari, che vivono il sonno della pace.

“Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama”. In questa notte un canto di lode accompagna gli uomini sulla terra. Nel Vangelo è scritto che dalla bocca dei bambini hai ricevuto lode (Cfr. Mt 21, 16). Nel mio presepe ci sono moltissimi bambini. Ho messo quelli che conosco e quelli che ho visto diventare grandi, quelli che non sono nati e quelli ai quali è negata la gioia di vivere; anche le loro voci salgono a Dio e mi chiedono di custodire con tutta la forza di cui sono capace la vita dei bambini.
Non cediamo al rischio orrendo dell’indifferenza davanti al bambino Gesù e a tutti i bambini, perché il Regno dei Cieli è dei bambini. Non impediamo ai bambini di conoscere Gesù.

Ecco il mio presepe voi ne siete parte essenziale, al Signore Gesù vorrei condurvi. Vorrei non essere estraneo a nessuno di voi e a nessuno della mia famiglia, vorrei saper tenere nel cuore tutti coloro che mi hanno donato tenerezza; vorrei che il mio cuore fosse casa per i poveri, e che la mia vita fosse quella di un pastore buono; vorrei non dimenticarmi di quanto ho imparato dai miei cari e vorrei stupirmi sempre di fronte a questo Dio bambino che non si stanca di sorriderci donandoci bambini da accogliere, amare e difendere.

Siete parte essenziale del mio presepe, pregate perché abbia a cuore l’unica realtà necessaria: condurvi come stella luminosa all’incontro con Gesù Bambino, Dio con noi, e allora sarà veramente Natale.

sabato 21 dicembre 2019

Il mio Papà Pasquale è in Paradiso

Cinque anni fa il mio Papà improvvisamente ci lasciò. Ogni anno ricordo questo evento, ogni giorno ricordo al Signore il mio Papà nella Santa Messa. 
Ripropongo l'omelia del giorno del funerale. Vi invito alla preghiera e al ricordo grato per Papà Pasquale.

Il 21 dicembre scorso il mio Papà Pasquale ha concluso improvvisamente la sua vita terrena e vive nell'eternità.
Ringrazio quanti con sms, telegrammi, mail, telefonate, visite, partecipazione ai rosari e alle esequie hanno onorato il mio Papà. Siete stati una benedizione!
Vi chiedo di continuare a sostenere con la carità della vostra preghiera la Mamma, Elena, Alessandro ed anche me perché per noi sia vero che il Natale è esperienza di Dio che si fa vicino, 
anche nel momento doloroso del saluto ad una persona amata.


Letture nelle esequie del mio Papà Pasquale
Cocquio Trevisago 23 dicembre 2014

Prima lettura
Lettura del profeta Michea 6,8
Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la bontà, camminare umilmente con il tuo Dio.
Parola di Dio

Salmo responsoriale - Salmo 17
Rit. Signore, sei Tu la mia salvezza
Ti amo, Signore, mia forza,
Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore,
mio Dio, mia rupe, in cui mi rifugio;
mio scudo, mia potente salvezza e mio baluardo. Rit.

Invoco il Signore, degno di lode,
e sarò salvato dai miei nemici.
Mi circondavano flutti di morte,
mi travolgevano torrenti infernali;
già mi avvolgevano i lacci degli inferi,
già mi stringevano agguati mortali. Rit.

Nell'angoscia invocai il Signore,
nell'angoscia gridai al mio Dio:
dal suo tempio ascoltò la mia voce,
a lui, ai suoi orecchi, giunse il mio grido. Rit.

Stese la mano dall'alto e mi prese,
mi sollevò dalle grandi acque,
mi liberò da nemici potenti,
da coloro che mi odiavano
ed erano più forti di me. Rit.

Mi assalirono nel giorno della mia sventura,
ma il Signore fu il mio sostegno;
mi portò al largo,
mi liberò perché mi vuol bene. Rit.

Seconda lettura
Lettera di San Paolo apostolo ai Filippesi 4,4-9
Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia nota a tutti. Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù.
In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri. Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. E il Dio della pace sarà con voi!
Parola di Dio

Lettura del Vangelo secondo Luca
Così dice il Signore. Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro!
Parola del Signore

Omelia nella Messa di saluto al mio Papà

Proprio un mese fa, era il 23 novembre, ci siamo ritrovati qui in questa chiesa amici, parenti per rendere grazie insieme per il dono di vent’anni del mio ministero presbiterale. Ora ci ritroviamo ancora qui insieme, ancora più numerosi, per rendere grazie per il dono della vita e della vita nella fede del mio Papà.
Se non avesse dovuto iniziare a lavorare nei campi a dieci anni il mio Papà avrebbe forse potuto studiare e sarebbe diventato un ingegnere esperto in edilizia, in meccanica, in elettronica, in informatica. Ma come ci ha detto tante volte nei suoi racconti i libri non c’erano ma solo terreno argilloso e poco cibo. Quando poi ha iniziato a lavorare nella cava le sue braccia sono diventate forti come quelle di un pugile, ma non l’abbiamo mai visto agitare i pugni contro alcuno. Tanto lavoro fin da quando era ancora un bambino per la sua famiglia. Così arrivato al nord si è adattato a tanti lavori umili; ha subito l’umiliazione del non essere accolto perché meridionale, ma anche l’accoglienza di chi dietro la nomea dell’uomo meridionale, fannullone e opportunista, ha visto un uomo, un uomo buono, come in tanti in questi giorni ci ripetono.
Il lavoro di autista dei pullman gli ha permesso di conoscere molte persone e di essere conosciuto. Spesso partiva al mattino presto per il turno degli operai. Era sempre impeccabile: barba rasata e divisa. Per tanti anni ha percorso le strade dei nostri paesi e sono stati numerosi i colleghi che lo hanno stimato. Ricordo con orgoglio quando diventato prete in occasione di qualche viaggio gli autisti mi riconoscevano come il figlio del Pasquale ed era per me vanto sentire onorare il mio Papà dalla stima autentica di quegli uomini.
“Impara l’arte e mettila da parte” così mi diceva quando al liceo in matematica non arrivavo quasi mai alla sufficienza. Il mio Papà pur non avendo potuto studiare ha custodito il segreto dell’intelligenza: la curiosità. Non quella pettegola del ficcanaso, era davvero allergico a questo modo di fare, ma la curiosità di chi vuole capire e imparare. Così il mio Papà è per me un ottimo ingegnere edìle. Ci ha regalato la casa dove in questi giorni abbiamo voluto che tornasse. La sua casa, poco più che un rudere all’inizio, ora la nostra casa e per molti anni la casa di parenti e amici. Quanto lavoro per quella casa. Quando la mamma e noi fratelli cercavamo di distoglierlo da qualche lavoro pesante ci rispondeva “e chi lo fa?”, “non si può pagare ogni persona per il suo lavoro”. Se il Papà è stato un ingegnere edìle la mia Mamma è stata il suo garzone. Sì perché, lo sapete bene, l’unione dei miei genitori è un’alchimia straordinaria di opposti. Hanno brontolato fino all’ultimo respiro ma noi li abbiamo visti sempre insieme, sempre insieme. È così che il mio Papà ha costruito non solo una casa di mattoni ma una casa solida fondata su quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode. La nostra casa, la nostra famiglia ha un fondamento solido: ci stimiamo e ci valutiamo per quello che siamo, ci vogliamo bene perché sappiamo che è tempo inutile spenderci in contese, gelosie, invidie, possesso di beni che sono solo per il nostro bene e per nient’altro. Per la sua famiglia il papà ho sofferto: si è preso cura dei suoi genitori e della sorella zia Gina con la sua disabilità. Anche noi abbiamo imparato a voler bene ai nonni e a modellare il nostro tempo, soprattutto il sabato e la domenica, con la presenza della zia. Papà si è progressivamente ammorbidito. Con noi di casa ha sempre conservato una certa ruvidezza, ma con gli altri no. A volte ci è parso che quasi ci trascurasse ma in realtà ci ha insegnato a non parlare male di nessuno, ad aiutare sempre, a non fare calcoli, ad accettare pur nell’ingiustizia l’ingratitudine.
Papà ha costruito una casa che ha attraversato momenti difficili. Lui li ha vissuti con la disponibilità dei semplici e con la fatica, tutta la fatica della fragilità degli uomini: la malattia della Mamma, la morte dell’amato fratello Andrea, la cura della nonna Giselda, la morte della zia Gina e la malattia di Alessandra. Ma nella nostra casa Papà ha vissuto anche momenti luminosi: la fedeltà operosa e instancabile della Mamma; i suoi figli: la sua stima per noi ci veniva quasi sempre riportata da altri, ma era orgoglioso dei nostri cammini; il matrimonio di Elena con Paolo; il matrimonio di Alessandro con Alessandra; i suoi nipoti: Lorenzo il suo nome era diventato la password per la maggior parte dei suoi account, lui era il suo sostenitore nellle partite di pallavolo, Martina in una parola la nostra principessa, appena poteva era presente ai suoi saggi di ginnastica, Federico vivacità simpatia e la spontaneità dei bambini che gli fa dire, poiché il 23 dicembre dello scorso anno il Papà era stato ricoverato:  “il Natale porta sfortuna al nonno”; e infine il piccolo Luca. Il grande miracolo che ha illuminato questi mesi di sofferenza, ha dato al Nonno la forza di lottare, lo voleva tenere tra le braccia sempre e accudire, ha accompagnato Papà fino a poche ore dal suo ultimo viaggio.
La nostra famiglia, la nostra casa in questi anni si è arricchita di tanti amici che hanno intrecciate le loro storie con le nostre. Il mio ministero presbiterale, che Papà ha condiviso in tutti questi venti anni, fino all’ultimo giorno, ci ha regalato l’amore di centinaia di uomini e donne che hanno saputo vedere nella gentilezza, nel sorriso, nella disponibilità, nella cordialità, nell’umiltà del mio Papà un dono. Noi vi ringraziamo per averci benedetti in questi giorni, vi chiediamo di continuare a farlo regalando in particolare alla Mamma consolazione e solidarietà. Papà ha imparato a voler bene a molti continuerà a volerne.
Ma il mio Papà è stato anche un ingegnere meccanico: voi non potete immaginare quanto tempo abbia dedicato ai motori. Come meccanico al lavoro e poi a casa. Niente potevo essere buttato perché tutto avrebbe potuto servire. Sempre a riparare, sempre a trafficare. Così anch’io da piccolo insieme a giocare con le macchinine ho imparato a riconoscere gli attrezzi da lavoro. Ma il motore più potente e affidabile che il Papà ha costruito è quello di una essenziale vita cristiana: praticare la giustizia, amare la bontà, camminare umilmente con Dio. Il mio Papà non è stato giusto perché non ha sbagliato mai ma perché cercava in ogni modo di essere retto e se a volte, per ignoranza, diceva qualche strafalcione era facile con lui arrabbiarsi e subito perdonarlo perché intuivi che non c’era stata in lui alcuna intenzione malevola.
Il mio Papà ha amato la bontà. Un uomo buono, così in molti ce lo hanno riconsegnato in questi giorni. Il Papà aveva sempre un pensiero per gli altri. Ieri sera mi ha commosso la telefonata di un collega che malato Papà andava a trovare sovente. Ultimamente stavo attento a non dirgli di qualche lavoro che avevo intenzione di fare perché ancor prima che io avessi finito di parlare lui avrebbe iniziato a farlo.
Il Papà ha camminato umilmente con Dio. In particolare dopo la mia ordinazione aveva iniziato a commuoversi spesso. Bastava veramente poco. Inizialmente cercava di mascherarlo ma poi ultimamente si era arreso all’evidenza. Così domenica non voleva scendere in Chiesa per la Messa perché temeva di commuoversi nell’incontrare le persone. Io e la Mamma lo abbiamo convinto inconsapevoli che quella sarebbe stata l’ultima celebrazione insieme, anticipazione di quell’anniversario che la prossima domenica avrebbe raggiunto il traguardo dei quarantasei anni.
Il Papà anche se faceva fatica ad ammettere gli errori era umile e semplice per questo credo che ora stia continuando a camminare con il suo Dio.
Anche la terra, l’orto, i conigli e le galline lo hanno occupato molto ma l’elettronica e tecnologia sono state una sua grande passione. Aveva imparato molto con i corsi fatti per corrispondenza. La nostra casa è piena di apparecchi elettronici assemblati da lui. Era attento a tutte le novità e talora si faceva imbrogliare dalla pubblicità. Negli ultimi anni si era dedicato all’informatica ma era un terreno un po’ ostico per lui, tanta buona volontà e tanti pasticci. Ma per lui non era possibile stare fermo. Domenica sera quando è arrivato Lorenzo mi ha detto “il Nonno era stanco di non fare niente, è andato in un luogo migliore”.
Ma la sua tecnica principale è stato il lavoro a servizio della sua famiglia e di tutti coloro che gli chiedevano aiuto, sapeva arrangiarsi in tutto, a volte con un po’ di presunzione, perché per lui l’esperienza personale valeva tanto.
Il Papà Pasquale ha servito tanto e molti. Se ne è andato mentre grattuggiava il formaggio mentre la Mamma preparava il pranzo per la domenica. Se ne è andato nel giorno della Divina Maternità di Maria. Chiedo al Signore che la sua Mamma, che spesso ha pregato con il Santo Rosario, lo guidi per le vie del Cielo lui che non solo ci ha insegnato a guidare le auto ma ci ha insegnato a guidare la vita.
Una parola di gratitudine per tutti coloro che ci hanno manifestato in modi diversi affetto, stima e vicinanza. Non inizio un lungo elenco che rischia di essere sempre parziale. A tutti i parenti delle famiglie Dimarno e Cecchinato, a tutti i parenti delle famiglie dei miei fratelli Elena e Alessandro, ai loro amici; agli amici di questa Comunità Cristiana che è in Cocquio Trevisago; a tutti gli amici del Papà e della Mamma; a don Franco Bonatti che considerava Papà uno di casa ed è stato per lui amico e fratello; ai sacerdoti e a tutti gli amici delle Comunità che la Provvidenza mi ha donato di servire: Busto Arsizio, Santa Maria Regina, Fagnano Olona, Lazzate, Sesto Calende, Castelnuovo Bozzente, Beregazzo con Figliaro; ai miei amici presbiteri; al Vescovo Franco per la sua presenza; alle Comunità religiose; a tutti la nostra gratitudine. Dio vi benedica con la sua venuta.
Infine che Natale sarà il nostro? Sarà sempre velato della fatica di un distacco ma cercheremo di viverlo nella semplicità della fede di chi crede che con la morte la vita non è persa ma trasformata.
Concludo con alcune parole di Benedetto XVI che un amico mi ha consegnato in queste ore.
“L’Incarnazione e la nascita di Gesù ci invitano già ad indirizzare lo sguardo verso la sua morte e la sua risurrezione... Ma proprio come l’alba precede e fa già presagire la luce del giorno, così il Natale annuncia già la Croce e la gloria della Risurrezione”.
Buon Natale Papà.

giovedì 10 ottobre 2019

Spinti dall’amore di Cristo perché il mondo creda

28 settembre 2019 - Duomo di Milano - Ordinazioni diaconali
Non ricordo chi mi rivestì della dalmatica nel giorno della mia ordinazione diaconale 26 anni fa, ma la gioia stupita di quel 10 ottobre 1993 si è rinnovata nell’aver vissuto con Luigi Marcucci e Samuele Ferrari il momento della loro ordinazione diaconale. Ringrazio il Signore e don Luigi per avermi regalato la possibilità di condividere il momento della vestizione degli abiti diaconali. Un invito a rinnovare la mia adesione al Signore, e a custodire quella di questi cari amici, compagni di viaggio e dono prezioso per me e per la Chiesa. 

sabato 29 giugno 2019

29 giugno 2019 - Santi Pietro e Paolo - Brebbia (Va)




Quando ho incontrato don Giuseppe alla Festa dei Fiori a Venegono, l’occasione in cui si festeggiano gli anniversari (e tra questi anche il 25esimo), mi ha invitato a celebrare una Messa; però delle mie quattro parrocchie, delle mie sei chiese, due sono dedicate ai Santi Pietro e Paolo e quindi era un po’ difficile pensare di essere qui questa sera. Poi sono riuscito ad aggiustare le cose ed eccomi qui, contento di avere questa possibilità di celebrare l’Eucaristia in questa Chiesa. Mi ha dato del brebbiese anche se non sono proprio di Brebbia, diciamo che se il 28 dicembre 1968 mia mamma non si fosse sposata in questa Chiesa io non ci sarei: sono un po’ brebbiese forse per questo anche se sono poi cresciuto in altri luoghi. In realtà io sono legato a questa chiesa per tantissimi ricordi e, di questi ricordi, vorrei lasciarvi un messaggio legato a questa festa e alla nostra vita cristiana.
Il primo ricordo che ho è che quando venivamo a trovare la nonna, praticamente tutte le domeniche, andavamo a Messa alla sera e ci sedevamo sempre nella navata sotto i santi e io, piccolino, alzavo lo sguardo e vedevo queste figure molto grandi. Così la prima esperienza che ho fatto dei santi è che per me loro erano dei giganti. Erano immagini grandi e per me indecifrabili, non riuscivo a riconoscerle. 
L’altro ricordo che ho è il pallone: la prima volta che ho visto bruciare il globo è stato proprio in questa Chiesa e da bambino mi domandavo perché si facesse questa cosa. Era divertente, anche perchè le persone si spostavano per evitare che qualcosa li colpisse e così io mi spostavo per cercare di vedere.
Il terzo pensiero è che mi guardavo intorno e vedevo che mancavano dei pezzi, c’erano dei buchi… e mi chiedevo “chissà quando aggiustano questa chiesa!”.
Questi tre ricordi possono diventare invito per me e per voi. Il primo è che oggi noi celebriamo la memoria di due santi che sono all’origine della nostra esperienza di fede. Senza di loro noi oggi non saremmo qui: sono davvero dei giganti! Non nel senso che fanno delle cose straordinarie o che sono personaggi celebrati dalla letteratura come fuori dal normale. Certo, se ascoltiamo il discorso di Paolo di questa sera ci sembra un supereroe che ha superato tutte le avversità e non è morto, sembra un personaggio dei videogiochi che continua a vivere. L’invito è quello di diventare dei giganti: lo stare con il Signore, il cercare di volergli bene nonostante le nostre fragilità - e Pietro sapeva bene quanto fosse fragile - ci fa diventare capaci di azioni d’amore che noi non potremmo neanche immaginare. Il Santo è un gigante proprio perché è capace di compiere azioni d’amore gratuite, arriva - il martire santo - fino a dare la vita. Il secondo pensiero è legato al globo che brucia: tutti sapete il significato. Pensavo a come sarebbe bello se la nostra vita fosse un consumarsi per il Signore. Nel Giovedì Santo ho proposto questa riflessione partendo da una domanda che ho nel cuore sempre, da molti anni: perchè questo amore che arde - guardando l’Eucaristia - non mi consuma? È un’espressione di San Francesco d’Assisi che si chiedeva davanti all’Eucaristia. Vedendo consumare questa realtà, forse anche la mia vita dopo 25 anni di presbiterato deve rinnovarsi nel desiderio di essere tutta spesa, tutta donata, tutta bruciata per il Signore. È l’augurio che faccio anche a voi perchè amare così intensamente Dio da spendersi al suo servizio non è solo per i preti. Infine la Chiesa rotta: tante volte vediamo la chiesa che non è come vorremmo, tante volte altri ne parlano male e anche noi, a volte, parliamo male della nostra chiesa. Non tanto dell’edificio ma della Chiesa istituzione, che siamo noi. Abbiamo sempre qualche sottolineatura negativa da dare e speriamo sempre che qualcuno l’aggiusti. In realtà la Chiesa siamo noi e la possibilità che sia aggiustata, che risplenda nella sua bellezza dipende da noi. Non solo dalla santità del Papa, dei suoi collaboratori, dei preti, di coloro che sono consacrati ma da noi. Questi ricordi si mischiano insieme a tanti altri, alcuni lieti (penso al Battesimo dei miei nipotini) e altri più dolorosi, penso a uno dei più grandi dolori che ho vissuto che è stato il funerale del mio nonno Giovanni pochi mesi prima di diventare diacono. Quando rileggo le parole di Pietro che dice un angelo mi ha visitato io penso al mio nonno Giovanni che credo che, tra tutti nella mia famiglia, fosse quello che aveva capito di più ciò che mi stava accadendo, quello che avrebbe voluto esserci con tutte le sue forze. Se ne è andato nei giorni della Pasqua, la domenica delle Palme ed è stato un momento difficile da accettare, forse il primo distacco così violento e doloroso. Avevo perso altre persone care ma il nonno era un punto di riferimento. Dieci anni fa abbiamo salutato la nonna Gisella: queste due persone, credo per molti che le hanno conosciute, hanno lasciato un segno, certamente lo hanno lasciato nella storia e nella fede di tanti di noi. Una fede semplice, fatta di un’esperienza quotidiana di preghiera e soprattutto della percezione reale che Dio centra con tutto ciò che mi accade. Sia questo parli di gioia sia questo parli di tristezza e di dolore. I miei nonni, i vostri nonni, i nostri genitori ci hanno regalato questo e oggi sono lieto di poter vivere qui l’Eucaristia pensando proprio a loro, ricordando certamente anche altre persone care che ho salutato proprio in questa chiesa: la zia Vittorina, don Serafino. Quello che tengo nel cuore, oggi, è la gratitudine per la testimonianza di fede che ho ricevuto e che mi ha accompagnato. 

Oggi per me motivo di grande gioia è non solo ringraziare per questi 25 anni di presbiterato ma anche per i 50 anni di professione religiosa della Zia: una coincidenza, che per me è provvidenza, che ci permette di tornare in questo luogo insieme per dire grazie per il dono della vita, per il dono della vita nella fede e per la possibilità di cercare - con l’aiuto di Dio ti basta la mia grazia, non avere paura della tua debolezza - di diventare, con l’aiuto di Dio, dei giganti nella fede, nell’amore, nella speranza; di bruciare d’amore per il Signore e per la sua Chiesa, che certo anche noi vorremmo a volte un po’ diversa ma è l’unica che abbiamo ed è l’unica che possiamo aggiustare attraverso la nostra stessa vita.
Vi auguro allora di vivere una festa patronale che sia occasione per ringraziare per tutto ciò che in questo anno vi è stato dato: attraverso i sacramenti, la testimonianza di fede reciproca, attraverso i desideri che a volte si sono realizzati, altre volte no, i progetti che avete cercato di perseguire e che a volte hanno avuto un buon fine, a volte no. Ringraziare per tutto l’amore che è passato tra di voi, originato proprio dall’Eucaristia. È l’occasione anche per chiedere perdono, per avere più pazienza, per attendere chi è rimasto un po’ indietro, per rinnovare la stima dei confronti di coloro che cercano, come ciascuno di noi, di amare il Signore. Sarà allora una buona festa patronale se ciascuno sentirà nel cuore questa domanda “ma tu mi vuoi bene?”: se cerchi di volermi bene non aver paura della tua fragilità, ti basta la mia grazia. Seguimi.

mercoledì 19 giugno 2019

Grazie!

Dopo gli intensissimi giorni nei quali ho condiviso la gratitudine per i venticinque anni di ordinazione presbiterale inizio a rispondere ai moltissimi messaggi di affetto che ho ricevuto.
Il signore benedica ciascuno per tutto il bene che mi avete donato.

Spero di pubblicare presto i testi di alcune omelie, intanto vi offro il simbolo che ho consegnato al termine della Santa Messa dell'11 giugno.


Ho lasciato come ricordo di questo evento un cartoncino e un piccolo bottone simbolo del ministero presbiterale. Un bottone per assolvere al suo compito deve essere ben ancorato ad un lembo così da poter unire attraverso un varco (occhiello, asola o alamaro) un altro lembo. Penso che il ministero di un prete per essere efficace debba essere fortemente ancorato a Gesù, per poter rispondere al desiderio di ogni uomo di poterlo incontrare. Il bottone deve essere uno strumento essenziale e al prete bisogna chiedere ciò che è essenziale: celebrazione intensa dell’Eucaristia, annuncio illuminato della Parola, offerta magnanima del Perdono. Il bottone può avere dimensioni, e colori diversi, può essere realizzato in madreperla o in materiali preziosi, ma anche in legno e in plastica... ciascuno in un prete coglie un tratto, una caratteristica ma ciò che conta è che porti a Gesù. Un modo dunque per invitarvi ancora a pregare per me spesso, ogni volta almeno che metterete mano ad un bottone!
Sul cartoncino trovate le parole di San Paolo ai Tessalonicesi che sento anche mie e sono per voi:
affezionato a voi, avrei desiderato darvi non solo il vangelo di Dio, 
ma la mia stessa vita, 
perché mi siete diventati cari.


Dio vi benedica!

sabato 11 maggio 2019

Rendete Grazie con me!

Inizia il mese che mi conduce alla memoria 
del mio venticinquesimo anno di ordinazione, 
vi chiedo la grazia della preghiera. 
Mi permetto di chiedervi di pregare con me e per me 
ogni giorno 
le parole che accompagnarono i mesi prima dell'ordinazione presbiterale.


Padre della vita 
e dell’amore,
ci affidiamo a Te.
Nelle tue mani 
riponiamo i nostri desideri
e le nostre fragilità;
dalle Tue mani 
attendiamo la grazia
di essere viventi segni
del tuo amore.

Per Tuo Figlio
doniamo tutta la nostra vita
a servizio del Regno: 
è lo Spirito del Risorto
che ci spinge
e ci accompagna
sui sentieri dell’amore 
e della croce.

Avvolgici,
Padre Santo,
fra le braccia della Tua grazia,
perché non venga meno 
nei nostri cuori
la certezza e  la consolazione
di essere sospinti
dal Tuo amore.

Amen

Riapre La Stanza di Enoch

Cara amica, caro amico, torno in questa stanza come si torna in un posto che si è amato e poi a lungo trascurato. Ho scelto di riaprire La S...