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martedì 17 novembre 2020

All'inizio dell'Avvento


Siamo, Padre, davanti a te 

all’inizio di questo Avvento. 

E siamo davanti a te insieme,

in rappresentanza anche 

di tutti i nostri fratelli e sorelle 

di ogni parte del mondo.

In particolare delle persone che conosciamo; 

per loro e con loro, Signore, 

noi ti preghiamo.


Noi sappiamo che ogni anno si ricomincia 

e questo ricominciare 

per alcuni è facile, è bello, è entusiasmante, 

per altri è difficile,

è pieno di paure, di terrore.

Pensiamo a come si inizia questo Avvento

nei luoghi della grande povertà, 

della grande miseria; 

con quanta paura la gente guarda 

al tempo che viene.

 

O Signore, noi ci uniamo a tutti loro;

ti offriamo la gioia che tu ci dai di incominciarlo,

ti offriamo anche la fatica,

il peso che possiamo sentire nel cominciarlo. 

Questo tempo che inizia nel tuo nome santo, 

vissuto sotto la potenza dello Spirito, 

sia accoglienza della tua Parola. 


Te lo chiediamo per Gesù Cristo, 

tua Parola vivente che viene in mezzo a noi 

e viva qui, insieme con Maria, Madre del tuo Figlio, 

che con lo Spirito Santo e con te 

vive e regna per tutti i secoli dei secoli. 

Amen.

(Carlo Maria Martini)

venerdì 13 marzo 2020

La preghiera vera di intercessione

Ora desidero chiedere al Signore di farci fare un altro passo avanti. Di farci intendere qual è il senso profondo di una vera preghiera per la pace, che sia una preghiera di intercessione nel senso biblico, simile alla preghiera di Abramo, alla preghiera di Gesù su Gerusalemme.
Che cosa significa, Signore, fare davvero una preghiera di intercessione? Donaci, o Spirito santo di Dio, uno spirito autentico di intercessione in questo momento.

1. Intercedere non vuol dire semplicemente “pregare per qualcuno”, come spesso pensiamo. Etimologicamente significa “fare un passo in mezzo”, fare un passo in modo da mettersi nel mezzo di una situazione.

Intercessione vuol dire allora mettersi là dove il conflitto ha luogo, mettersi tra le due parti in conflitto.
Non si tratta quindi solo di articolare un bisogno davanti a Dio (Signore, dacci la pace!), stando al riparo.
Si tratta di mettersi in mezzo. Non è neppure semplicemente assumere la funzione di arbitro o di mediatore, cercando di convincere uno dei due che lui ha torto e che deve cedere, oppure invitando tutti e due a farsi qualche concessione reciproca, a giungere a un compromesso. Cosi facendo, saremmo ancora nel campo della politica e delle sue poche risorse. Chi si comporta in questo modo rimane estraneo al conflitto, se ne può andare in qualunque momento, magari lamentando di non essere stato ascoltato.
Intercedere è un atteggiamento molto più serio, grave e coinvolgente, è qualcosa di molto più pericoloso. Intercedere è stare là, senza muoversi, senza scampo, cercando di mettere la mano sulla spalla di entrambi e accettando il rischio di questa posizione.


In proposito troviamo nella Bibbia una pagina illuminante. Nel momento in cui Giobbe si trova, quasi disperato, davanti a Dio che gli appare come un avversario, con cui non riesce a riconciliarsi, grida:
“Chi è dunque colui che si metterà tra il mio giudice e me? chi poserà la sua mano sulla sua spalla e sulla mia?” (cf Gb 9,33-39, vers. spec.).
Non dunque qualcuno da lontano, che esorta alla pace o a pregare genericamente per la pace, bensì qualcuno che si metta in mezzo, che entri nel cuore della situazione, che stenda le braccia a destra e a sinistra per unire e pacificare.
È il gesto di Gesù Cristo sulla croce, del Crocifisso. Egli è colui che è venuto per porsi nel mezzo di una situazione insanabile, di una inimicizia ormai giunta a putrefazione, nel mezzo di un conflitto senza soluzione umana. Gesù ha potuto mettersi nel mezzo perché era solidale con le due parti in conflitto, anzi i due elementi in conflitto coincidevano in lui: l’uomo e Dio.
Ma la posizione di Gesù è quella di chi mette in conto anche la morte per questa duplice solidarietà; è quella di chi accetta la tristezza, l’insuccesso, la tortura, il supplizio, l’agonia e l’orrore della solitudine esistenziale fino a gridare:
“Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27, 46).
Questa è l’intercessione cristiana evangelica. Per essa è necessaria una duplice solidarietà. Tale solidarietà è un elemento indispensabile dell’atto di intercessione. Devo potere e volere abbracciare con amore e senza sottintesi tutte le parti in causa. Devo resistere in questa situazione anche se non capito o respinto dall’una o dall’altra, anche se pago di persona. Devo perseverare pure nella solitudine e nell’abbandono. Devo avere fiducia soltanto nella potenza di Dio, devo fare onore alla fede in Colui che risuscita i morti.
Tale fede è difficile, per questo l’intercessione vera è difficile. Ma se non vi tendiamo, la nostra preghiera sarà fatta con le labbra, non con la vita.
Naturalmente un simile atteggiamento non calpesta affatto le esigenze della giustizia. Non posso mai mettere sullo stesso piano assassini e vittime, trasgressori della legge e difensori della stessa. Però, quando guardo le persone, nessuna mi è indifferente, per nessuno provo odio o azzardo un giudizio interiore, e neppure scelgo di stare dalla parte di chi soffre per maledire chi fa soffrire. Gesù non maledice chi lo crocifigge, ma muore anche per lui dicendo: “Padre, non sanno quello che fanno, perdona loro” (Le 23,34).



2. Se una preghiera non raggiunge questa duplice solidarietà, se intercede perché il Signore soccorra l’uno e abbatta l’altro, ignora ancora il bisogno di salvezza di chi è eventualmente nel torto, di chi ha scelto contro Dio e contro il fratello, lo abbandona, non gli mette la mano sulla spalla, e la sua non è una preghiera di intercessione.
Nella misura dunque in cui facciamo delle scelte esclusive nel nostro cuore, e condanniamo e giudichiamo, non siamo più con Gesù Cristo, nella situazione che lui ha scelto, e dobbiamo dubitare della validità e della genuinità della nostra preghiera di intercessione.


3. Vorrei far notare che questo mettersi in mezzo non va concepito come un mezzo tattico, tanto per superare un’emergenza. È chiamato a diventare un modo di essere di chi vuole operare la pace, del cristiano che segue Gesù. Non abbiamo il diritto di restare in una situazione difficile solo fino a quando è sopportabile. Occorre volerci restare fino in fondo, a costo di morirci dentro. Solo così siamo seguaci di quel Gesù che non si è tirato indietro nell’orto degli ulivi.


4. Noi ci accorgiamo che una vera intercessione è difficile; può essere fatta solo nello Spirito Santo e non sarà necessariamente compresa da tutti. Ma se un desiderio essa suscita è questo: di essere in questo momento nei luoghi del conflitto [...] dove cittadini inermi sono minacciati e uccisi. Stare là in pura passività, senza alcuna azione politica o alcun clamore, fidando solo nella forza della intercessione. Stare là, come Maria ai piedi della croce, senza maledire nessuno e senza giudicare nessuno, senza gridare alla ingiustizia o inveire contro qualcuno.
Carlo Maria card. Martini

giovedì 12 marzo 2020

12 marzo 2020 - Elemosina: stare accanto con umiltà



Gen 16,1-15; Sal 118,49-56: «La tua parola, Signore, 
è verità e vita»; Pr 6,20-29; Mt 6,1-6

Dobbiamo riscoprire il valore dell’elemosina, dell’intervento immediato, che non pretende di risolvere tutto, ma fa quello che è possibile al momento. Può essere un gesto ambiguo. Può incoraggiare la menzogna e la pigrizia di chi lo riceve, mentre in chi lo compie può far nascere l’idea di sentirsi a posto, senza andare alla radice dei problemi. Nel fare l’elemosina, quindi, è necessario un grande realismo, e soprattutto bisogna che essa diventi il surrogato di altri interventi più completi ed efficaci. Pur con questi rischi l’elemosina, contiene molti valori.
Anzitutto è un gesto di aderenza alla realtà. Anche nella nostra civiltà ci sono situazioni di povertà difficilmente individuabili e sanabili a livello sociale. Anzi proprio alcuni meccanismi della nostra società del progresso e del benessere tendono a produrre disadattati, emarginati, asociali. Occorre certo intervenire perché i meccanismi siano corretti così che non producano effetti negativi; o perché, una volta prodotti tali effetti, si trovino rimedi a livello sociale. Intanto però bisogna fare qualcosa. La carità suggerisce quello che di volta in volta si può fare.
È proprio in questo fare qualcosa, sapendo che molto di più andrebbe fatto, si va delineando un secondo valore dell’elemosina. Essa è un gesto profetico ed educativo. Proclama che nessuna civiltà terrena per quanto perfetta, può risolvere tutti i problemi: solo Dio, con la venuta finale del suo regno,  tergerà ogni lacrima e farà cessare ogni lutto, pianto e dolore. In questa luce elemosina ci educa ad avvicinarci ai fratelli con molta umiltà, non sentendoci superiori a loro, ma chiedendo scusa perché riusciamo a fare così poco per loro. Inoltre ci educa a capire il vero valore della carità: essa vale per se stessa, non soltanto o soprattutto per i frutti che produce. 
Carlo Maria Martini

venerdì 6 marzo 2020

Venerdì 6 marzo 2020 - Il vero digiuno



La Chiesa ci esorta all’inizio della Quaresima con le parole del profeta Isaia dicendoci che il vero digiuno, la genuina esperienza penitenziale consistono «nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza distogliere gli occhi da quelli della tua casa» (Is 58, 7). 


Situazioni come quelle qui descritte non sono soltanto nel tempo di Isaia. 
Non poche le vediamo anche tra noi. Altre esistono in maniera ben più grave e generalizzata nel Terzo Mondo. 
Nell’Enciclica Dives in Misericordia, il Beato Giovanni Paolo II parla di «gigantesco rimorso costituito dal fatto che accanto agli uomini nelle società agiate e sazie… non mancano nella stessa famiglia umana degli individui, dei gruppi sociali che soffrono la fame… E il loro numero raggiunge decine e centinaia di milioni». Ma accanto a questo bisogno, pur così macroscopico e colossale, quanti altri bisogni, vicini e lontani, bussano alle nostre porte.

Non si tratta di esaurire soltanto la nostra attività in alcuni gesti concreti, si tratta anche qui di scavare nel profondo, di trovare quel luogo segreto nel quale le radici del nostro fare operoso, del dono di noi stessi e della nostra vita, dei nostri gesti di carità vengono irrorate dall’acqua della fede e dalla potenza della Parola di Dio.

All’uomo che rischia di dividersi in se stesso, di frazionarsi e di rompersi, dobbiamo offrire l’immagine di un uomo e di una comunità che vivano l’espressione orante della fede e il gesto generoso della carità come espressioni di un’unica realtà profonda: quella dell’uomo redento da Gesù Cristo, passato alla vita attraverso la morte per amore.
Carlo Maria Martini

lunedì 2 marzo 2020

Lunedì 2 marzo 2020 - Beati i poveri in spirito


Liturgia della parola ambrosiana del 2 marzo 2020

Beati i poveri in spirito
L’ascolto credente della Parola di Dio libera e unifica. Esso unisce tra loro quelli che ascoltano la stessa Parola, producendo esperienza di autentica comunicazione.
Dio richiede dall’uomo innanzitutto l’ascolto, l’accoglienza fiduciosa della sua Parola: la fede. È la prima risposta che l’uomo dà con tutto se stesso a Dio che parla, ricevendolo e accogliendolo come principio e norma per la sua esistenza.
Ci soffermeremo sul discorso della montagna. In particolare sulla prima beatitudine.
S. Matteo inizia il grande discorso della montagna (Mt.5-7) così: 
Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la Parola, li ammaestrava dicendo: Beati... ( Mt. 5, 1-2)
Questo brano delle “Beatitudini” lo abbiamo ascoltato molte volte, ma è conosciuto anche dai non cristiani, ad esempio, Gandhi lo citava spesso.
Le Beatitudini sono la proclamazione del modo di essere uomini evangelici, discepoli autentici di Gesù, uomini e donne fortunate e felici..
Diceva Ignazio Silone: "Se il cristianesimo viene spogliato delle sue cosiddette assurdità per renderlo gradito al mondo, e adatto all’esercizio del potere, cosa ne rimane? Voi sapete che la ragionevolezza, il buon senso, le virtù naturali esistevano già prima di Cristo e che si trovano anche ora presso molti non cristiani. Che cosa ci ha portato Cristo in più?
Appunto apparenti assurdità.  Ci ha detto: amate la povertà, amate gli umiliati e gli offesi, amate i vostri nemici, non preoccupatevi del potere, della carriera, degli onori, delle cose effimere, indegne di anime immortali."

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Vangelo di Matteo 5,3)

Lectio:
1. Beati i poveri in spirito
Il termine  “poveri”  usato in questa pagina del Vangelo indica coloro che non hanno nulla: i mendicanti, gli indigenti, i poveri nel senso materiale, coloro che chiedono l’elemosina, che fanno accattonaggio ...
Ma nel testo di Matteo la parola “poveri” è accompagnata da una qualificazione importante: “in spirito”.
Questa parola è stata tradotta in diversi modi nella varie traduzioni della Bibbia:  “Beati i poveri di cuore”, o “Beati coloro hanno un’anima da poveri” o ancora “”Beati coloro che scelgono di essere poveri”, o “ Beati quelli che sono poveri di fronte a Dio” ..
Tutte queste sfumature dicono che per capire bene il pensiero di Gesù, è necessario andare oltre il significato immediato dell’accattonaggio.
Gesù, in realtà, riprende la parola “povero” non nel senso fisico di indigenza bensì nei suoi valori interiori che troviamo già nell’Antico Testamento.
Dice il profeta Sofonia 82,3): Cercate il Signore voi tutti, poveri della terra,  che eseguite i suoi ordini; cercate la giustizia, cercate l’umiltà.
“Voi tutti poveri della terra” viene anche tradotto: voi tutti umili della terra.
I poveri e gli umili, per il profeta Sofonia,  sono coloro che hanno imparato a vivere sottomessi alla volontà di Dio, fiduciosi nella sua provvidenza, sapendo che Dio non li ha dimenticati.
Allora, per Matteo, “i poveri” sono coloro che non fanno affidamento sulle proprie forze, ma si affidano a Dio, perché certi di Lui, della sua bontà,  della sua potenza, della sua misericordia.
I poveri sono coloro che hanno messo in Dio ogni speranza.
2. Perché di essi è il Regno dei cieli.
I poveri in spirito avendo posto in Dio ogni speranza, sono disponibili alla buona notizia di Gesù, sono disponibili al suo Vangelo.
Chi possiede molto, chi è sicuro di sé, barricato nei suoi privilegi e in tutto ciò che ha e che è, teme sempre di essere disturbato, di vedere vacillare il trono che si è conquistato. Si chiude come un riccio, di fronte alla proposta nuova e coraggiosa del Vangelo di Gesù.
Chi invece ha imparato a non contare su se stesso, chi ha imparato a conoscere la fragilità umana e quella di tutte le realtà cui cerchiamo di aggrapparci, è aperto alla novità del Regno.
Il Regno è già suo in qualche modo, perché è disposto a riceverlo volentieri e con gioia, perché accoglie la Parola di Gesù come parola che rassicura, conforta, dona serenità e speranza.

Meditatio:
che cosa dice a noi questa parola? Il messaggio di questa prima beatitudine?
Per cogliere meglio il messaggio di questa prima Beatitudine possiamo ricordare altre parole che nel Vangelo, pur con termini diversi, designano coloro che sono “poveri in spirito”.
Infatti le grandi parole bibliche non sono mai definibili geometricamente o matematicamente, perché si riferiscono alle profondità del cuore, a tutta la ricchezza interiore che pervade il discorso biblico.
Ne possiamo ricordare tre.
1) Se non vi convertirete e non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli  (Mt. 18,2)
I bambini si fidano, sono semplici, si abbandonano in tutto ai genitori, si lasciano fare.    Così deve essere il nostro atteggiamento di fronte a Dio, per entrare nel Regno, per accoglierlo.
2) Ti ringrazio,Padre, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli  (Mt. 11,25)
I piccoli sono i lattanti, gli infanti, cioè quelli che non sanno parlare.
Vuol dire che le cose di Dio non vengono rivelate a coloro che credono di sapere molto, di essere ricchi di cultura e di dottrina, di non aver bisogno di imparare alcunché da nessuno, ma, invece, sono rivelate a quelli che sanno di sapere poco e di dover imparare molto.
3)  Il Signore ha guardato all’umiltà della sua serva   ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili. (Lc. 1, 48. 52)
Coloro che pretendono di primeggiare, di spingere, di farsi largo schiacciando gli altri, non sono graditi a Dio.
Al contrario lo sono quelli che accettano umilmente la loro condizione, fidandosi di Dio, mettendosi nelle sue mani, sapendo che lui solo è immensamente più grande di qualsiasi persona.
Ecco allora il messaggio per noi: l’atteggiamento che il Signore ci chiede è l’atteggiamento che spalanca il nostro cuore al mistero di Dio, che ci rende semplici, non superbi, che ci fa capaci di affidamento, di abbandono, di attesa di Dio.
Per comprenderlo meglio dobbiamo guardare Maria nel momento dell’Annunciazione, dobbiamo pensare a Gesù mite e umile di cuore.
Allora impareremo  l’importanza di opporsi alla pretesa di sapere già tutto di Dio, di sé, degli altri.
Soltanto quando il cuore è umile, quando il cuore è consapevole di dover aspettare tutto da Dio, Dio viene incontro all’uomo.
L’atteggiamento che viene condannato dalle Beatitudini e da tutto il messaggio evangelico è quello di chi è sazio, appagato, contento solo di avere sempre più denaro, più potere, più divertimenti, più comodità, senza accorgersi di essere interiormente arido, nudo, privo di sentimenti profondi, privo di umanità, di fede, di speranza.

Contemplatio:
Contempliamo Gesù sulla croce, contempliamo il Figlio di Dio che si è fatto povero per noi, che si è dato in balia degli uomini, che si è consegnato a noi.

Actio
Che cosa diciamo noi al Signore?
1) Il povero di spirito è una figura di uomo affascinante: è l’uomo che ha capito che deve tutto a Dio; non si atteggia a padrone del mondo o degli altri, ma sa di dipendere da Dio ed è contento ...
2) Il povero di spirito è povero, ha bisogno degli altri, ma ha una sicurezza: Dio lo ama e ha stima di lui. Il povero di spirito, allora, è colui che chiede, domanda, ringrazia, nella consapevolezza che ciò che incontra è un dono; e se è messo da parte, sa che Dio non lo mette da parte mai.
l povero di spirito è sicuro che Dio è la radice della sua dignità che nessuno gli può togliere.
3) Il povero di spirito chiede , fa presente il suo bisogno con discrezione, non è petulante, non ha vergogna di essere aiutato e sa che le cose che riceve sono un dono. Se si sente amato da qualcuno, si meraviglia e riconosce che l’amore vero è gratuito. Chi pensa di avere diritto a tutto e di meritare tutto, non gusta mai la bellezza del dono e dell’amore.
4)  Il povero di spirito non è un violento, i violenti sono coloro che vogliono emergere.
5) Il povero di spirito dice sempre “grazie” a Dio, alle persone, quasi stupito che simili doni possono capitare proprio a lui.
Qualche domanda:
E’ nostro compito diventare persone così, come Gesù
* Persone contente di dipendere da Dio, di affidarsi a Dio sempre
* Persone che spalancano il proprio cuore, che si rendono disponibili  al mistero di Dio
* Persone che sanno dire sempre grazie a Dio

Preghiera.
Preghiamo facendoci poveri, mendicanti della grazia di Dio, del suo perdono, del suo Regno, della sua misericordia:
Grazie Signore, perché ci hai fatto partecipare un poco alla beatitudine dei poveri in spirito e quindi alla promessa del tuo Regno.
Carlo Maria Martini

Testo trovato in:
http://cmmddc.blogspot.com/2014/02/beati-i-poveri-in-spirito-lascolto.html

domenica 9 novembre 2014

9 novembre 2014

La regola di vita semplice e grande, che è il Vangelo del Signore Gesù, ci viene consegnata nel momento del battesimo e viene accolta da noi in quello stesso momento mediante la professione di fede, con cui noi, o i nostri genitori, padrini e madrine, a nome nostro, abbiamo dichiarato di credere in Dio Padre, nel Figlio Suo Gesù Cristo, morto per i nostri peccati e risorto per la nostra salvezza, e nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita e ci aiuta a camminare in Dio finché il Suo volto sia pienamente manifestato in noi nella Sua gloria. È dunque nel battesimo che veniamo accolti nel cuore della Trinità e la vita e l'amore dei Tre sono comunicati al nostro cuore.

Accogliendo sempre di nuovo il dono di Dio,
vorrei confessare insieme con te la gratitudine
e la gioia che esso suscita in me,
nonostante me stesso e tutte le mie povertà:

Mio Dio, tu sei il mio tutto!
Ti adoro,
Ti amo con tutto il cuore,
Ti ringrazio di avermi creato
e di avermi chiamato
ad essere Tuo figlio in Gesù Cristo
per mezzo del battesimo,
facendomi membro vivo di questa Chiesa ambrosiana,
conservandomi fino a questo momento nel Tuo amore
per la grazia dello Spirito Santo.
Ti offro la mia confessione di lode, 
piena di gratitudine e di speranza, 
e desidero vivere
secondo la fede ricevuta nel battesimo, 
pregando, amando, soffrendo e morendo 
come ha vissuto, amato, pregato, sofferto 
ed è morto per noi
il Tuo Figlio Gesù Cristo,
nel quale anch'io sono Tuo figlio,
come Tu mi sei Padre in Gesù, mio Signore, 
nello Spirito di verità e di amore,
nella comunione della Chiesa cattolica, 
vissuta in questa Chiesa di Milano.
Amen
(Carlo Maria Martini)

In questo giorno memoria del mio battesimo 
ti invito a pregare per me.
Che possa camminare con Dio in semplicità e letizia,
con fiducia e sempre rinnovato stupore,
non smarrendo mai la consapevolezza che Lui 
che mi ha chiamato alla vita
e alla vita nelle fede
è il Fedele.

domenica 13 aprile 2014

13 aprile 2014 - Incondizionato Amore

Tutta la casa si riempì dell’aroma 
di quel profumo. 
(Gv 11,3c)



Gesù, aiutaci a diffondere il tuo profumo 
ovunque noi andiamo;
inondaci del tuo spirito e della tua vita;
prendi possesso del nostro essere così pienamente,
che tutta la nostra vita sia soltanto 
un' irradiazione della tua;
risplendi in noi e attraverso di noi;
che chiunque ci avvicini senta in noi la tua presenza;
chi viene a noi cerchi Te e veda soltanto Te;
resta con noi, così cominceremo a risplendere 
come risplendi Tu,
così da essere luce per gli altri;
la luce, Gesù, verrà tutta da Te, 
e nulla di essa sarà nostra proprietà;
sarai Tu ad illuminare attraverso di noi;
fa che noi Ti lodiamo nel modo che piace a Te,
effondendo la Tua luce su quanti ci stanno attorno;
che noi predichiamo di te, senza predicare,
ma con il nostro esempio, con la forza che trascina,
con il suadente influsso del nostro operare,
con l'evidente pienezza dell'amore 
di cui il nostro cuore trabocca.
Amen.
John Henry Newman






Riapre La Stanza di Enoch

Cara amica, caro amico, torno in questa stanza come si torna in un posto che si è amato e poi a lungo trascurato. Ho scelto di riaprire La S...