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giovedì 9 aprile 2020

Giovedì Santo - 9 aprile 2020


«E uscito fuori pianse amaramente. E in quell'istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: "Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte". E, uscito fuori, pianse amaramente».
In questi giorni mi sono domandato: “ma dove è finito Pietro in quelle ore passate tra il suo tradimento e il mattino di Pasqua quando Maria di Magdala gli porterà l’annuncio della risurrezione?”
Ho scoperto che ci sono racconti che narrano che quel pianto frutto del ricordo di quanto Gesù gli aveva detto continuò a lungo fino alla casa degli amici di Betania. Là lo accolsero Maria e Marta, Lazzaro invece era nascosto perché sapeva che i capi del popolo avevano deciso di uccidere anche lui, la sua storia era diventata scomoda. Ma appena entrò nella stanza che, solo pochi giorni prima, aveva accolto nella gioia Gesù e i Dodici per quella festa voluta intensamente per il grande segno della resurrezione di Lazzaro... quel profumo di nardo prezioso, che Maria aveva speso in un gesto di dono gratuito, non arrivò solo al naso ma soprattutto al cuore. E ricordando le parola di Giuda non si sentì diverso da lui, che da sempre considerato ladro ora era anche il traditore. Ma quale differenza ora ci poteva mai essere tra lui e il suo fratello Giuda, ora che aveva gridato “non conosco quell’uomo!” Ed era fuggito. 
Si narra che non volle rimanere in quella casa, il profumo dell’amicizia gratuita gli ricordava che “non c’è amore più grande di chi dà la vita per i propri amici”.
Camminò di notte, andò verso il deserto e arrivò al Mar Morto, il mare di sale. In riva ad un altro mare era iniziato tutto. Chiamato per nome per essere pescatore di uomini. Come avrebbe voluto tornare indietro e dire ancora una volta a quel Maestro, al suo amico Gesù: “Signore allontanati da me che sono un peccatore...” Ma ora era qui lontano dalla sua casa, dall’Amico, lungo questo mare neppure la possibilità di tornare al suo lavoro, di cancellare il passato. In questo mare morto, come anche il suo slancio “anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò”, non si può pescare, né faticando tutta la notte, né gettando le reti a destra o a sinistra della barca. 
Si narra che non volle rimanere neppure presso quel Mare, l’odore del sale gli ricordava: “voi siete il sale della terra, ma se il sale perde il suo sapore a cosa serve?”
Tornò sui suoi passi verso Gerusalemme, pensò che in quel momento il posto più sicuro fosse proprio il Getsemani, chi lo avrebbe cercato in quel luogo? Lui l’orto degli ulivi lo conosceva bene perché spesso era stato il luogo dell’intimità con il Maestro, come poche ore prima quando Gesù gli aveva chiesto di stare con Lui come altre volte per momenti unici, testimone di segni che lo avevano spinto a professare “Tu sei il Cristo”. “Restate ” Ma quella sera tutto era diverso. Il sonno arrivò in fretta, neppure il tempo di capire cosa stesse succedendo, neppure il tempo di capire le sue parole, ma quella sera ogni sua parola era difficile, ogni suo gesto incomprensibile. Come quell’arrendersi senza combattere, mentre lui invece sapeva maneggiare la spada... Quando lo vide non opporre resistenza alla sua cattura fuggì per paura. 
Si narra che per quanto fosse un nascondiglio sicuro non volle rimanere nel Getsemani, il silenzio gli ricordava: “vegliate e pregate per non entrare in tentazione”.
C’era un ultimo posto dove poteva nascondersi. Tornò alla stanza al piano superiore, quella che avevano preparato per la Pasqua. Lì il Maestro li aveva convocati. Che la Pasqua non fosse una cena come le altre lo sapeva, non era certo la prima Pasqua vissuta insieme, ma Lui ne parlava come se fosse l’ultima. L’annuncio del tradimento e poi quei gesti conosciuti che avevano ora un sapore diverso “fate questo in memoria di me”. Ora quella parola riecheggiava nel cuore e illuminava tutti quei momenti in cui il pane aveva  caratterizzato lo stare con Gesù, e gli ricordava: “Io sono il pane vivo disceso dal cielo chi mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.
Si narra che anche Pietro sentì il terremoto che scosse tutta Gerusalemme quando Gesù morì. Rimase in quella stanza in attesa, ritornò a quello sguardo di Gesù e poi si adagiò immaginando di porre il suo capo sul petto del Maestro, lì lasciandosi raggiungere dal suo sguardo, non fuggendo più da Lui, trovò la pace e il perdono.

In questi giorni chiedo al Signore Gesù di mostrarmi il suo volto, di far risplendere su di me la luce del suo sguardo perché credo che senza Gesù non ci sia un’amicizia autentica, non ci sia una vocazione santa, non ci sia una preghiera di vero affidamento, non ci sia Eucaristia che plasma la vita.

Ma chiedo anche per ciascuno di voi la stessa grazia: Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto perché insieme possiamo riconoscere questo volto e possiamo regalarci il dono di amicizie vere, di risposte gratuite al suo amore, di preghiere colme di fiducia e di speranza, per tornare a celebrare insieme con gioia l’Eucaristia.

sabato 20 aprile 2019

Sabato Santo


Una domanda mi ha accompagnato in questi giorni, ripensando al fatto che da molti anni vivo la Veglia Pasquale, in modi diversi, con situazioni diverse ma ormai davvero sono tanti anni. Mi domandavo “Cosa significa per me vivere la Pasqua? Quale valore ha per me, aldilà di preparare le celebrazioni, creare le condizioni perchè tutto avvenga in modo più bello e più coinvolgente possibile?”.
Cosa significa per me vivere la Pasqua del Signore? Per me che ogni giorno celebro l’Eucaristia?
Ho provato a ripercorrere le letture che abbiamo ascoltato, cogliendo in ciascuna un significato che dica alla mia vita, spero un po’ anche alla vostra, cosa significa vivere la Pasqua.
Innanzitutto, per me la Pasqua è un rendimento di grazie. È il rendimento di grazie per il dono della vita e della vita nella fede. Ho ricevuto tutto il necessario per vivere la mia vita in pienezza. Lo stupore davanti alla creazione, tutto ciò che mi è stato donato per la mia vita; quello stupore davanti alla bellezza del creato, quel meravigliarsi di paesaggi che anche nelle nostre terre mutano facilmente quando c'è il sole e quando c’è la pioggia, quando da lontano vediamo le montagne innevate, quando vediamo i nostri boschi rinverdire dopo il grigiore dell’inverno. La creazione che ci parla di una vita che si rinnova costantemente, come è il desiderio di Dio su di noi. La creazione come opera di Dio. Talvolta incontro qualche giovane che mi dice che non è sicuro che questa esperienza di Fede che stasera condividiamo sia quella autentica perchè se fossimo nati in un altro paese avremmo un’altra religione, non ci ritroveremmo insieme questa sera. Credo che questa obiezione non ci porti da nessuna parte. Io devo essere lieto di quello che sono, di quello che ho, perchè solamente così posso vivere in pienezza la mia vita, solamente così posso stupirmi di quello che mi circonda, non posso darlo per scontato, come se fosse una cosa qualsiasi, una cosa qualunque. Lieto di quello che sono, lieto del dono della vita che non ho scelto ma che mi è stata donata, di una vita che è stata custodita da persone buone, che mi hanno accompagnato e che ancora oggi lo fanno. Vivere la Pasqua è avere una grande gratitudine per il dono della vita e della vita nella fede che condivido con voi questa sera. 
La Pasqua è poi per me ricordare che la vita è vocazione. Non siamo a caso, non siamo capitati qui per sbaglio, abbiamo una vocazione. Ciascuno ha la propria, ciascuno cerca di viverla in pienezza con tutte le forze che ha, qualcuno la sta ancora cercando, qualcuno pensa di averla smarrita. Ci sono vocazioni straordinarie come la paternità e la maternità, ma anche una paternità e una maternità nello spirito. C’è chi poi tra noi ha scelto di dedicare la propria vita agli altri, chi ha scelto professioni che sono promozione del bene dell’altro, cura della vita dell’altro, ci sono vocazioni semplici e quotidiana ma non scontate.Tutti sono chiamati a vivere bene la vita, non c’è una graduatoria di cose più importanti o meno. Ci ricordiamo sempre come Paolo parla sempre della Chiesa come un corpo e il nostro corpo, bellissimo, ha parti molto nobili e altre che sembrano meno nobili ma tutte concorrono a permetterci di vivere bene. La Pasqua allora per me è vocazione, è memoria del fatto che non sono chiamato alla vita per non fare nulla, per non compiere nulla ma perchè la mia esistenza sia dono, quotidianamente dono. Pur consapevole io stesso della mia inadeguatezza porto sempre al Signore il desiderio che la mia vita ancora, ancora, ancora sia servizio e benedizione.
Il sacrificio dell’Agnello ci ricorda che la Pasqua è rimando all’Eucaristia, questa realtà che per me è quotidiana non perché sia meglio di altri ma perchè mi è chiesto come parte integrante della mia vita a servizio della comunità che mi ha affidata. Questo amore arde tra le mie mani ogni giorno, questa presenza reale di Gesù sostiene il cammino di ogni giorno, le scelte quotidiane che sono chiamato a fare in ordine alla santità della mia vita ma anche alla santificazione della vita di chi mi è affidato. La Pasqua mi ricorda che il cuore dell’esperienza della Fede è l’Eucaristia.
Questa immagine dell’oppressione del popolo d’Egitto su Israele mi ricorda che la Pasqua è coraggio. Per me coraggio è agire con il cuore, è credere come Maria che nulla è impossibile a Dio. Non avere timore davanti alle sfide della vita, davanti a quei momenti in cui devi scegliere, le scelte sono pesanti e ti senti solo, nel momento in cui devi avere il coraggio di riprendere in mano una relazione, di scegliere un nuovo lavoro, di dire una parola che sai potrà ferire ma che è correzione non negazione. Il coraggio di affrontare l’esperienza del doloro condividendola con un altro. Il coraggio di chi crede che nulla è impossibile a Dio. Questa è la Pasqua!

La Pasqua si struttura intorno a delle parole, ci è stata tramandata con dei racconti. Pensate che i racconti più antichi della Scrittura sono quelli che narrano ciò che è accaduto nel Mar Rosso: il passaggio, la liberazione dalla schiavitù alla libertà. Questi sono testi più antichi di tutta la Scrittura perchè celebravano l’incontro con il Dio che salva, che ascolta il grido, che non lascia abbandonati a un destino crudele i suoi figli. La Parola, questa parola che sola può plasmare i miei pensieri perchè siano come i suoi pensieri. La Parola che sola può essere lampada ai miei passi, luce al mio cammino, la parola che sola può farmi scoprire che la volontà di Dio su di me non è privazione della mia libertà ma unica reale possibilità di vivere nella gioia.
La Pasqua è esperienza di misericordia. Abbiamo ascoltato queste parole: «Anche se i peccati fossero scarlatto diventeranno bianchi come la neve». Non c’è nulla che ci può separare dall’amore di Dio in Cristo Gesù. È un amore senza fili, senza limiti quello che abbiamo celebrato, nel momento in cui Gesù si dona, nel momento in cui muore, in quel momento ancora pensa a noi: «Padre, perdonali perchè non sanno quello che fanno». Non potrò mai essere così lontano da Dio se lui vuole essere così vicino a me. La Pasqua mi parla dell’esperienza della misericordia.
La Pasqua è rimando proprio alla Risurrezione di Gesù. Dio ha risuscitato Gesù perchè la morte non poteva tenerlo in suo potere. La Pasqua allora è speranza che tutto ciò che io vivo ora in comunione con Gesù è già risorto, che tutto il bene che io compio in comunione con Gesù è già vita eterna, che ogni volta che compio nel nome di Gesù la mia vita io sono già risorto, vivo già da risorto, non devo aspettare la morte per fare esperienza di questo Dio. Questa è la Pasqua e come vorrei che fosse così tutti i giorni, tutti i momenti, anche quando mi lascio abbattere dall’insuccesso, dalla lamentela, dalla critica, anche quando non so dare tutto me stesso in quello che ho scelto di vivere, anche quando mi ritrovo a fare i conti con la mia debolezza. Come vorrei ricordare che l’unico compito che ho vero è quello di vivere da risorto, di essere nel mondo colui che porta questo annuncio, perchè la Pasqua è anche questo: è grazia di essere apostoli, come ci ha detto Paolo, cioè di essere inviati, a dire non quello che sappiamo fare noi, non quello che di bello siamo noi ma di quello che di grande e di bello Dio può fare attraverso di noi. Per questo tutti possono essere apostoli e se alcuni vengono scelti per un compito più alto di annuncio del Vangelo, tutti noi abbiamo il compito, abbiamo la vocazione, il dono, di dire a chi incontriamo che essere di Cristo riempie la vita, non è una noia mortale ma è la possibilità che tutto di me parli di lui. Allora la Pasqua è non avere paura, non avere paura di questa realtà che ci circonda e che ci parla di banalità di morte, di banalità della violenza, sempre le stesse notizie. Non dobbiamo aver paura noi perchè crediamo che Cristo è risorto, crediamo che il bene è creativo, crediamo che il bene vince, crediamo che la Croce di Cristo non è la fine di tutto ma l’inizio, crediamo che l’albero della Croce è fiorito nella risurrezione di Gesù, che certamente si deve passare attraverso la porta stretta della croce ma che poi si apre alla gioia della risurrezione, una gioia incontenibile che dovrebbe venire dal di dentro, una potenza interiore che ci fa dire a tutti “io credo che Gesù Cristo è risorto, Lui è la mia speranza, Lui è la mia fiducia, Lui è la fonte della mia capacità di amare. Questa è la Pasqua. Cerco di viverla così. Vi chiedo di aiutarmi a viverla così. io intanto, anche in questa Eucaristia prego perchè per ciascuno di voi sia così.

giovedì 18 aprile 2019

Giovedì Santo


C’è un’usanza tra i presbiteri di annotare il numero delle messe celebrate, il luogo e anche l’intenzione; su appositi registri, su quaderni avviene questa operazione quotidiana. Anche io all’inizio del mio ministero ho iniziato a fare questo esercizio ma poi un po’ per mancanza di costanza, di pigrizia, un po’ per il passaggio faticoso nel primo trasferimento da una parrocchia all’altra ho perso questa abitudine. Così oggi non so quale sia il numero preciso della celebrazione che sto vivendo e, anche se mi sto avvicinando al mio venticinquesimo con tutta la carica emotiva che sento e che è anche intorno a me, certo avrei la curiosità di sapere quante siano. Verosimilmente penso di aver superato le 10.000 e subito quando ci penso la curiosità diventa timore. 
C’è una domanda che mi accompagna da sempre, che prendo dalla tradizione francescana, attribuita a Francesco d’Assisi che davanti all’Eucaristia diceva: «Perchè questo amore che arde non mi consuma?». Anch’io oggi parto da questa domanda “perchè questo amore così grande non mi ha ancora fatto diventare come Lui?”. Sento anche tutta la forza e la serenità di queste parole: «Chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno sarà colpevole verso il Corpo e il Sangue del Signore. Ciascuno esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice, perchè chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore mangia e beve la propria condanna». Sento tutta l’urgenza di vivere con intensità l’amore per il Signore, eppure faccio esperienza della mia fragilità, di quella inadeguatezza che mi accompagna da sempre. Mi domando: perchè questo amore che arde non mi consuma? Eppure, anche io sono stato rivestito dello Spirito del Signore, lo Spirito con l’unzione mi ha consacrato e poi mi ha mandato per portare a tutti coloro che incontro questo lieto annuncio: Il Signore per te dà la vita. Sempre.
Ho provato a dare una risposta a questa domanda e al perchè dopo tante celebrazioni mi sento ancora così distante. Mi sono detto che in questi anni non ho saputo custodire in pienezza lo Spirito del Signore che si è rivelato a me nella pietà che riconduco alla tenerezza dei bambini, a quell’abbandonarsi nelle braccia del papà e della mamma sicuri, sereni, tranquilli, senza alcun problema, quell’abbraccio che è il porto sicuro, il luogo dove  non accadrà nulla di male. Questa tenerezza che ho sperimentato in tanti incontri, tanti bambini non l’ho sempre saputa custodire ed è anche per questo che l’Amore ancora non mi ha consumato. Penso poi a tutti quei giovani che ho incontrato, alcuni li ho accolti bambini e li ho accompagnati sia nel cammino dell’Oratorio sia della Scuola, ho colto di loro lo spirito della scienza, dell’imparare, del conoscere, di quella curiosità che cambia il mondo e che ti fa sognare di diventare grande, capace di essere protagonista della tua vita, perché non solo guidato dalle buone capacità intellettuali ma anche dallo Spirito del Signore. Così ho incontrato tante persone, tanti ragazzi, tanti bambini diventati giovani, adulti, padri e madri e non sempre ho saputo sia ringraziare sia custodire questo dono dello Spirito. Penso a quello Spirito di Dio che si è manifestato e si manifesta nella fortezza, caratteristica che vedo nelle mamme, tutte quelle donne che hanno insegnato che la vita è autentica nel momento in cui è donata. Mamme straordinarie e mamme ordinarie, mamme che hanno speso tutta la vita nel custodire i propri figli, i propri sposi, mamme che hanno diviso il loro tempo tra pannolini, visite dal medico e corse come se fossero tassiste provette. Quanta fortezza nell’essere fedeli a una vocazione nella vocazione, una vocazione che continuamente cambia! Quanta benedizione ho ricevuto ma non sempre l’ho saputa custodire. Lo Spirito del Signore si è rivelato nella sapienza e penso ai papà, a quegli uomini che hanno imparato dalla quotidiana esperienza della vita che è lavoro, che è fatica, che è rinunciare ai propri interessi e mettere prima gli interessi degli altri. A volte con fatica ma anche con quella gioia che è impagabile. Ho imparato tanto da alcuni papà che sanno trasformare le cose semplici in regali splendidi e sanno inventare per i loro figli e per le loro spose idee straordinarie. C’è una sapienza che passa attraverso l’esperienza, la tenacia ma anche il coraggio di prendere decisioni difficili, di non avere paura. Penso poi di non essere stato capace di custodire neppure lo Spirito dell’intelletto. In questi venticinque anni ho avuto tanti maestri, tante persone che mi hanno insegnato qualcosa della fede, a leggere la realtà oltre ciò che appare, a vedere l’invisibile. Ma il Maestro più grande, quello che sento di avere un po’ tradito è colui che mi ha ordinato perchè penso che ci abbia regalato uno sguardo diverso sulla Chiesa e sul mondo, uno sguardo che non nasce solo dall’intelligenza che si modella intorno all’apprendimento di tecniche o di nozioni. Il cardinal Martini ci ha insegnato che la realtà va letta con la Parola di Dio perchè è da lì che ha origine, ed è l’unica parola che crea, che trasforma. Credo di non aver custodito sempre dello Spirito di Dio che si è rivelato nell’intelligenza dei miei maestri e di quel maestro in particolare. C’è poi lo Spirito del Signore che si è manifestato nel consiglio e questo l’ho imparato e lo imparo dagli anziani, a partire dal mio nonno Giovanni e della mia nonna Gisella. E poi tanti altri che hanno costellato la mia vita fino ad oggi, anche in questi giorni. A volte gli anziani dicono sempre le stesse cose, sono come il ritornello di una canzone che si ripete più volte, sono come una frase tipo “ti voglio bene”: chi si stanca di una parola così? Gli anziani hanno una sapienza che è maturata attraverso quello che noi non abbiamo sperimentato e forse non sperimenteremo mai: il tempo ce possiamo solo sentire dai loro racconti. Lo Spirito del Signore è stato per me consiglio attraverso gli insegnamenti degli anziani. E infine, il timore di Dio. C’è una scuola, quella della sofferenza, che insegna come il Signore è sempre presente alla tua vita, anche quando la fatica di vivere, la durezza della malattia te lo fa sembrare lontano. Noi questi giorni contempliamo Gesù Cristo, Colui che si è fatto carico di tutto il dolore, di tutta la sofferenza, di quella che vediamo e di quella che è nascosta nel cuore, di quella che si manifesta e di quella che diviene un sentimento profondo. Io non ho saputo custodire lo Spirito del Signore che a me si è rivelato nel timore di Dio che hanno gli ammalati, che non è paura della morte e neanche di un giudizio ma consapevolezza di passare attraverso un mistero che è quello dell’Eternità, ma è anche quello che fa guardare la vita con gratitudine. 

Perchè questo amore che arde non mi consuma? Non so quante celebrazioni eucaristiche ancora vivrò, non mi metterò a contarle perchè avrò sempre un po' timore di quel numero. Vorrei solo che questo amore mi facesse sentire come sente Lui, pensare come pensa Lui, desiderare come desidera Lui, amare come ama Lui. Se anche voi a volte vi siete domandi perchè questa messa che celebriamo non ci cambia così tanto, se anche voi qualche volta vi siete domandati  Perchè questo amore che arriva fino al dono della vita non mi rapisce veramente? Proviamo a chiedere al Signore di imparare da questa Celebrazione, da questo giorno ad amarlo.
Chiedo al Signore che in questo anno così speciale per me rinnovi la sua effusione dello Spirito e mi renda finalmente lieto di quello che sono perchè Lui, attraverso questa Celebrazione Eucaristica, mi ha un po’ trasformato. Chiedo di essere nuovamente benedetto dalla tenerezza dei bambini, dalla curiosità intelligente dei giovani, dalla fortezza delle mamme, da quella sapienza che è fatta di coraggio e di tenacia dei padri, dalla forza del magistero di uomini santi, dal consiglio degli anziani e dal timore di Dio che nella malattia molto uomini e donne sanno vedere. Chiedo anche a voi di chiedere al Signore per me la grazia di essere finalmente consumato da quell’amore che ogni giorno arde per noi.

sabato 31 marzo 2018

Veglia Pasquale


Nella Veglia Pasquale che stiamo celebrando il Triduo raggiunge il suo massimo. Tutti noi dovremmo essere ‘al massimo’ della festa e della gioia. Questo è il culmine, più di così non si può. Questa liturgia che stiamo celebrando così ricca è come la sintesi di tutta la liturgia che celebriamo in un anno. Abbiamo ascoltato tante parole che troviamo nella Scrittura, ci siamo affidati ai segni, ai simboli che si rinnovano in ogni nostra liturgia - la luce, l’acqua.
Noi oggi siamo chiamati a ripercorrere tutto quello che facciamo nell’arco di un anno intero. Abbiamo benedetto, accendendolo, il cero pasquale che ci accompagnerà per cinquanta giorni, per tutto il tempo della gioia della Pasqua, a ricordarci che Cristo Signore è risorto, che Lui è la Luce del mondo e, come nel giorno del nostro Battesimo ci è stata consegnata - ricevete la luce di Cristo - con il compito di tenerla sempre accesa nella nostra vita così stasera siamo chiamati a rinnovarla.
Abbiamo cantato l’annuncio della risurrezione, che ricostituisce quell’alleanza eterna tra Dio e il popolo che ha scelto, cioè tutti coloro che aderiscono al Vangelo di Cristo, tutti coloro che umilmente riconoscono in questo annuncio Gesù, il Crocifisso è Risorto il cuore della loro fede. La luce, lo sappiamo, è la prima opera della creazione: «Dio disse: sia la luce. E la luce fu». Qui rendiamo conto che questa luce può davvero illuminare il nostro cammino. Nel giorno in cui celebro il Battesimo dico ai genitori questa cosa: la luce che accendiamo è piccola, tendenzialmente ci mettiamo anche davanti una mano perchè abbiamo paura che si spenga. La fede a volte non ci appare come un fuoco, un falò, una caldaia ma una luce piccola. Nel cuore della notte anche una luce così piccola illumina e dà calore, dà sicurezza. La fede non è un’esperienza che ci mette al riparo dal male, dalla sofferenza, dalla morte. Gesù è la luce che le tenebre non hanno accolto ma che non hanno vinto. La fede è un’esperienza che vogliamo rinnovare ed è per questo che sui nostri visi deve comparire la gioia, una gioia che peschiamo dal nostro cuore perchè altrimenti cosa abbiamo da annunciare? Non possiamo pensare che dire “Buona Pasqua” sia sufficiente. Abbiamo bisogno di far sentire che questo annuncio Gesù Cristo, il Signore, è risorto, riempie la nostra vita. Certo, chiede a noi di fare l’esercizio quotidiano di ascoltare, come abbiamo fatto questa sera, scoprendo che l’unico sacrificio che è gradito a Dio, pur nella fatica di capire perchè, è quello del Suo Figlio che, come abbiamo detto la sera del Giovedì Santo, si spezza, si versa perchè tutti possano fare parte della cena, della sua vita, perchè l’Eucaristia è condivisione e noi siamo i commensali, cioè coloro che stanno a mensa con il Signore, coloro che celebrano l’amore del Signore fino al dono della vita. Questo non è legato al fatto di essere degni ma di essere figli. Lo sguardo che Lui ha su di me, su ciascuno di noi, è lo sguardo stupito di chi da sempre ha pensato alla vita e agli uomini come l’opera somma della sua creazione. Allora oggi siamo qui per dire al Signore che proviamo a credere che Lui sia la luce del mondo ma, prima ancora, che sia la luce della nostra vita perché se questo annuncio non illumina, non riscalda, non guida la mia vita, come posso pensare che possa raggiungere i confini della terra? Come posso pensare che vada a scaldare quelle situazioni in cui il freddo della violenza, della banalità del male, della morte spegne ogni speranza? Come posso pensare che la luce che illumina le tenebre arrivi là dove il buio della disperazione, dell’ingiustizia sembrano togliere dagli occhi ogni possibilità di bene? Come posso pensare che la luce che guida il cammino possa arrivare là dove gli uomini sono smarriti, confusi, abbandonati alla ricerca di piaceri immediati che però non riempiono la vita?
Noi siamo qui questa sera perchè questo è il cuore di tutto l’anno, è la Veglia madre di ogni veglia. Noi abbiamo il compito di prendere questa luce, di custodirla nel cuore e di portarla a tutti, perchè l’augurio di una Santa Pasqua sia occasione per noi e per ogni uomo di passaggio da una condizione a un’altra, da una posizione a un’altra, da un giudizio a un altro magari partendo da un giudizio che abbiamo sulla nostra vita, lasciandoci finalmente guardare con gli occhi di Dio, che non vede mai in noi la somma dei nostri errori, delle nostre fatiche, delle nostre sconfitte ma sempre e solo la sua opera che è perfetta. Dio non può produrre scarti ma solo opere belle.
Lo stare qui questa sera è per noi il desiderio di camminare con il Signore verso il compimento della nostra vita, è redenzione il dono della sua vita e della sua risurrezione. Questo canto alleluia che ora potremo dire per tutto il tempo che ci sta davanti è il nostro grido a dire al Signore che siamo veramente lieti di essere cristiani e che vorremmo farlo vedere un po’ di più, che dovremmo ricordarci un po’ di più, incontrandoci a vicenda, che noi siamo di Cristo cioè siamo risorti, che la nostra vita già ora può essere quella di chi è risorto e che se noi crediamo che Dio ha vinto la morte, nulla ci può separare da Lui, dall’Amore di Dio in Cristo Gesù.
Corriamo allora al sepolcro perché il Signore ha spalancato quella porta, ha rotolato quella pietra che custodiva la morte. Corriamo al sepolcro per sentire anche noi dirci “È risorto! Non è qui! Non cercatelo tra i morti perchè Lui è il vivente”. Noi vorremmo questa sera non dire solo con le parole che il Signore è risorto, vorremmo imparare a dirlo con la vita, vorremmo correre per le strade dicendo “questo davvero è il cuore della mia esistenza”.
Insieme al donarci la vita, oggi il Signore ci fa un altro dono: essere noi capaci di dare la vita ad altri, perchè l’Eucaristia non è mai un fatto personale, una cosa intima tra me e Dio ma è sempre l’invito a portare a tutti quello che il Signore ti dona e poiché ciò che di più prezioso abbiamo è la nostra vita, questa vogliamo donare. Ancora prima del nostro denaro, delle nostre energie. Allora l’annuncio pasquale arriverà a molti, a coloro che non lo conoscono ma anche a coloro che lo hanno dimenticato; ai nostri fratelli cristiani che non sentono più questo annuncio come ciò che guida, scalda e illumina la vita; ai nostri fratelli che hanno lasciato la comunità cercando in altri luoghi un posto dove trovare luce, calore e guida al proprio cammino. Non si tratta di riempire le chiese ma di riempire la vita.
Noi questa sera, al culmine di tutto l’anno, in questa Veglia che è il cuore della nostra fede, umilmente chiediamo:
Signore, tu che sei la Luce del mondo,
tu che sei la Via, la Verità e la Vita,
abita il mio cuore e fa’ che la mia esistenza
desideri sempre essere in comunione con te
perchè le mie parole siano sempre benedizione,
i miei gesti siano sempre volontà di pace e di accoglienza,
perché i miei pensieri si orientino a te,
perchè i miei desideri volgano sempre a ricercare e costruire una comunità 
che sia evidenza del tuo Regno
che è già in mezzo a noi
.

venerdì 30 marzo 2018

Venerdì Santo


Ad uno ad uno i giorni della Settimana Santa ci parlano del fine ultimo della nostra vita, ci vengono donati giorno per giorno, ognuno con i suoi segni, con i suoi simboli, con le sue parole, con i suoi gesti.
La gioia della domenica delle Palme che aveva visto l’ingresso di Gesù in Gerusalemme accompagnato dai rami di palma e d’ulivo sembra così lontana, come avviene spesso anche nelle nostre vite: momenti di gioia intensa che vengono cancellati in un istante per una sofferenza improvvisa, per una morte improvvisa, per un’ingiustizia, per uno scoraggiamento profondo. E poi lunedì, martedì, mercoledì, tre giorni nella ferialità che ci hanno portato a guardare Gesù che annuncia la sua passione e morte tra lo stupore e l’incapacità di comprendere dei suoi discepoli, ai quali assomigliamo molto perchè spesso non capiamo quello che Gesù ci dice. È vero anche che dedichiamo poco tempo ad ascoltarlo, ma soprattutto ci troviamo sempre così distanti dalla comprensione del suo Vangelo, forse perchè non lo abbiamo ancora scelto come il nostro unico Signore e Maestro, come l’Amico al quale cercare di affidare la nostra vita, non perchè Lui si sostituisca a noi ma perchè accanto a noi cammini verso il compimento della vita. E poi la giornata di ieri, che abbiamo celebrato nella Cena del Signore, ricordando il gesto umile, da schiavo, del lavare i piedi ai propri amici e poi quello spezzare il Pane, quel versare il Sangue per dire la volontà di essere per ciascuno di noi fino alla fine. Del Triduo Pasquale questo però è il giorno più duro, quello che nessuno di noi può dire di aver capito o di capire fino in fondo: perchè tanto dolore?
Perchè tanta sofferenza?
Perché questa sofferenza si rinnova costantemente, ogni giorno, nelle nostre vite e nelle pieghe della vita dell’umanità?
Perchè ogni giorno sentiamo dire che la croce di Cristo è ancora in mezzo a noi?
Perché ogni giorno dobbiamo ascoltare il grido di sofferenza di uomini e donne vicine e lontane da noi?

Lo sappiamo che la sofferenza accompagna la storia di ogni uomo, dal suo sorgere al suo compimento, eppure non vogliamo abituarci a tutto questo e vogliamo contemplare la croce, noi che diciamo di essere di Cristo, perchè lì, in quella realtà, tutti siamo accumunati. Il Signore ha abbracciato la croce per insegnarci che la vita è continua volontà di lottare contro ogni forma di male, quel male che a volte nasce da noi e quel male che a volte subiamo e Lui, che non conosce il male, diventa il male-detto, perchè ciascuno di noi possa trovare in Lui un punto di riferimento, il senso, la forza per affrontare la sofferenza e la morte.
Io non so - è una delle domande che farò al Signore quando lo vedrò faccia a faccia - perchè cosi tanto dolore; io non so, quando mi capita di essere accanto a chi è nel dolore, dire parole sapienti, che sanno risolvere i problemi; io non so perchè ogni giorno sono costretto ad essere attento al mio mondo, a subire la violenza che viene dalle notizie che parlano di morte, di sofferenza, che parlano di ingiustizia. So solo che ho la grazia di essere cristiano, di scegliere di essere cristiano e di affidarmi a questo segno che è la croce di Cristo e lì porre tutte le mie domande e le mie fatiche di vivere e lì portare il dolore di tutti coloro che incrociano la mia vita e di tutti i fratelli e le sorelle di questa umanità che sento mia perché a questa umanità appartengo. Io so che posso guardare al Crocifisso e non trovare una risposta magica, non trovare una sorta di soluzione facile; io so che guardando al Crocifisso ho una strada da percorrere e non sono da solo.
Coloro che guardavano lo spettacolo della croce erano chiusi nella propria convinzione di stare facendo un’azione come tante altre, uccidere in nome di una bestemmia. I soldati romani facevano quel mestiere tutti i giorni e non si davano pena di chi fossero coloro che venivano condannati a morte. Giocavano con Gesù, quel giorno avevano qualcosa di diverso da fare, non la solita consuetudine dei gesti che portavano la crocifissione, ma uno che si poteva prendere in giro in modo strano, anzi, attraverso il “gioco del re” - così lo chiamavano: la corona, di spine, il manto scarlatto, la canna erano parte di questo gioco che umiliava coloro che venivano scelti per essere l’oggetto dello scherno di tutti. Davanti a quello spettacolo qualcosa accade e sconvolge anche chi, come il centurione, era abituato a compiere quei gesti. Non solo si è davanti alla morte di un uomo come tanti altri prima di lui, ma quest’uomo ha qualcosa di speciale perché non maledice, non impreca, non grida, non insulta ma sulla croce prega e perdona.
Prega e perdona.
Noi oggi siamo venuti qui a contemplare la croce di Gesù e a chiedere ancora una volta che in mezzo all’indifferenza e al male, in mezzo agli insulti, in mezzo a tutte quelle ingiustizie che passano anche attraverso la derisione del male, che passano attraverso la banalità del male, possiamo ricevere la grazia del perdono, un perdono ricevuto e un perdono offerto. Siamo qui perchè crediamo che la croce di Cristo non sia finita non solo perchè oggi uomini e donne soffrono ingiustamente, muoiono ingiustamente, ma anche perchè la croce di Cristo - proprio in questi giorni ci è stata mostrata - è ancora viva quando un uomo è capace di dare la vita per un altro, quando un uomo è capace di rinunciare a se stesso per il bene di un altro, e non di un amico ma di uno sconosciuto, riproponendo così da vicino l’amore di Gesù che è per tutti gli uomini, anche per quelli che mentre lui moriva lo deridevano, lo insultavano, lo provocavano. Noi siamo qui oggi per pregare e per chiedere perdono, perchè nella misura in cui riusciremo ad accogliere Gesù così anche noi sapremo offrire perdono e allora faremo fiorire la croce nella nostra vita quotidiana, nei gesti d’amore che sappiamo compiere, nelle costanti decisioni di essere dalla parte dei più deboli e dei più poveri. Ma innanzitutto oggi siamo qui per pregare, perchè questa è la sorgente dell’amore, perché solamente chi prega sa chiedere perdono e offrire perdono, perchè solamente chi prega ha capito il segreto di Gesù, ha capito perchè Lui si è affidato pienamente a quel Padre che in tutta la vita aveva pregato, ogni giorno e ogni notte, per essere pronto ad accogliere qualsiasi strada avrebbe dovuto compiere per mostrare e rivelare l’amore che c’è tra Lui e il Padre nello Spirito Santo. Siamo venuti qui per pregare e per chiedere perdono e per impegnarci a perdonare: solamente così noi diremo ancora oggi che la Croce di Cristo è in mezzo a noi, non solo nella sofferenza, nella violenza subita e nella morte ma anche nell’amore che arriva a donare la vita.

giovedì 29 marzo 2018

Giovedì Santo


Con il tramonto di questo giorno, Giovedì Santo, ha inizio il Triduo Pasquale, questi giorni che chiamiamo santi, di Dio, distinti dagli altri, e chiamiamo autentici perchè nessuno li può inquinare. Giorni nei quali noi cristiani ci fermiamo e con più intensità meditiamo, celebriamo, riviviamo il mistero centrale della nostra fede. Gesù entra nella sua missione, conosce la morte, la sepoltura, il terzo giorno è risuscitato dal Padre, in quella forza di vita che è lo Spirito Santo.
Credo che tutti noi, almeno una volta, ci siamo domandati: ma questo evento della Passione di Gesù era dovuto al caso, al destino? Perchè Gesù ha conosciuto la condanna, la tortura, la morte violenta? Era diventato nemico di coloro che avevano il potere; gli ultimi segni da lui compiuti lo mettevano nella condizione di favore presso quel popolo che in realtà, però, lo seguiva unicamente perchè, come spesso accade, si è opportunisti nello scegliere di seguire chi immediatamente ti offre un po’ di pane, un po’ di benessere. Quegli uomini avevano paura di Gesù, un uomo mite, un uomo buono. Dalle sue labbra non era mai uscita una parola di condanna, eppure era diventano nemico e trovavano in tutti i modi l’occasione per ucciderlo, non durante la festa però perchè avevano paura di un tumulto. Così, come è dura la realtà di un amico che tradisce, che fa in modo che la situazione scappi di mano e che allora la morte di Gesù non sia un destino cieco, un caso. Ma forse anche qualcuno di voi si è domandato: ma perchè noi in ogni Eucaristia ricordiamo, riviviamo la morte di Gesù? Perchè non ricordarci delle sue belle parole? Perché non fermarci a contemplare unicamente quei momenti di grande successo? Perchè dobbiamo ritornare sempre lì? È proprio vero che Dio si può nascondere in un pezzettino di pane? È proprio vero che quel segno, così fragile, così insignificante possa custodire Colui che è all’origine della creazione? Se questo è vero noi non potremmo mai stancarci di Lui, noi non potremmo mai stare lontani da Lui.
In questi giorni porto dentro anche la domanda di un amico prete che, dopo tanti anni, mi dice: ma io quante comunioni ho vissuto? E quanto poco ho parlato con Gesù dentro di me? Oppure la riflessione amara di un papà che dice: se io devo fidarmi di questi testimoni, di questi presbiteri nella Chiesa, faccio fatica perchè il Vangelo mi parla di un’altra cosa, mi parla di un Dio che sceglie l’uomo, tutto l’uomo, e vuole fare con lui un’alleanza eterna, che non abbia più bisogno di nessun sacrificio se non del Suo.
Porto nel cuore tutte le domande che mi vengono all’esperienza che quotidianamente vivo di incontro con le persone e le porto in questa Eucaristia perché vi ritrovo anche l’origine del mio ministero, perché mi invita a guardare con stupore a quello che sta accadendo nella vita dell’amico don Andrea, perché anche io da tanti anni celebro questo mistero e mi domando quanto parli al mio cuore, quanto sia capace di trasformarlo costantemente, quanto io abbia compreso che cosa significhi che Dio sceglie me come luogo dell’incontro, del dono.
In questa Quaresima, durante gli esercizi spirituali, don Giacomo ci ha invitato a leggere la Scrittura, a trovare il tempo ogni giorno di andare alla Scrittura, questo perchè la Bibbia la si legge con la Bibbia e la parola di Dio, poiché è di Dio, illumina il cammino e quella Parola che può immediatamente rimanere oscura, in quel tempo invece si illumina proprio perchè l’ascolto trasforma il cuore perchè uno diventa ciò che ascolta. E così, leggendo la Scrittura, scopro che l’Eucaristia non è un’invenzione della Chiesa, non è una struttura della Chiesa ma è il rinnovarsi di un gesto, è il ripetersi di una Parola, è un gesto che Gesù ci ha consegnato e che noi ripetiamo. Paolo dice «quello che io ho ricevuto lo trasmetto», non invento nulla, nessuno si è inventato nulla. È quello che Gesù ha fatto. In quella cena, in quella sera in cui tutte le relazioni erano ormai rotte - Giuda aveva nel cuore la divisione che lo avrebbe portato a consegnarlo, a tradirlo; Pietro vive la confusione di chi dice “io morirò con te” e poco dopo invece “non lo conosco”; gli altri che si mettono a discutere di chi tra loro fosse il più grande per poi abbandonarlo -, in quel momento, in quella notte Gesù sceglie di compiere il gesto del totale dono nel costituire l’eterna alleanza. Dove la parola “alleanza” l’abbiamo ascoltata tante volte leggendo le pagine della Scrittura, nel primo testamento: l’alleanza che Dio continua a proporre, che l’uomo rompe e lui continua a proporre, con una tenacia, con un’insistenza, con una volontà estrema. Ci insegna che l’alleanza non è tra due che si mettono d’accordo ma che è la volontà di Dio di essere dalla parte dell’uomo sempre, nonostante tutto, nonostante il suo amico, i suoi amici gli dicano no. Il gesto lo conosciamo bene: Gesù prende il pane, è un dono che anche lui riceve da Dio, rende grazie, fa Eucaristia e poi lo spezza, lo condivide a ricordarci che essere Chiesa è essere popolo di uomini e donne che intorno a un tavolo condividono la vita; che l’Eucaristia non è un premio ma è un dono ed è tale nella misura in cui io ne faccio parte ad altri. Mi appartiene nella misura in cui io lo dono, non lo trattengo per me. La comunione è alleanza intorno a Colui che dà la vita e la spezza. Questo pane spezzato come riporta a quel cuore spezzato! E poi il calice della nuova alleanza, dell’eterna alleanza: il Sangue, la vita stessa. E non solo quello della croce ma quello di tutta la vita di Gesù. È tutta la vita di Gesù che è servizio ed è tutta la vita di Gesù che è condivisione del pane con i peccatori. Tutti coloro che lo incontrano non sono persone degne, giuste, sante ma sono tutti peccatori, così l’Eucaristia non è il premio per i giusti ma è l’ostinata volontà di Dio di dirci che lui vuole essere la nostra vita. Dalla notte del tradimento fino all’alba della gloria noi continueremo a celebrare questo segno che ci supera, che non riusciremo mai a meditare a sufficienza, che non riusciremo mai a contenere, per quanto diventi cibo perchè l’Eucaristia ci fa diventare la stessa vita di Gesù, perchè ricevere l’Eucaristia significa partecipare della vita di Gesù, entrare in una dinamica spirituale per cui la mia vita diventa segno della presenza di Gesù.
Essere degni o non degni non passa assolutamente attraverso una situazione morale, di comportamenti ma passa attraverso il riconoscere che nell’Eucaristia c’è la presenza di Dio, il dono di Dio, la sua vita.
Le tante domande che ho nel cuore, allora, rimangono, la risposta è solamente Gesù e il tentativo di vivere la mia vita nella mia condizione di presbitero, di servo della Parola e dell’Eucaristia sta nel fatto di cercare di non sciupare mai questo dono, di non sentirmi mai giusto o degno di celebrarlo o di riceverlo ma di essere sempre abbastanza umile per farne parte a tutti, desiderando che a spezzare non sia solamente il Pane ma la mia stessa esistenza, che ad essere versato non sia solamente il Sangue di Cristo ma la mia stessa vita. Questo non vale solo per me. Vale per ciascuno di noi.
Preghiamo allora il Signore perchè quello che celebriamo questa sera sia capace di alimentare davvero il nostro desiderio di comunione con Lui; che l’alleanza sia per noi una parola che diventi sempre più cara e che comunione sia il desiderio che custodiamo ogni giorno. Allora, sono certo, ci metteremo a parlare con Gesù quando Lui entrerà nella nostra vita, quando avremo la possibilità di venire ad incontrarlo, quando decidiamo di avere del tempo per Lui gli parleremo e scopriremo che innanzitutto Lui ha una parola per noi ed è rendimento di grazie per la nostra vita e desidera che sia in comunione con Lui. Il Vangelo non parla tanto del peccato ma della sua conseguenza. A Gesù sta a cuore la nostra condizione di uomini lontani da lui, per questo l’Eucaristia è farmaco, è pane del cammino; per questo ogni volta che noi viviamo realmente l’Eucaristia diventiamo un pochino più Lui e quindi ci allontaniamo dal male e quindi lottiamo contro ogni forma di male. Che il Signore ci doni la grazia di vivere così l’incontro con lui.

sabato 15 aprile 2017

Sabato Santo - Veglia Pasquale


«Solo Dio può donare l’acqua che estingue la sete dell’uomo e il cibo che può salvare il suo desiderio di vita. La parola del Signore è efficace e non delude. Solo questa parola è veramente simile alla neve mandata dal cielo sulla terra, ha reso fecondi i campi riarsi del nostro cuore».
Così già il nostro padre Ambrogio commentava la Parola di Dio che abbiamo ascoltato in questa notte santa. Secondo una tradizione antichissima noi abbiamo ripercorso, accompagnati da questa Parola, la storia di Israele, del popolo di Dio, ma anche il cammino di ogni battezzato.
Come la prima lettura ci ha introdotti nel mistero della creazione, quella prima dalla quale è originata la vita di tutto, oggi noi siamo qui per contemplare la nuova creazione in Cristo, colui che è Risorto da morte e apre a noi la prospettiva di una vita rinnovata. Così abbiamo compiuto un cammino della memoria, dei ricordi, di ciò che va riportato al cuore, custodito nel cuore, la memoria dell’inizio di tutto, avvolto nelle tenebre ma abitato dalla presenza di Dio che, nel momento in cui parla, crea, e come prima cosa ci dona la luce, quella luce che sfolgora nel mattino di Pasqua, in questa notte quando Colui che era avvolto dalle tenebre, chiuso nel sepolcro, ci ridona una prospettiva di futuro che era inimmaginabile. Così, il buio della notte di Abramo chiamato a sacrificare l’unico figlio - il figlio della promessa - diventa luce nello scoprire che l’unico sacrificio sarà quello di Cristo; così il popolo degli ebrei, oppresso dalla schiavitù nella paura di essere ucciso dall’ira del faraone scopre che l’unico passaggio, l’unica Pasqua che dona salvezza è in Cristo che, attraverso il battesimo, ci rivela come l’alleanza con il popolo d’Israele si compia in ogni uomo e donna che sceglie di riconoscere che Gesù Cristo, il Crocifisso Risorto, è il Figlio di Dio. Così noi siamo chiamati a lavarci da tutto ciò che ci impedisce di essere capaci di accogliere la parola buona di Dio e il suo gesto d’Amore, siamo chiamati a nutrirci dell’Agnello Immolato, del quale non deve avanzare nulla perché è tutto riferito a Cristo, colui che dona interamente il Suo Corpo perché diventi il nostro cibo.
Abbiamo compiuto un lungo cammino che è fatto di memoria, ma non perché vogliamo stare a guardare al passato, rimpiangere il passato, ma perché vogliamo che Cristo illumini quel passato che è la nostra realtà che ci ha generato affinché impariamo sempre di più ad amare il nostro presente, e il nostro futuro. Così abbiamo compiuto un cammino di memoria e un cammino di speranza. La Pasqua ci invita a vivere nella speranza, anche se a volte ci sembra che in questo momento tutto sia avvolto dal buio - o almeno nella penombra. Le notizie che costantemente ci arrivano dal mondo ci parlano di eventi di guerra, ci portano le immagini terribili di banalità dell’uomo che sceglie la via della violenza per affermare una supremazia che finisce nel giro di poco.
Quanto diverso è il messaggio del nostro Signore, che in questi giorni abbiamo contemplato abbattuto, colpito, umiliato, schiaffeggiato, ucciso in modo barbaro eppure capace anche in quel momento di dire una parola di perdono, di aprire un orizzonte di fiducia, di speranza, di gridare il suo dolore ma anche la sua piena fiducia. Noi siamo discepoli di questo Signore, del Crocifisso Risorto. È lui che illumina il nostro presente, il nostro futuro di speranza. Così la nostra libertà ha una radice, un fondamento, che è questa storia di cui abbiamo parlato questa sera, di cui abbiamo ascoltato in questa sera. Non possiamo pensare che la nostra libertà parta da noi stessi, da quello che ci piace fare, da quello che ci sembra giusto, da quello che abbiamo voglia di fare. La nostra libertà deve tanto al nostro passato, alla memoria del nostro passato, deve molto a chi ci ha preceduto, a chi ci ha regalato le possibilità che abbiamo ora. Noi dobbiamo molto al nostro compito, alla nostra vocazione, dobbiamo molto a Colui che ci ha chiamato alla vita. Per questo ogni libertà, quella di ciascuno di noi, è chiamata a orientarsi continuamente verso il Cuore di Gesù, Colui che ha una parola che si compie, Colui che compie un gesto che diventa per sempre compagnia, custodia della nostra esistenza, pane quotidiano, possibilità di vivere una vita rinnovata.
Per fare tutto questo abbiamo da compiere due gesti. Il primo è rinnovare la grazia del nostro battesimo: dobbiamo ricordarci di più che noi siamo figli di Dio, che questa è la nostra dignità e come tali vogliamo vivere, che non c’è nulla che ci può separare dall’amore di Dio in Cristo Gesù, che non c’è nessuno - neanche alcun peccato - che ci può impedire di accogliere la novità del Vangelo che abbiamo ascoltato ora. Siamo poi chiamati ad andare all’origine del nostro incontro con Gesù, quando abbiamo avuto coscienza della sua presenza e abbiamo scelto di essere cristiani, abbiamo scelto che quel battesimo, ricevuto per noi tutti quando non avevamo ancora la consapevolezza, è diventato poi coscienza. Quella è la nostra Galilea, è l’incontro con Gesù. Ciascuno di noi ha una sua storia, dei momenti, degli episodi, delle persone, dei luoghi che gli ricordano quel momento iniziale, quando abbiamo scoperto che Gesù non è un racconto per bambini, non è una favoletta, che la Risurrezione non è un’invenzione per cercare di portare avanti questa vita infelice. La Risurrezione è il cuore, il senso dell’esperienza credente, e il Signore davvero ha la possibilità di dirci una parola nuova sulla nostra vita e sul nostro futuro, senza dimenticare però cosa ci sta alle spalle: la tradizione di un popolo, l’esperienza di una comunità, la fede di chi ci ha preceduto, di chi ce l’ha trasmessa e testimoniata, di chi ci ha fatto vedere il volto di Gesù.
Che sia una Santa Pasqua per ciascuno di noi, se sapremo custodire il passato senza rimpianti, senza rimorsi, senza sensi di colpa ma nella consapevolezza che lì troviamo la fedeltà di Dio. Sarà una Santa Pasqua se oggi, in questo presente, decideremo di rinnovare il nostro battesimo, dicendo con verità “rinuncio al male e credo che Dio sia Padre, che sia Salvatore, che sia Colui che mi accompagna come consolatore nel cammino dell’esistenza”. Sarà una Santa Pasqua se decido che il mio futuro sia con Cristo Risorto, che sia pieno di speranza, che non ci sia nessuno che mi può rapire dal cuore la gioia della Pasqua. È l’augurio che ci rivolgiamo gli uni gli altri e che cerchiamo di custodire nel cuore. 

venerdì 14 aprile 2017

Venerdì Santo - Nella Passione del Signore


«Sei tu il Re dei Giudei?». Gesù viene presentato a tutti con il volto coperto di sangue. Il dolore rende incerto il suo camminare. Porta su di sé il dolore di tutti gli uomini. Così noi rivediamo quel volto, spesso, nel corso di questa storia dell’uomo, di tutti gli uomini. Questi volti insanguinati, questi uomini e donne che camminano stancamente feriti da un dolore che colpisce direttamente il cuore.
Gesù è il Figlio di Dio e non appare nello splendore dell’eternità ma nella sofferenza di un Dio appassionato. Così, fin dall’inizio del cristianesimo, i padri della Chiesa dicevano «Dio prima patì e poi si incarnò. Patì vedendo la condizione dell'uomo. Patì perché l’amore è passione» e ancora «amare significa patire, appassionarsi. Chi ama di più si prepari a patire di più». Vediamo in Cristo, come le donne al Calvario stavano ad osservare da lontano, il Volto di Dio, non di un Dio che si impone con la violenza, non di un Dio che ci costringe, che ci obbliga. Quelle donne, presso la croce, ci ricordano come Gesù non ha mai avuto nemici tra le donne, è un piccolo gregge addolorato e coraggioso. Ci ricordano, quelle donne, che la Chiesa nasce dalla contemplazione del Volto del Dio crocifisso. La Chiesa nasce dalla fede di quelle donne che hanno verso Gesù lo stesso sguardo di amore e di dolore che Gesù ha sull’uomo e su questo nostro mondo. Per diventare Chiesa dobbiamo anche noi sostare con queste donne accanto alle antiche croci del mondo, dove Cristo è ancora oggi crocifisso nei suoi fratelli, disprezzato, umiliato, ricacciato indietro, naufragato nel mare dell’indifferenza, del pregiudizio e dell’odio. Con Maria, la mamma di Gesù, e le donne che stanno ai piedi della croce, vogliamo dire al Signore che oggi intendiamo farci carico della passione di ogni figlio dell’uomo. Il mondo ci appare tante volte una collina di croci: a noi, che siamo discepoli di Gesù, il compito di restare accanto, di portare conforto, speranza, pane, umanità, vita.
«Veramente quest’uomo era Figlio di Dio». Quando la parola di Dio è diventata grido, poi è diventata muta, la prima parola di un uomo è di un soldato che è esperto di morte. Quanti altri crocifissi avrà visto quel soldato? A quanti altri avrà dato quel supplizio? Che cosa ha visto nell’agonia di un morente da fargli pronunciare il primo atto di fede che, possiamo dire, essere di un cristiano? L’esperto della morte in quella morte ha visto Dio. Non è stato colpito da un sepolcro che si apre, non dallo sfolgorio di una luce, non da un sole mai visto, ma in questa tenebra del venerdì, vedendolo sulla croce e sul patibolo, sul trono della più grande infamia, un uomo ridotto a verme, questo soldato dice «era figlio di Dio». Morire così è cosa da Dio, rivelazione del cuore di Dio. Il nostro Dio è differente. Perché è salito sulla croce? Per essere con me, come me. Perché io possa essere con Lui e come Lui. Essere in croce è ciò che Dio nel suo amore deve all’uomo che è in croce. Quante volte anche noi abbiamo pensato “perché Dio non fa nulla? Perché Dio non fa sentire la sua voce? Perché non cambia le cose?”.
«Scendi dalla croce» gridavano ma se scende non è Dio. È ancora la logica umana che vince, quella del più forte: solo Dio non rende dal legno, si consegna alla tenebra, si abbandona all’Altro per gli altri e passa dall’abbandono di Dio - «perché mi ha abbandonato» - all’abbandono a Dio - «nelle tue mani consegno il mio spirito» - e ci rappresenta tutti nei nostri abbandoni, nelle desolazioni, nelle notti, nelle sofferenze, nelle morti.
Io so che non capirò mai la croce, l’uomo non regge questo amore, è troppo limpido, ma Cristo non è venuto perché lo comprendessimo ma perché ci aggrappassimo alla sua croce, lasciandoci semplicemente sollevare da Lui. La fede è abbandonarsi all’abbandonato amore. Ogni grido, ogni abbandono, ogni sofferenza, ogni morte, può sembrare una sconfitta. Ma se è affidato al Padre ha il potere, senza che noi lo sappiamo, di far tremare la pietra di ogni nostro sepolcro e di donarci una vita nuova.
(fonte: Ermes Ronchi)

giovedì 13 aprile 2017

Giovedì Santo - Celebrazione nella Cena del Signore


«Così non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora»: questa parola di Gesù continua a stare fissa nella mia mente e nel mio cuore in questo inizio di Triduo Pasquale. L’ho detto tante volte in questi giorni, anche a voi, che questo è il cuore di tutto l’anno, sono i giorni più importanti dell’anno. Chiamiamo questi giorni “autentici” per dire che sono così veri che niente li può mettere in dubbio, per dire che il modo in cui viviamo questi giorni dice il modo in cui viviamo il nostro rapporto con Dio.
Arrivo a questi giorni con la percezione forte di non aver vegliato neppure una sola ora.
Mi sento di somigliare ai bambini quando vengono alla Messa e si annoiano perché le letture sono lunghe e difficili, perché non fanno niente, perché la predica non li coinvolge, perché spesso non conoscono neppure i canti che vengono proposti. Così quell’ora diventa faticosa ed è difficile intuire che quella celebrazione, l’Eucaristia, è il cuore della settimana, è il cuore della vita, è la fonte della gioia.
Mi sento un po’ come i ragazzi: il passaggio alle medie inizia a consegnare loro un po’ di autonomia e anche qualche sfida nei confronti soprattutto dei genitori, non tutto quello che viene detto loro è così chiaro, accettabile; iniziano a contestare, a dire “mah, è proprio così?”. Allora, se prima più o meno docilmente venivano alle celebrazioni, alla Messa, adesso c’è qualcuno che inizia a prendere le distanze: “a cosa serve? A cosa serve questo momento se non mi lascia nulla, se non mi entusiasma, se non mi appassiona, se non mi riempie il cuore di gioia o di qualche emozione?”. Così mi sento come i ragazzi che non comprendono che l’Eucaristia, ogni Eucaristia, è la possibilità di iniziare a conoscere Qualcuno, l’unico che ha la pretesa di dare un senso alla vita. Così si rischia di perdere di vista in questo tempo straordinario colui che vuole essere unicamente un Vero Amico.
Mi sento un po’ come gli adolescenti per i quali il tempo non è proprio quello cronologico, per cui li possiamo trovare ore e ore attaccati a un telefonino, senza parlare in realtà con nessuno ma avendo la percezione o il desiderio forse, di avere qualcuno che li ascolti. Anche per loro l’Eucaristia è diventata un peso: sì, alcuni ce la fanno a tenerla presente nella propria settimana, ma appena si può va in secondo piano, c’è altro da fare perché ci sono gli amici, lo sport, lo studio che capita sempre in quel momento lì mentre gli altri sono tutti buoni per fare altro…. Mi sento come gli adolescenti che hanno il desiderio di capire qualcosa di quello che funziona e non funziona nella loro vita, che a volte fanno anche memoria di qualche parola buona e di qualche esperienza positiva ma che si sentono sempre un po’ incompiuti. Così un’ora per il Signore è un’eternità.
Ma anche i giovani mi parlano di questa ora mancata. Sì, perché iniziano a costruire qualche progetto che viene costantemente frustrato dalla fatica di vivere o dal fatto che tutti dicono che tanto non c’è futuro - almeno in Italia. Così passa l’idea che non è importante impegnarsi: perché studiare se poi non si può realizzare nulla di quello che si sogna, di quello che si desidera? Cosa centra Gesù che non fa niente per darmi un futuro? Mi sento come quei giovani che hanno fatto magari anche un percorso, hanno vissuto l’Oratorio, qualche gruppo di catechesi, hanno partecipato a qualche momento importante come la Giornata Mondiale della Gioventù oppure a qualche evento ma che poi dicono “beh, un’ora per uno che non dà nessuna prospettiva?!”.
Ma anche gli adulti spesso sento, perché sono adulto con loro, che fanno fatica a dare un’ora di tempo per il Signore. C’è sempre qualcosa da fare, abbiamo sempre qualcosa di più importante da fare. Fare. Questo è quello che ci viene chiesto: produrre, fare. Stare in silenzio, ascoltare, pregare, entrare in intimità: tutto questo è roba o per bambini o per vecchi. Gli adulti devono fare. I papà che hanno la responsabilità - la maggior parte di loro - di portare a casa il necessario per vivere e le mamme che si fanno in due, tre quattro, cinque, sei, per loro il tempo non è mai sufficiente, tanto che trovare un’ora per stare in silenzio è come un mese di vacanza.
Ci sono poi coloro che iniziano a guardare al compimento della propria vita, quelli che non sono vecchi ma non sono neanche più giovani. Hanno in mente Messe diverse da quelle che celebriamo oggi, non è detto che fossero migliori, c’era sicuramente un po’ più di gente, ci si conosceva anche un pochino di più. La Messa era un momento di incontro: ci si parlava, ci si raccontava. Non si era estranei gli un agli altri e quell’ora diventa sempre un po’ di più perché ci si fermava a parlare fuori di quello che era accaduto, delle malattie, del lavoro, delle fatiche, dei figli, delle suocere. Un’ora era più che sufficiente per celebrare la Messa ma diventa un momento per stare insieme. Ora non c’è più tempo neanche per questo: si viene e si va e non ci si racconta mai, non ci si incontra mai e l’Eucaristia non è il luogo della comunione.
Ci sono poi coloro che non riescono più a venire a Messa, i nostri anziani, i nostri malati. In questi giorni uno di loro mi ha detto «quando guardo la Messa alla televisione mi sembra di essere al cinema: come mi manca venire in Chiesa!» e non è importante che quella Messa venga trasmessa da San Pietro o da qualsiasi altra parte del mondo perché ciò che manca è il contatto con le persone, è la possibilità di incontrare il Signore anche nel volto di chi ogni giorno faticosamente cerca di trovare almeno un’ora per stare con Lui.
«Così non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora. Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto ma la carne è debole».
Allora questa sera all’inizio del Triduo, credendo fortemente che questi sono i giorni più importanti dell’anno, credendo realmente che sono matrice di tutto il tempo che ho a disposizione, io chiedo al Signore per i nostri bambini la gioia di incontrarlo, non solo quanti riceveranno la Prima Comunione fra poche settimane ma tutti. Chiedo poi che i ragazzi rimangano contagiati dall’amore del Signore attraverso la testimonianza di chi è più grande - adolescente, giovane - e ha potuto fare esperienze vere e reali della presenza del Signore e che diventa non solo “quello più grande” ma anche colui che annuncia, che fa vedere, che mostra che credere nel Signore è una realtà buona, è una realtà bella, che riempie la vita.
Prego per gli adulti che sono la chiave di lettura delle nostre comunità cristiane, che sono il cuore perché sono coloro che hanno giù maturato sufficiente esperienza della vita per sapere individuare ciò che è importante e scartare ciò che non lo è, per saper scegliere ciò che viene prima e lasciare indietro ciò che è dopo. Gli adulti sono coloro che possono dare ai nostri giovani una rinnovata speranza, che possono indicare ai più giovani che il futuro lo si costruisce, certo, con la fatica di ogni giorno ma anche scegliendo sempre di più la strada della condivisione e della solidarietà, perché non ci sia nessuna Ninive che venga scartata a priori neppure dagli uomini che si sentono giusti; perché non ci sia nessuno che possa alzare il dito contro un altro perché straniero, perché diverso, perché non ce la fa.
E poi gli anziani che hanno il tesoro della saggezza. Ascoltare chi ha una vita lunga ti insegna molto della vita e anche se non sanno usare il telefonino o il computer, anche se vedono solamente due canali sulla televisione, sanno raccontarti della vita e di quel Dio che è il Signore della vita.
Portiamo qui poi tutti i nostri malati, coloro che vorrebbero avere un’ora per stare in questa Chiesa come in ogni altra chiesa. Li portiamo qui con la stima e l’affetto, con la preghiera chiedendo per loro che la comunione con il Signore sia così profonda che non si abbia paura della morte, perché il passaggio verso quell’intimità e verso quella comunione, cercata in ogni Eucaristia, ci riporta vivo l’amore di Dio per ciascuno di noi e ci rivela oggi e sempre che tutto ciò che è vissuto nell’amore è già nell’eternità.
Che il Signore doni a ciascuno di noi la gioia di riscoprire l’Eucaristia come l’unico luogo dove trovare una profonda comunione con Lui che diventi invito, esortazione, forza, scelta di vivere in comunione fra di noi. Lui, che non smetterà mai di invitarci a vegliare e a pregare e che non smetterà mai di chiamarci “amici” anche quando il tempo non lo troviamo. 

sabato 26 marzo 2016

Sabato Santo - Veglia Pasquale


Dopo aver accompagnato Gesù nel Venerdì santo verso la passione e la morte, anticipate nell'Eucaristia del Giovedì santo, e dopo aver sostato in silenziosa meditazione nel Sabato santo, ci troviamo riuniti per celebrare con emozione la santa veglia pasquale, madre di tutte le veglie. Questa veglia ci richiama quella della notte di Natale. In quella notte abbiamo vegliato in attesa dell'annuncio dell'angelo che diceva: “vi è nato Gesù, il Salvatore”. Questa notte siamo qui a vegliare nell'attesa dell'altro straordinario annuncio dell’angelo, che poco fa abbiamo ascoltato e che porta a compimento quello di Betlemme: “Gesù, il Crocifisso, è risorto”.
La Chiesa sa quanto spesso ci sentiamo distanti, distratti e confusi di fronte al mistero della Risurrezione del Signore. Perciò ha voluto prepararci con tutta la Quaresima e in particolare con la veglia di questa notte: con la benedizione del fuoco e il rito della luce, con il canto del Preconio che esulta per le meraviglie compiute da Dio e con le nove letture sacre. Esse hanno richiamato alla memoria la lunga strada di Dio che, dalla creazione del mondo, attraverso tutti gli eventi della storia di salvezza, ha camminato col suo popolo per realizzare il disegno di fare di tutti una cosa sola in Cristo risorto.
Alla luce di questo disegno comprendiamo il perché della creazione, del sacrificio di Abramo, dell'esodo dall'Egitto, del passaggio del Mar Rosso, comprendiamo il significato delle antiche parole dei profeti. Ogni evento, ogni fatto, ogni parola tendeva a esprimere l'amore misericordioso di Dio per l'umanità, il suo desiderio di far partecipare ciascuno di noi alla vita del Figlio, di farci passare dalla notte e dall'oscurità della morte alla luce della vita.
Era notte fonda quando Abramo salì sul monte per sacrificare il figlio Isacco; era notte quando veniva sacrificato l'Agnello pasquale e passava l'Angelo sterminatore; era notte profonda nel cuore degli ebrei quando gli egiziani li inseguivano ed essi temevano di essere uccisi; era notte fonda nel sepolcro di Cristo, ma Dio vegliava e, dall'oscurità, si accese improvvisamente la luce, ha brillato nel mondo la stella del mattino, più radiosa e più splendente del sole.
Tutte le nove letture, dal Primo e dal Nuovo Testamento, si riferiscono dunque all'unico, centrale annuncio della risurrezione.
Anche intorno a noi c'è tanto buio, c'è la notte della violenza e gli eventi di questi ultimi giorni ci hanno fatto ricadere nello sconforto, hanno insinuato nel nostro cuore risentimento, condanna, maledizione, c’è il dubbio dell’egoismo: così anche noi facilmente ci uniamo al coro di quanti invocano la chiusura dei confini, per proteggerci da coloro che abbiamo paura ci invadano, e ci portino via il nostro e diventa così buio della sopraffazione. Ma in questa veglia la notte viene sconfitta dalla luce del Risorto ed è data ad ogni creatura la possibilità di essere inondata di questa luce.
Questa inondazione di luce è fonte di gioia. Noi ci siamo riuniti anche nel desiderio di sperimentare la gioia vissuta dai primi discepoli per l'evento della risurrezione, la gioia propria dei cristiani nel corso di generazioni e generazioni, la gioia dei santi e dei martiri, dei tanti martiri anche dei nostri giorni, la gioia sorgiva della nuova creazione scaturita dal Risorto per condividerla reciprocamente e augurarla a ogni uomo e donna della terra.
Possiamo pregare così:
“Gesù, Figlio di Dio vivente, illumina questa nostra veglia pasquale, e colmaci di quella gioia che solo tu, nostra speranza, puoi donarci vincendo ogni nostra amarezza e pianto!”.
L'annuncio pasquale - l’abbiamo ascoltato nel Vangelo - si apre con elementi che richiamano le manifestazioni di Dio nella Prima Alleanza: c'è un grande terremoto e c'è un angelo del Signore, sceso dal cielo, che rotola la pietra e si siede su di essa.
Maria di Magdala e l'altra Maria si erano recate al sepolcro per ungere di profumi il corpo del loro Maestro che amavano immensamente. Per questo possono percepire il messaggio, umanamente incredibile, dell'angelo: “Non abbiate paura voi”, che lo amate; non è qui, non è visibile, afferrabile, determinabile nel tempo e nello spazio. “È risorto, come aveva detto”, e se volete incontrarlo andate in Galilea dove tutto è cominciato, iniziate a immettere la vita nuova nelle realtà di ogni giorno.
E così il Vangelo continua, anche se non l’abbiamo ascoltato, con queste parole: “Abbandonato in fretta il sepolcro, le due donne, con timore e gioia grande, corsero a dare l'annuncio ai discepoli”. Al posto del vuoto della tomba viene donata loro la grande gioia del Vangelo, e si assumono la missione di trasmettere la buona notizia. Esse sono così il primo modello per vivere da cristiani l'esperienza della risurrezione di Gesù. Dobbiamo andare a dirlo a tutti che noi crediamo che Cristo è risorto.
Possiamo allora pregare così:
“O Gesù, tu sei qui adesso, in mezzo a noi, sei risorto per costruire un mondo nuovo, la società dell'amore, malgrado le resistenze e le opposizioni del male e della violenza, della banalità del male. Donaci di essere sempre più uomini e donne della risurrezione, come le donne del Vangelo che vivono una gioia immensa, e di non camminare verso il sepolcro, ma verso la vita e di proclamare a tutti i nostri fratelli: il Crocifisso è risorto, e noi siamo per sempre liberati dai peccati, dall'angoscia, dalla paura, dall'egoismo; facci capire finalmente che solo tu sei la vera gioia!”.
La risurrezione di Cristo è davvero l'unica realtà che conta e dà senso alla nostra esistenza. Come abbiamo ascoltato nel canto del Preconio: “con la morte e la risurrezione tutto ci è stato donato, perché l'umiliazione di un Dio ci insegni la mitezza di cuore e la glorificazione di un uomo ci offra una grande speranza”. E lo Spirito Santo ci spinge ad aderire con amore al grido della risurrezione, lo Spirito che è dono prezioso del Risorto e che questa notte ci è dato in abbondanza.
Vi invito a chiedere una grazia singolare allo Spirito Santo in questa notte. Non è una notte magica, ma è una notte Santa e di Dio e noi vi siamo immersi. Abbiamo il coraggio di chiedere che lo Spirito agisca in noi, che ci aiuti a guardare lontano, che non ci faccia temere di risolvere un problema grande, di affrontare la fatica della sofferenza. Siamo sostenuti dalla preghiera di tutto un popolo in questa notte.
Pensate: la fede nella Risurrezione si basa sulla testimonianza di coloro che ne sono stati partecipi, da quelle due donne che scoprono la tomba vuota e ascoltano l'annuncio dell'Angelo, degli apostoli che videro il Signore vivo, e poi da tutti coloro che ci hanno preceduto nella fede, ma si basa anche sulla testimonianza interiore dello Spirito.
E lo Spirito si rende presente e operante anche questa notte, non solo nei nostri cuori, ma anche nei cuori di tutto coloro che proprio in queste ore ricevono il battesimo rinascendo dall'acqua e dallo Spirito che li immerge nella morte e nella risurrezione di Gesù, così come è avvenuto per noi. Noi oggi prendiamo coscienza che ogni uomo e donna battezzati entrano nella morte di Cristo e con lui risorgono, grazie alla potenza della vita nuova che zampilla per l'eternità, una vita senza peccato e senza paura della morte. È questa l'esperienza della gioia profonda che nasce dalla Risurrezione.
E tutti noi rinnoveremo le promesse battesimali con la rinuncia a satana e la professione di fede: rinuncia a quanto è in noi collegato alla morte, al desiderio di soddisfare noi stessi, al disimpegno, al pensare che devono fare altri e che noi sia compito nostro; fede proclamata non solo a parole e vissuta nell'intimo del cuore, bensì espressa nelle realtà della vita, a confronto con le sfide della storia, e in scelte che sono evangeliche nella vita quotidiana.
Chiediamo a Maria, che per prima ha cantato la gioia del suo Figlio risorto, di aprirci ad accogliere Gesù con la sua parola e la sua vita nei sacramenti pasquali, in questa Eucaristia, di lasciarci sospingere dal fuoco dello Spirito che ci svela il vero senso di Dio e della nostra vocazione cristiana nello straordinario, ammirabile evento della risurrezione di Cristo.
Vi auguro che il frutto di questa Veglia sia davvero la pienezza della gioia e della fiducia in Gesù che ci rende figli del Padre e ci introduce nella vita stessa di Dio, nella Trinità.

(Fonte: Card. Carlo Maria Martini) 

venerdì 25 marzo 2016

Venerdì Santo - Nella Passione del Signore


Ogni giorno gli uomini che cercano risposte al senso della vita, un senso che vada oltre ciò che si piò misurare, contenere, toccare, usare, ogni giorno questi uomini vanno a Dio e chiedono aiuto: guarigione, pane, giustizia… Anche noi come ogni uomo che cerca di dare senso all’esistenza andiamo da Dio, ma in questo giorno, in questi giorni noi decidiamo di stare a vicino a Dio nella sua sofferenza. Così la settimana santa diventa per noi modello di ogni settimana perché il nostro tempo sia vissuto per cercare Dio, il senso della nostra vita, del nostro gioire, del nostro soffrire e del nostro morire.
Noi in queste ore contempliamo Gesù e crediamo che Lui il Cristo sia presente in ogni uomo, noi crediamo che tutti insieme formiamo l'unico corpo di Cristo, per questo riusciamo a sentire che l’agonia di Gesù non è ancora finita, ancora oggi egli è umiliato, tradito, rifiutato, crocifisso in infiniti fratelli e sorelle, in tutta la terra.
La croce mi riguarda, mi appartiene, non voglio essere spettatore ma partecipe della nuova ed eterna alleanza che è la passione di Dio per l’uomo , della passione di Dio e dell’uomo, voglio che la via della croce, sia via della vita.
«Salva te stesso, allora crederemo». Qualsiasi uomo, qualsiasi re, potendolo, scenderebbe dalla croce. Gesù, no. Solo un Dio non scende dal legno della croce, solo il nostro Dio. Con umiltà, profondo rispetto ed estrema franchezza noi oggi diciamo “il nostro è il Dio differente: è il Dio che entra nella tragedia umana, entra nella morte perché in quell’esperienza trova ogni suo figlio. Sale sulla croce per essere con me e come me, perché io possa essere con lui e come lui”. Essere in croce è ciò che Dio, nel suo amore, offre all'uomo che è in croce. Perché il nostro Dio ama e decide di essere con colui che ama, il suo Figlio, sempre anche nel momento più difficile della sua vita.
Senza la croce noi avremmo un’idea distorta di Dio, un’idea falsa. Solo la croce toglie ogni dubbio, è la rivelazione definitiva di Dio. La croce è l'abisso dell’amore eterno di Dio che entra nella storia, è il fuoco che Gesù è venuto a portare nella storia perché divampi nel mondo e raggiunga ogni uomo.
Il primo a capirlo è uno straniero, un soldato esperto nel dare la morte. 
È un pagano il primo ad esprimere il primo atto di fede di fede davanti allo spettacolo della croce: «Costui era davvero figlio di Dio». Che cosa ha visto in quella morte? Non un miracolo, non la risurrezione. Ha visto il capovolgimento del mondo, dove prima di quel gesto la vittoria era sempre del più forte, del più armato, del più spietato. Ha visto il supremo potere di Dio, che è un amore disarmato, “chi mette mano alla spada morirà di spada”; che è un amore, quello di Dio, che arriva a dare la vita anche a chi ti dà la morte, “perdona loro perché non sanno quello che fanno”. È un amore che è servire non rendere servi, “chi è più grande, colui che è a tavola oppure colui che serve? Non è forse colui che è a tavola? Ma io sono in mezzo a voi come colui che serve”. Un amore che è vincere la violenza prendendola su di sé “come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca”. 
La croce ci rivela che c’è un altro mondo, che non è quello spietato che abbiamo contemplato anche in questi giorni, che c’è una parola che non è vendetta, che non è violenza. Noi siamo disorientati davanti alla croce. Ci domandiamo “perché la croce?”, ma poi rimaniamo stupiti, come Maria, come le donne, come il centurione, come tutti coloro che nella fede ci hanno preceduto e che la fede ci hanno testimoniato, sentiamo che dalla Croce non dobbiamo, non possiamo fuggire, in essa troviamo anche i tratti della bellezza.
Ma solo nella fede possiamo dire questo, solo se questa fede si alimenta di giorno in giorno del costante donarsi di Dio nell’Eucaristia. Suprema bellezza della storia è la croce di Gesù accaduta sulla collina fuori da Gerusalemme: il Figlio di Dio si lascia inchiodare, povero e nudo, per morire d'amore. La nostra fede poggia sulla realtà più bella del mondo: un atto d'amore perfetto.
La croce è l'immagine più pura, più alta, più bella che Dio ha dato di se stesso. Da allora, «per sapere chi sia Dio devo solo inginocchiarmi ai piedi della Croce» (K. Rahner). 

(Fonte: Ermes Ronchi)

giovedì 24 marzo 2016

Giovedì Santo - Celebrazione nella Cena del Signore


Quante volte abbiamo celebrato l’Eucaristia!
Quante volte siamo venuti all’altare del Signore per celebrare questo rito, per rivivere questo momento nel quale Gesù si dona pienamente, totalmente, senza riserve: il mio Corpo, la mia stessa Vita, la mia Carne, il mio Sangue, tutto me stesso. Quante volte abbiamo celebrato l’Eucaristia!
Ci domandiamo: Chi è per noi Gesù Eucaristia? Cosa significa per me, oggi, celebrare l’Eucaristia?
Ho provato anch’io a rispondere a questa domanda e mi sono detto così: l’Eucaristia è una proposta, è un’alleanza che viene dal cuore di Dio. È una proposta libera, quasi univoca, tanto che una volta che è posta non viene più ritirata. È una volontà assoluta di comunione, è un desiderio totalizzante di entrare in relazione. È un’alleanza. È nuova perché non si tratta più di sacrificare animali, primizie ma è Dio stesso che diventa il Sacrificio. L’Eucaristia è proposta: è posta per un fine e questo fine non è che noi facciamo delle cose ma è per una comunione, per la condivisione così profonda del mistero della vita che possa superare persino la morte. L’Eucaristia è proposta, proposta davanti al desiderio di felicità che c’è nel cuore di ogni uomo, nel nostro ma anche di quelli che oggi sono distratti e pensano di fare a meno del celebrare l’Eucaristia. È una proposta, una nuova proposta, eterna proposta di comunione e chiede a ciascuno unicamente di provare a rispondere e di provare ad accogliere. Gesù propone questo sapendo bene che ha di fronte a sé un gruppo di amici che non è perfetto, che non hanno capito, che vivono con Lui il massimo della condivisione e sono lì a litigare per vedere chi è il più grande, sono lì a cercare di capire chi è quello che avrebbe potuto tradirli quando tutti sono pronti a farlo. Gesù si propone anche se sa bene l’ostilità dei capi del popolo, l’integrità di alcuni di loro, persino il fatto che uno di loro abbia il cuore rapito dal male. L’Eucaristia allora è straordinario dono perché è una proposta gratuita, perché non pone condizioni e chiede unicamente lo stupore di rendersi conto che Lui è venuto a cercarci ancora prima che noi potessimo renderci conto di quanto ne avevamo bisogno. 
L’Eucaristia è poi una risposta. È la risposta alla banalità del male. In questi giorni siamo stati riempiti dalle parole sul male, male di chiacchiere, di considerazioni, maestri che ci insegnano come si doveva fare, come si dovrebbe fare a vincere il male, ma Dio sa - e Gesù ce lo rivela -  che la banalità del male è accovacciata alla porta di ogni casa, di ogni cuore, fin dall’inizio, fin da quando Caino non riesce a esser lieto di quello che ha e invidia suo fratello tanto da ucciderlo, non sentendosi responsabile di quel sangue, non custode del suo fratello. L’Eucaristia è risposta alla banalità del male, persino di chi pensa di usare il nome di Dio per fare del male. Abbiamo sentito: questo è il mio Corpo, la mia Carne, questo è il mio Sangue. Tutto perché voi non cediate alle lusinghe di un male che diventa vendetta, giustizia arbitraria, esclusione, rifiuto, condanna, morte. L’Eucaristia è risposta di Dio al male e chiede a ciascuno di noi di provare ad ascoltare questa risposta, di misurarla col nostro piccolo cuore e di credere che questo percorso è possibile anche a noi, a ciascuno di noi, noi che siamo qui oggi perché abbiamo celebrato tante volte l’Eucaristia ma vorremmo capire veramente che cos’è per noi, cosa significa celebrare l’Eucaristia. Penso che l’Eucaristia sia un impegno. È l’impegno di Dio a non ritrarsi indietro di fronte al rischio che quella fedeltà alla propria missione diventi esclusione, condanna a morte. È l’impegno di Gesù a rispondere a tutte le attese, a partire da quella di Dio, del Padre, che certo non vuole il male del suo Figlio ma che si attende che quel figlio nel quale si è compiaciuto non si tiri indietro di fronte al testimoniare l’amore fino al dono della vita. Risponde così alle attese di tutti coloro che sono uomini di buona volontà, che credono nella forza della proposta, della risposta, dell’impegno invece che alla logica più veloce e immediata della reazione, della violenza, del sopruso, dell’affermare un diritto calpestando il bene dei più deboli. È un impegno l’Eucaristia. Quando veniamo a riceverla noi diciamo “Amen, è così”: credo che è il Corpo di Cristo e diciamo che vogliamo vivere così, come Gesù ci ha insegnato, cercando di essere anche noi uomini e donne che propongono un’alleanza fatta di gesti di comunione, di relazioni buone, di perdono, di accoglienza. Chiede a noi di essere capaci di dare risposte alle molte domande degli uomini, a quelle più immediate che sono quelle delle nostre case, delle nostre famiglie, di questa nostra comunità cristiana ma senza essere sordi alle domande degli uomini che sono lontane dai noi e bussano alle porte delle nostre case attraverso quelle immagini che, spesso ad arte, ci vengono buttate in faccia.
Noi siamo uomini che vivono l’Eucaristia perché cercano, pur sapendo di essere un po’ come Pietro, un po’ come gli altri, di impegnarsi a vivere la propria vita come il Maestro i ha insegnato.
Quante celebrazioni dell’Eucaristia! Quante volte abbiamo celebrato l’Eucaristia! Questa sera andiamo via da questa Messa cercando una risposta a questa domanda e domandandoci se vogliamo che per noi Gesù sia proposta, risposta e impegno.
Quello che vi chiedo in questo giorno, Giovedì Santo, nel quale io come don Virginio e tutti i sacerdoti facciamo memoria di una volontà di essere del Signore prima di tutto, per sempre, è che ci aiutiate a vivere così la Messa, che nel celebrare insieme riscopriamo di giorno in giorno come essa davvero sia l’unica proposta, l’unica risposta, l’unico impegno per cui impegnarsi. 

Riapre La Stanza di Enoch

Cara amica, caro amico, torno in questa stanza come si torna in un posto che si è amato e poi a lungo trascurato. Ho scelto di riaprire La S...