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giovedì 11 gennaio 2024

11 gennaio 2024 - Se vuoi puoi purificarmi


Marco 1,40-45

40Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: "Se vuoi, puoi purificarmi!". 41Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: "Lo voglio, sii purificato!". 42E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. 43E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito 44e gli disse: "Guarda di non dire niente a nessuno; va', invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro". 45Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.



Nel racconto della guarigione del lebbroso raccontata in Marco 1,40-45 c'è un aspetto che credo possa farci entrare in questa narrazione per farne esperienza.

«Venne da lui un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi, puoi purificarmi!”».


Quest’uomo malato non chiede direttamente la guarigione ma pone la sua malattia in una prospettiva diversa, in una prospettiva di consegna alla volontà di Gesù.


Potremmo quasi tradurre così il suo venire incontro al Maestro: «non ti chiedo perché sono malato, non ti chiedo di guarire, ma so per certo che se tu lo volessi io potrei essere guarito».


Porre così la questione significa essere aperti anche alla possibilità che Gesù non voglia. È un tema che affrontiamo ogni giorno stando accanto a chi è nella malattia: quanto sta a cuore a Dio la mia sofferenza?


Il lebbroso non dubita dell'amore di Dio, semplicemente si consegna alla volontà di Gesù, e attraverso di Lui al Padre, come diciamo ogni giorno «sia fatta la tua volontà».


«Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, sii purificato!”»


La risposta di Dio alla consegna della nostra sofferenza non è mai l’indifferenza ma la compassione. E la compassione è il modo che Dio sceglie di essere a noi vicino.


Questa prossimità non è solo un'intenzione ma diventa esperienza: “Lo toccò”. E l'esperienza diventa una parola che salva: «e gli disse: “Lo voglio, guarisci!”»


Come in occasione della guarigione del paralitico potremmo pensare che sia più importante della guarigione fisica che non la guarigione del cuore, "importante è la salute", ma il Vangelo ci conduce ad uno sguardo diverso sulla malattia, il lebbroso ha compiuto un cammino di crescita nella sua malattia. La vive non come condanna ma come la sua vita che non gli impedisce di fare esperienza dell'amore, il farmaco più potente.


La sofferenza lo ha fatto maturare fino al punto di consegnare tutto a Gesù. Normalmente il dolore può tirare fuori la parte peggiore di noi, la rabbia, la ribellione, il rancore, la bestemmia.


Quest’uomo invece è come maturato in una sorta di mansuetudine, di abbandono fiducioso: “soffro e tu lo sai, ma so che se tu vuoi puoi purificarmi”.


«E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato».

È  il miracolo di chi si fida.


Anche a noi nella nostra malattia fisica o spirituale sia data la grazia di vivere questo miracolo.

(cfr www.it.aleteia.org)

mercoledì 10 gennaio 2024

10 gennaio 2024 - Gesù insegnava

 


La conversione è possibile nell'ascolto della Parola, una Parola che è l'insegnamento di Gesù, Egli infatti insegnava. L'imperfetto indica un'azione prolungata e non conclusa. Come allora, così anche adesso Gesù continua ad insegnare. Questo verbo da Marco è praticamente riservato solo a Gesù (una volta sola è riferito anche ai Dodici, inviati in missione come suoi araldi, 6,30). Egli è l'unico Maestro. Noi siamo e restiamo sempre tutti suoi discepoli, che insegnano solo ciò che lui ha detto e fatto.


Non si dice che cosa insegna, perché insegna se stesso attraverso il racconto di ciò che fa. Leggendo il vangelo, anche noi ci accostiamo a lui e impariamo a conoscerlo. Infatti la Parola fatta carne, è tornata Parola nel racconto del vangelo, per farsi ascoltare ancora da noi.


Ad ogni parola che udiamo con l'orecchio, corrisponde sempre una parola silenziosa del Maestro interiore, che muove il cuore attirandolo a sé. Questa scatena in noi le reazioni delle nostre paure e le resistenze del nemico, che si oppongono a Dio e alla sua promessa.


Dio, come ogni uomo, comunica se stesso con la parola. Essa interpella, dando la libertà di rispondere. È l'unico intervento che porta alla realtà che vuole comunicare e scompare in essa. Ma è anche il mezzo più debole, che non impone nulla diversamente non è parola di verità, bensì manipolazione tremendamente devastante. Con essa Dio esprime tutto se stesso e si dona, esponendosi al pericolo di essere rifiutato. Egli non può usare mezzi potenti, perché chi ama rispetta e crea libertà. 


Può solo, in caso di rifiuto, portare fino in fondo la propria debolezza - fino alla croce di un amore incondizionato.

Silvano Fausti


Non rinunciamo ad ascoltare il Maestro Gesù è l'unico che può condurci alla verità di noi stessi.


martedì 9 gennaio 2024

9 gennaio 2024 - Il regno di Dio è vicino

 


14Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, 15e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». (Marco 1, 14 - 15)


Convertirsi significa cambiare idee e testa, cambiare cuore e direzione ai propri piedi. La proposta di Gesù diventa subito responsabilità di una mia risposta. Il Regno è già venuto per sua iniziativa; ma l'ingresso è riservato alla mia libertà. La conversione è volgersi a lui, iniziando dietro di lui il suo stesso cammino.


La conversione ha un momento iniziale che consiste nell'affidarsi a lui. Ma poi è un fatto che dura tutta l'esistenza, e consiste nell'orientare progressivamente ogni mio passo sui suoi, in un esodo continuo dalla menzogna alla verità, dalla schiavitù alla libertà, dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita, senza mai scoraggiarmi.


[...] Il dono di Dio eccede sempre la mia capacità di riceverlo, e inoltre la mia vita non è mai conforme a ciò che pure ho ricevuto. Per questo ogni volta che leggo il vangelo sono chiamato a convertirmi. La Scrittura esige sempre una lettura «critica» - ma per me, non per gli altri. Devo guardarmi bene dal farne una lettura «apologetica» per giustificare me e/o attaccare gli altri. La Parola non è fatta per accusare gli altri, ma per convertire me. Ognuno preferisce istintivamente applicarla al prossimo suo invece che a se stesso. Il risultato è che nessuno la prende sul serio e tutto resta come prima. Anzi, un po’ peggio di prima, perché chi legge resta vaccinato lui e si mette contro il fratello; e chi è accusato si arrocca in difesa.


Questo tipo di lettura è causa di litigi, mezzo di perdizione invece che di salvezza: è ciò che ha diviso l'unica Chiesa. Come poi ci si possa dividere nel Nome che tutti unisce, solo il Divisore, lo sa!


Il vangelo è Gesù Cristo Figlio di Dio, presente in prima persona nell'annuncio. La fede non è solo l’assenso intellettuale alla verità che dice, ma l’affidarsi a lui che mi parla. Infatti anche i demoni credono, ma tremano (Gc 2,19). Il problema non è ritenere che il Signore ci sia o meno - c’è comunque, anche se lo nego! - ma decidere che tipo di rapporto sono disposto a stabilire con lui. Credere è amare e fare di lui la propria vita. L'atto di fede è una relazione personale con lui da amico ad amico. Solo questa è la vittoria sulla solitudine radicale dell’uomo, l'uscita dal suo inferno. Credere in concreto è aderire a Gesù e andargli dietro per stare con lui. È orecchi per ascoltarlo, piedi per seguirlo, occhi per vederlo, mani per toccarlo e, soprattutto, cuore per amarlo.


Credo al vangelo quando, leggendo un brano, mi affido a Gesù e gli chiedo con fede di saper accettare il dono specifico che in quel racconto mi fa. Allora sono convertito sotto quell'aspetto, ed è giunto il momento in cui si realizza in me quel frammento di regno di Dio.

(Silvano Fausti)


Chiediamo gli uni per gli altri la grazia di vivere in questo modo l’ascolto del Vangelo.

lunedì 8 gennaio 2024

8 gennaio 2024 - La Sapienza



La Sapienza nasce dall’ascolto. Colui che ascolta le domande del proprio cuore, colui che non ha tutte le risposte impara la prudenza nel giudizio e continua a cercare una risposta che non ha la pretesa di allontanare nessuno ma di invitare al dialogo e al confronto. Per questo il sapiente è umile e mite sa che Dio lo attende dentro le pieghe della creazione e i meandri della storia.


«Dio dei padri e Signore della misericordia,

che tutto hai creato con la tua parola,

e con la tua sapienza hai formato l'uomo

perché dominasse sulle creature che tu hai fatto,

e governasse il mondo con santità e giustizia

ed esercitasse il giudizio con animo retto,

dammi la sapienza, che siede accanto a te in trono,

e non mi escludere dal numero dei tuoi figli,

perché io sono tuo schiavo e figlio della tua schiava,

uomo debole e dalla vita breve,

incapace di comprendere la giustizia e le leggi.

Se qualcuno fra gli uomini fosse perfetto,

privo della sapienza che viene da te, 

sarebbe stimato un nulla».

Sapienza 9,1-6

sabato 6 gennaio 2024

6 gennaio - Come i Magi


Come sono diversi i Magi del Vangelo da quelli della tradizione. Il rischio sempre più grande è di ritrovarceli prima o poi nel presepe vestiti da Babbo Natale senza cammelli o cavalli ma in compagnia di maestose renne. In realtà mi è capitato di trovare un Babbo Natale in un presepe e sono stato anche ammonito da una signora contrariata perché parlando del Natale non avessi parlato di Babbo Natale che mi ha detto: "Lei non sa che anche a Gesù Bambino i doni li ha portati Babbo Natale"... davvero non lo sapevo.

Come sono diversi i Magi dagli uomini di Gerusalemme, loro per seguire quella stella hanno lasciato la loro casa, hanno compiuto un viaggio lungo e difficile, hanno coltivato una speranza, hanno viaggiato di notte, hanno sfidato il freddo e il caldo, hanno sopportato la fatica, guidati da una gioia grandissima. Gli uomini di Gerusalemme imitano il loro Re e diventano sordi alle parole della profezia, incapaci di stupore davanti alla possibilità che Dio parli in modo nuovo di sé, preoccupati di non dare fastidio alla follia di Erode, disposti a sacrificare un’intera generazione piuttosto che contraddire il re sanguinario, insensibili persino alla curiosità e pigri nel compiere quel breve tratto tra Gerusalemme e Betlemme.


Come sono diversi i Magi dagli uomini di Betlemme, preoccupati a fare affari sfruttando il decreto di Cesare Augusto, dimenticando la parola di Dio che chiede ospitalità per il forestiero, privilegio per il povero. 


Come sono diversi i Magi dagli uomini della Legge che incontreranno Gesù spesso per metterlo alla prova, per screditarlo, per accusarlo di essere il principe dei demoni.


Come sono diversi i Magi anche da noi, perché spesso rimandiamo il viaggio decisivo per incontrare Gesù; siamo sordi alla parola che è lampada ai nostri passi e luce al nostro cammino; con il cuore chiuso allo stupore, turbato dalle preoccupazioni che affannano la vita quotidiana e rubano i sogni o semplicemente il coraggio di pensare che certo Dio si rivela anche oggi e certo Dio anche oggi si nasconde nell’umiltà di una mangiatoia.


I Magi rappresentano tutti gli uomini della terra che sanno leggere la presenza di Dio nel cosmo, realtà non caotica ma ordinata in un progetto di bene, che sanno ascoltare la parola di Dio come l’unica capace ancora di oggi di creare nel cuore lo stupore e spronare al viaggio di un’autentica conversione.


Allora ti prego Signore, donami il coraggio dei Magi, che sanno alzare lo sguardo, contemplare il cielo e vedere un possibile cammino da compiere.


Donami la sapienza dei Magi che non si affidano unicamente al buon senso, "all’abbiamo fatto sempre così", alla tradizione svuotata di fede ma che cercano nella tua Parola la via per vivere la gioia.


Donami la carità dei Magi che non vivono da solitari ma camminano insieme, perché la meta è già nella condivisione del cammino.


Donami l’umiltà dei Magi nell’accettare la possibilità di sbagliare il luogo, le persone, i tempi.


Allora anch’io sarò capace di adorarti e ti porterò i miei doni, ti offrirò la mia vita in quel poco di oro che c’è e che è il mio bene, il mio cuore; quel poco di incenso che è la mia preghiera e anche un po’ di mirra, che è la mia fatica, la mia sofferenza. 


venerdì 5 gennaio 2024

5 gennaio - Ecco l'Agnello di Dio

 

Ecco l'Agnello di Dio - William Hatherell



“Ecco l'agnello di Dio”, così Giovanni vede Gesù mentre gli viene incontro. ‘Ecco l’agnello di Dio’ diciamo in ogni eucaristia poco prima che Gesù ci venga incontro.


Un agnello non può fare paura, genera tenerezza, non è immagine del potere, è indifeso, non sa fare il male, rappresenta il Dio mite e umile, il Dio di cui non si può avere paura perché altrimenti non è il vero Dio.


L’umiltà e la mitezza sono le caratteristiche del Dio che si rivela in Gesù, perché Gesù è il Dio che è avvolto in fasce in una mangiatoia, avvolto da un lenzuolo dopo lo strazio della croce. 

Non più il volto del Dio degli eserciti, colui al quale offrire sacrifici, ma la vita di Dio che si fa sacrificio. Il Signore non chiede più sacrifici all'uomo ma sacrifica se stesso, non viene per portarci via qualcosa ma per donarsi totalmente.


Ma qual è il volto di Dio che abita i nostri cuori? Quale volto di Dio raccontiamo con la nostra vita, con la nostra fede? Il Dio vero è mite e umile è l'agnello che toglie il peccato del mondo, la radice del male, la sfiducia nei confronti di Dio, la logica della violenza che rompe la comunione.


Questa logica non è lontana dal cuore dell’uomo, per questo Gesù è venuto a salvarci, per guarire il cuore ferito dalla mancanza di comunione. La sfiducia nei confronti di Dio è la bestemmia contro lo Spirito, la chiusura del cuore al bene dell’altro genera incomprensioni, litigi, gelosie, invidie, durezza del cuore.


Solo lasciandoci guidare dallo Spirito come Giovanni possiamo riconoscere Gesù, solo la docilità all’opera del maestro interiore può condurci a vivere da discepoli che seguono l’Agnello. Questo essere autentici discepoli di Gesù si manifesterà nella nostra imitazione di Lui: amare quelli che lui amava, desiderare ciò che lui desiderava, scegliere quello che lui sceglieva, rifiutare ciò che lui rifiutava, dire quello che lui diceva, fare quello che lui faceva. Solo così offriremo il vero volto di Dio umile e mite, saremo discepoli impegnati a togliere il peccato del mondo dalle nostre vite, dalla vita del mondo. Il mondo nel quale siamo mandati come agnelli miti e umili eppure forti della forza di colui che ha vinto il mondo.


giovedì 4 gennaio 2024

4 gennaio - Gesù, il Figlio di Dio, si è fatto fratello di tutti.


La genealogia proposta da Luca accompagna l’inizio del ministero pubblico di Gesù. Il tempo di Natale lo abbiamo colto in questi giorni ci parla dell’ingresso di Dio, nella storia, della possibilità che in Gesù Dio abiti la nostra vita, in ogni tempo della vita. 

“Gesù quando iniziò il suo ministero aveva circa trent’anni” come spesso accade in piccole annotazioni possiamo leggere importanti messaggi anche per la nostra vita. Trent’anni non sono pochi, sono un arco importante di vita, sono una vita. E cosa ha fatto Gesù in questi trent'anni? Ha fatto quello che abbiamo fatto tutti noi: è nato, è stato allattato, curato, difeso, accudito, ha pianto, ha riso, è stato baciato, abbracciato, ha imparato ad amare, ha imparato dalle situazioni che ha vissuto, ha scelto il bene e rifiutato il male. 


Ha vissuto tutti i sentimenti e tante vicende di vita che anche noi abbiamo vissuto. Ha imparato a giocare, a parlare, a pregare; è andato a scuola della Scrittura nella sinagoga di Nazareth, e poi ha imparato il mestiere di Giuseppe, di cui, come si riteneva, era figlio. E questo per trent’anni, una vita.


Talora si sente parlare degli “oscuri anni di Nazareth”, perché sono misteriosi, perché non ne sappiamo nulla, eppure ci parlano del mistero dell’incarnazione, dello stile di Dio inserito nella nostra vita, nella nostra storia, nel nostro quotidiano. Questa è l’incarnazione, questo è essere battezzati in Cristo. Gesù farà di quel vissuto apparentemente oscuro il suo Vangelo, e ci rivela che la nostra esistenza nella sua quotidianità: il nostro nascere, il nostro vivere, il nostro crescere, il nostro gioire, il nostro lavorare, il nostro soffrire, il nostro morire quella che è spesso ai nostri occhi la banale vita quotidiana è tutta redenta e non c’è nulla da buttar via: è tutta divina.


La vita divina non può essere qualcosa d’altro se non questo intrecciarsi, questo incarnarsi nella mia vita quotidiana di amore e di solidarietà, del bisogno di comunione perché “non è bene che l'uomo sia solo", allora la vita è tutta divina, altrimenti è inutile vivere.


Gesù inizia a percorrere le strade della Galilea. È il figlio di Giuseppe il falegname e il Figlio di Maria, di lui apparentemente si conosce tutto ma in realtà la sua storia è radicata nella storia di ogni uomo, attraversa i secoli si intreccia con le vicende misere e gloriose di tanti uomini. 


Gesù è il figlio di Dio colui nel quale ogni uomo è stato pensato voluto, creato, amato, salvato in lui siamo tutti figli di Dio perché Gesù, il Figlio di Dio, si è fatto fratello di tutti.


Questa è la buona notizia, è il Vangelo, diciamolo a tutti.

mercoledì 3 gennaio 2024

3 gennaio 2023 - Hai svelato la tua grandezza ai semplici

 


Ripropongo un testo scritto anni fa, mi pare possa essere ancora significativo nel leggere il testo del Vangelo dell'odierna liturgia Luca 2,36-28


Credo sia capitato anche a voi di associare alcuni personaggi presentati nel Vangelo a persone conosciute realmente. 


La figura della profetessa Anna mi ricorda molte persone anziane che ho incontrato personalmente. Diverse sono le donne infatti che hanno incrociato la mia esperienza di vita e che hanno fatto l'esperienza della perdita prematura dello sposo, come anche della fatica di vivere allevando da sole figli ancora in tenera età. La fede è stata per molte di loro un punto di riferimento sicuro. L'essere vedove non ha impedito di continuare la vita pur tra tantissime difficoltà, nel cercare di fare esperienza di una esistenza dignitosa offrendo alle persone loro affidate il meglio che potevano donare.


Gesù nel Vangelo ci presenta spesso la figura della vedova, nella tenacia di quella donna che importuna il giudice empio chiedendo che sia fatta giustizia; nella donna vedova di Naim che accompagna al cimitero l'unico figlio, nel suo dolore Gesù racconta del dolore di tutte madri e nella speranza cristiana della vita eterna; nella vedova che al tempio pone due spiccioli nel tesoro dicendo a Dio il proprio desiderio di offrire tutta la vita come dice Gesù stesso “tutto ciò che aveva per vivere”.


Anna viveva nel tempio e subito penso alle case di tante donne anziane, piccoli santuari domestici ricche di immagini sacre, perché l'immagine dove costantemente la televisione è accesa sui canali che propongono la Santa Messa o il Rosario, dove la radio scandisce il tempo della giornata invitando alla preghiera, alla riflessione, alla meditazione quotidiana compagnia per giornate che sembrano invece interminabili.


Penso alla serenità di donne custodite con premura dall’affetto di figli e nipoti nel tempo della malattia, desiderose di non creare fastidi ma interiormente liete del dono gratuito dell’amore.


Penso anche alla solitudine delle nonne, del non essere comprese anche dai figli stessi o dai nipoti, che hanno cresciuto insegnando loro la vita e la preghiera, introducendo al senso della presenza di Dio. La solitudine vedendo i propri figli lontani da Dio, i propri nipoti che guardano con sufficienza e talvolta con biasimo quella corona ritrovata al mattino tra le lenzuola o consumata nelle mani callose di una vita ancora operosa.


Penso alla preghiera delle nonne che ogni giorno parlano a Dio dei loro nipoti, che per loro offrono la fatica di vivere perché la loro vita sia benedetta. Penso ai digiuni memorie di un tempo in cui non c’era tutto il benessere di oggi e quanta sofferenza nascosta tra le lacrime del cuore vedendo i propri figli così incapaci di leggere la vita come dono di Dio.


Oggi io ringrazio per le mie nonne che in modo diverso mi hanno insegnato la presenza di Dio Ringrazio per le donne che mi hanno parlato di Dio nella tenacia costante di cercare il bene e la giustizia per i propri cari; nel portare con fiducia e speranza anche il dolore sommo della perdita di un figlio; nel costante porre fiducia nella chiesa offrendo il proprio contributo silenzioso e fedele.


Se avete conosciuto donne così ringraziate, se conoscete donne così non lasciatele sole, loro sapranno parlarvi del Bambino, il figlio di Dio la nostra redenzione.


giovedì 17 dicembre 2020

Novena del Santo Natale - L'annuncio dell'angelo a Zaccaria

 


Luca inizia la sua narrazione con un quadro sostanzialmente agiografico (1,5-25). Zaccaria ed Elisabetta sono descritti come «giusti davanti a Dio» e osservanti rigorosi di tutte le leggi del signore. Ma nonostante la loro giustizia non hanno figli e allora pregano il signore che li esaudisce: «Non avere paura, Zaccaria, perché la tua supplica è stata esaudita». Un racconto edificante, dunque, come tanti: la giustizia prima o poi è sempre premiata. 

Facciamo subito, obbedendo all'intenzione dell'evangelista, un confronto, sia pure rapido, con la scena successiva dell'annuncio dell'angelo a Maria. Nulla di agiografico nell'annuncio a Maria. Nessun cenno alle virtù di Maria, né alla sua preghiera, né alla sua attesa.

L'evento emerge dall'alto senza alcuna premessa. Tutto è dalla parte di Dio, pure Grazia. Nulla che assomigli ai racconti edificanti, nei quali intervento di Dio è sempre condizionato da una preghiera. Nel primo quadro, quello di Zaccaria, è l'osservanza della legge che viene premiata, nel secondo - l'annuncio a Maria - è la grazia che viene proclamata.

Lo scenario dell'annuncio a Zaccaria è grandioso e solenne: nel tempio, durante la solenne liturgia dell'incenso, un sacerdote nell'esercizio della sua funzione, e sullo sfondo il popolo in attesa. Il racconto dell'annuncio a Maria, invece, è privo di ogni scenario, come è facile notare. Dove va collocata Maria? In casa, dal momento che si dice che l'angelo «entrò». Che cosa stava facendo? Il testo non dice nulla. Parla semplicemente di Nazareth, una località che le Scritture neppure conoscono. Nell'annuncio a Zaccaria l'apparizione dell'angelo di Dio avviene nel tempio, vicino all'altare in un luogo che molti pensano essere il solo degno dell'azione di Dio. Nell'annuncio a Maria, invece l'angelo appare in un luogo profano, in una casa, in un giorno qualsiasi, nella quotidianità della vita.

Il confronto fra le tue annunciazioni mostra dunque un continuo alternarsi di grandezza e piccolezza, solennità e semplicità, sacralità e profondità.  Questo ci lascia già intravedere i tratti nuovi e inconfondibili del volto di Dio che si è manifestato in Gesù di Nazareth. Nell'annuncio a Zaccaria il divino si mostra con tratti di grandiosità e solennità, ma proprio per questo si mostra con un volto normale che non sorprende. Nell'annuncio a Maria, il divino si mostra nelle più assoluta semplicità, nella quotidianità, e proprio per questo svela un volto inatteso e sorprendente. Da una parte, l'uomo entra nella casa di Dio, dall'altra, Dio entra nella casa dell’uomo.

Zaccaria pone all'angelo una domanda, che viene rimproverata come segno di incredulità. Di fronte alla promessa di un figlio, Zaccaria resta incredulo e chiede un segno, una garanzia («In base a che cosa conoscerò [la verità] di questo?»), ponendosi in tal modo sulla scia di alcuni racconti anticotestamentari. La risposta dell'angelo è al tempo stesso un segno dell'efficacia della parola di Dio e un castigo per la poca fede dell’uomo («Ecco, sarai muto e non potrei parlare fino al giorno in cui queste cose accadranno»). Anche nel racconto dell'annuncio a Maria troveremo una domanda, ma non è una domanda che chiede un segno (anche se il segno le sarà dato). È invece una domanda che si interroga sul «come», dal momento che la promessa divina pare contraddire l'intenzione di Maria di «non conoscere uomo». Maria non si interroga sulla potenza di Dio ma si chiede quale sia la sua volontà.

Aggiungiamo, prima di abbandonare questo racconto, che l'annuncio a Zaccaria ricalcai motivi più comuni dell'annunciazione dell'Antico Testamento: l'angelo del Signore, il turbamento e il timore dell'uomo di fronte a un messaggio di Dio, l'assicurazione della presenza divina con la richiesta di un segno. Sono tratti che secondo l'Antico Testamento accompagnano spesso il manifestarsi di Dio all’uomo. E anche i tratti che descrivono la figura del Battista fanno parte di un linguaggio tradizionale: la nascita da una donna sterile (come avvenne per alcuni grandi personaggi, quali Isacco, Sansone, Samuele) è una proclamazione della vittoria di Dio sull'impotenza degli uomini. La presenza dello Spirito di Dio è la prerogativa di tutti i profeti di tutte le guide di Israele. L'astensione da ogni bevande inebriante è il segno dei consacrati a Dio come Sansone e Samuele. Giovanni Battista si colloca dunque all'interno di una tradizione. Tutti i grandi salvatori di Israele - e Giovanni è il più grande di questi - sono un dono della misericordia di Dio, non un frutto della potenza degli uomini. Il Vangelo di Luca è per intero la lieta notizia della misericordia.

(Bruno Maggioni, Venne fra la sua gente, 67-70)

mercoledì 16 dicembre 2020

Novena del Santo Natale - Gli apparve in sogno un angelo del Signore (Commemorazione dell'annuncio a Giuseppe)

Giuseppe Marullo, Il sogno di San Giuseppe

Il senso degli avvenimenti di Dio - nascosti come sono dentro avvenimenti umani - non si comprende senza una rivelazione. Nella narrazione di Matteo (ma a modo suo anche in Luca) la funzione del rivelatore è affidata all’angelo e al sogno. Un angelo rivela a Giuseppe il significato del concepimento di Maria e il suo compito di adottare il Gesù, gli dice come sfuggire a Erode, lo invita a ritornare dall’Egitto. Tre volte si dice che un angelo appare a Giuseppe in sogno (1,20; 2,13.19). Due volte si parla soltanto di sogno, una volta in riferimento ai Magi (2,12) e una volta Giuseppe (2,22). Basta questa semplice annotazione a farci comprendere come il meraviglioso sia ridotto al minimo. L’angelo è il messaggero di Dio (dunque qualcosa di straordinario), ma che cosa c’è di più comune e umano di un sogno? Il segno di Dio compare in un luogo ordinario e familiare: il sogno. Dio parla anche della vita ordinaria e nell’esperienza normale. La presenza di Dio non è rumorosa, ma discreta, e proprio per questo straordinaria.

A volte si sottolinea che i racconti dell’infanzia fanno eccezione - rispetto al resto del Vangelo - per il loro gusto dello straordinario. L’infanzia di Gesù, si dice, è popolata di angeli. È proprio così? A me pare che nei racconti dell’infanzia l’angelo è ridotto alla sua essenzialità, descritto senza alcuna retorica e senza indulgere in alcun modo alla straordinarietà. Rispetto alla tradizione biblica si dovrebbe parlare di un processo di semplificazione, non di ampliamento. 

Generalmente - e penso giustamente - si ritiene che la credenza biblica negli angeli sia stata assimilata dalle religioni circostanti, secondo le quali Dio è circondato da un esercito celeste che ha la funzione di dare risalto alla sua gloria. È ovvio, però che Israele sottopose tale credenza a una profonda purificazione, per salvaguardare il dato primario e irrinunciabile della propria fede, cioè l’unica signoria di Dio. La Bibbia considera gli angeli totalmente al servizio di quest’unica signoria. In altre parole, si osserva nell’Antico Testamento un duplice movimento, orientato in due opposte direzioni. Nella Torah e nei profeti c’è la tendenza a unificare tutti gli intermediari del pantheon culturale circostante, per affermare che Dio è uno solo. Ma, una volta posto al sicuro l’assoluto primato dell'unico Dio, avviene una sorta di recupero delle della religiosità popolare circostante. Col tempo, nel giudaismo, si è anche cercato di precisare le varie «classi» angeliche e, per qualcuno, persino il nome. Ma si tratta sempre di nomi che dicono la funzione degli angeli, non la loro natura. E già questo suggerisce che è inutile speculare sulla natura angelica, né si deve raffigurare gli angeli con eccessiva facilità. Rispettare la descrizione del testo sacro è segno di serietà. 

In conclusione, due sembrano essere le funzioni degli angeli. La prima è di salvaguardare l’alterità e l’assoluta invisibilità di Dio, tanto è invisibile che si fa visibile unicamente attraverso esseri che appartengono sì al mondo celeste, ma non sono Dio. L’uomo non può accedere ai misteri divini: occorre qualcuno che gli sveli. Il messaggero è l’angelo. La seconda funzione è di mostrare la cura e la protezione che Dio ha per l’uomo. Così gli angeli mostrano, al tempo stesso la trascendenza di Dio e la sua presenza nella storia. Dio l’invisibile, si inserisce nella storia tramite gli angeli. È appunto questa la funzione degli angeli nei racconti dell’infanzia.

(Bruno Maggioni, Venne fra la sua gente, pp. 37-39)



giovedì 26 novembre 2020

La bocca parla dalla pienezza del cuore



In fondo il principio del bene e del male, prima che nelle opere - che qualche volta possono anche mentire - sta nel cuore. Non nelle cose. Le cose sono tutte buone. Non c’è una cosa cattiva. Ha fatto tutto Dio! È l’uso che noi ne facciamo che è buono o cattivo. Se il mio uso è mosso dall’egoismo, dall’invidia, dalle gelosie, dalle ire, dalle contese, dalle risse, dal male, allora tutto diventa male! Se invece è mosso dall’amore, dalla gioia e dalla pace, ecc., allora tutto diventa bene. Il problema è avere il buon tesoro del cuore. Principio del bene e del male non sono le cose, ma il cuore. Il cuore buono fa uscire il bene. Il cuore cattivo fa uscire morte. All’esterno forse possiamo mentire, ma noi conosciamo bene il nostro cuore. E avendo letto le parole di Gesù sul monte delle beatitudini, comprendiamo che anche in noi c’è molto male. E proprio in questo male capisco il bene che Lui mi vuole. Questo male può diventare il luogo della misericordia e del bene. Nel finale parla di frutti; i frutti sono le opere. La prima opera fondamentale del cuore è la parola. Perché “dalla sovrabbondanza del cuore, parla la sua bocca”. L’opera principale che l’uomo fa non sono le opere, ma le parole. Tutti i nostri rapporti sono retti dalle parole che possono essere buone, o cattive. 

La parola buona, e la parola cattiva, vuol dire il cuore buono e il cuore cattivo, che vuol dire l’occhio buono e l’occhio cattivo. Il testo fondamentale della misericordia, dice: non giudicate, non condannate, perché il primo peccato è nella parola.

(Silvano Fausti)

mercoledì 25 novembre 2020

Il peccato contro lo Spirito Santo


Spirito Santo, Rupnik

Il peccato contro lo Spirito santo è in realtà è un peccato banale, come è banale il male; è un peccato che non richiede particolare malvagità ma è semplicemente consumato da chi vede e discerne il bene che viene fatto eppure, piuttosto che riconoscere questa verità, preferisce chiamarlo male, attribuendolo a Satana. È il peccato che procede dall’invidia, dal non sopportare che un altro abbia fatto o faccia il bene, perché si vorrebbe solo se stessi come soggetti del bene; e non volendo riconoscere in un altro quel bene che viene da Dio, si preferisce attribuirlo al demonio. Quegli scribi vedevano il bene operato da Gesù ma, piuttosto che riconoscerlo come opera ispiratagli da Dio, sceglievano deliberatamente di imputarlo a Satana. Non riconoscere l’opera di Dio, non riconoscere l’azione dello Spirito santo, fino a stravolgere lo sguardo e il giudizio, attribuendo il bene operato a Satana, è davvero il peccato imperdonabile, dice Gesù!

(Enzo Bianchi, www.alzogliocciversoilcielo.blogspot.com)

domenica 22 novembre 2020

Il sogno grande di Dio per noi


Giovanni il Battista predicava nel deserto della Giudea dicendo: convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino (Mt 3,2).
Gesù cominciò a predicare lo stesso annuncio: convertitevi perché il regno dei cieli è vicino (Mt 4,17). Tutti i profeti hanno gli occhi fissi nel sogno, nel regno dei cieli che è un mondo nuovo intessuto di rapporti buoni e felici. Ne percepiscono il respiro vicino: è possibile, è ormai iniziato. Su quel sogno ci chiedono di osare la vita, ed è la conversione.
Si tratta di tre annunci in uno, e tra tutte la parola più calda di speranza è l’aggettivo “vicino”. Dio è vicino, è qui, prima buona notizia: il grande Pellegrino ha camminato, ha consumato distanze, è vicinissimo a te. E se anche tu ti trovassi ai piedi di un muro o sull’orlo del baratro, allora ricorda: o quanti cercate, siate sereni / egli per noi non verrà mai meno / e Lui stesso varcherà l’abisso (D. M. Turoldo).
Dio è accanto, a fianco, si stringe a tutto ciò che vive, rete che raccoglie insieme, in armonia, il lupo e l’agnello, il leone e il bue, il bambino e il serpente (parola di Isaia), uomo e donna, arabo ed ebreo, mussulmano e cristiano, bianco e nero, per una nuova architettura del mondo e dei rapporti umani. Il Regno dei cieli e la terra come Dio la sogna. Non si è ancora realizzata? Non importa, il sogno di Dio è più vero della realtà, è il nostro futuro che ci porta, la forza che fa partire.
Gesù è l’incarnazione di un Dio che si fa intimo come un pane nella bocca, una parola detta sul cuore, un respiro: infatti “vi battezzerà nello Spirito Santo”, vi immergerà dentro il mare di Dio, sarete avvolti, intrisi, impregnati della vita stessa di Dio, in ogni vostra fibra.
Convertitevi, ossia osate la vita, mettetela in cammino, e non per eseguire un comando, ma per una bellezza; non per una imposizione da fuori ma per una seduzione. Ciò che converte il freddo in calore non è un ordine dall’alto, ma la vicinanza del fuoco; ciò che toglie le ombre dal cuore non è un obbligo o un divieto, ma una lampada che si accende, un raggio, una stella, uno sguardo. Convertitevi: giratevi verso la luce, perché la luce è già qui.
Conversione, non comando ma opportunità: cambiate lo sguardo con cui vedete gli uomini e le cose, cambiate strada, sopra i miei sentieri il cielo è più vicino e più azzurro, il sole più caldo, il suolo più fertile, e ci sono cento fratelli, e alberi fecondi, e miele.
Conversione significa anche abbandonare tutto ciò che fa male all’uomo, scegliere sempre l’umano contro il disumano. Come fa Gesù: per lui l’unico peccato è il disamore, non la trasgressione di una o molte regole, ma il trasgredire un sogno, il sogno grande di Dio per noi.
(Ermes Ronchi, www.smdelcengio.it)

giovedì 19 novembre 2020

La natura dell'attesa

 

Alba vista dal Monte Maggio - agosto 2018 (foto Enoch)


Attendere, come lo vediamo nei personaggi delle prime pagine del Vangelo, è attendere con un senso di promessa. “Zaccaria, tua moglie Elisabetta ti darà un figlio”. “Maria, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù” (Lc 1,13.31). I personaggi che attendono hanno ricevuto una promessa: hanno ricevuto qualcosa che sta operando in loro, come un seme che ha cominciato a germogliare. Questo è molto importante. Noi possiamo veramente aspettare solo ciò che stiamo aspettando e già è cominciato per noi. Così, aspettare non è mai un movimento da niente a qualcosa. È sempre un movimento da qualcosa a qualcosa di più. Zaccaria, Elisabetta, Maria, Simeone e Anna stavano vivendo con una promessa che li nutriva, che li alimentava e che li rendeva capaci di stare dov’erano. E in questo modo, la promessa si poté realizzare in loro e per mezzo di loro. 


In secondo luogo, l’attesa è attiva. La maggior parte di noi pensa all’attesa come a qualcosa di molto passivo, uno stato senza speranza determinato da eventi completamente al di fuori delle nostre mani. L’autobus è in ritardo. Non ci puoi fare niente, cosi non ti resta che sederti e solo aspettare. Non è difficile capire l’irritazione che la gente prova quando qualcuno dice: “semplicemente aspetta”. Parole come queste sembrano spingerci nella passività. Ma non c’è nulla di questa passività nella Scrittura. Coloro che sono in attesa aspettano molto attivamente. Essi sanno che ciò che stanno aspettando sta germogliando dal terreno sul quale si trovano. Questo è il segreto. Il segreto dell’attesa è la fede che il seme è stato piantato, che qualcosa è iniziato. Attesa attiva significa essere pienamente presenti al momento, nella convinzione che qualcosa sta accadendo dove sei tu e che vuoi essere presente a quel momento.


Una persona in attesa è qualcuno che è presente al momento, che crede che questo momento è il momento. Una persona in attesa è una persona paziente. La parola ‘pazienza’ vuol dire la buona volontà di stare dove siamo e di vivere la situazione nella fede che qualcosa di nascosto si manifesterà a noi. Le persone impazienti si aspettano sempre che l’evento importante stia avvenendo in qualche altro luogo, e quindi vogliono andare altrove. Il momento presente è vuoto.


Le persone pazienti, invece, osano restare dove sono. Vivere con pazienza significa vivere attivamente nel presente e qui attendere. L’attesa, allora, non è passiva. Essa comporta il nutrire il momento, come una madre nutre il bambino che sta crescendo nel suo grembo. Zacccaria, Elisabetta, Maria, Simeone ed Anna erano presenti al momento. Questo è il motivo per cui essi poterono sentire l’angelo. Erano vigili, attenti alla voce che parlava loro e diceva: “Non temete! Qualcosa sta per accadervi. Fate attenzione”. 


Ma c’è di più. L’attesa è senza fine. Un’attesa senza fine è difficile per noi perché tendiamo ad aspettare qualcosa di molto concreto, qualcosa che desideriamo avere. Molto della nostra attesa è pieno di desideri: “Vorrei avere un lavoro. Vorrei che il tempo fosse migliore. Vorrei che il dolore passasse”. Siamo pieni di desideri e la nostra attesa resta facilmente impigliata in questi desideri. Per questa ragione, molta parte della nostra attesa è a termine.


Invece, il nostro attendere è un modo di tenere sotto controllo il futuro. Noi vogliamo che il futuro vada in una direzione molto precisa, e se questo non accade ci rammarichiamo e possiamo persino scivolare nella disperazione. Questo è il motivo per cui ci è tanto difficile trascorrere il tempo nell’attesa; vogliamo fare le cose che porteranno alla realizzazione degli eventi desiderati. Qui possiamo vedere come i desideri tendono ad essere collegati con le paure. 


Zaccaria, Elisabetta, Maria, Simeone ed Anna, invece, non erano pieni di desideri. Erano pieni di speranza. La speranza è qualcosa di molto diverso. La speranza è avere fiducia che qualcosa si compirà secondo le promesse e non semplicemente secondo i nostri desideri. Quindi la speranza è sempre senza fine.


Io ho trovato molto importante nella mia vita personale lasciar morire i miei desideri e cominciare a sperare. È stato solo quando ero pronto a lasciar morire i miei desideri che qualcosa di realmente nuovo, qualcosa al di là delle mie proprie aspettative, ha potuto accadermi. Proviamo solo ad immaginare che cosa Maria stava in realtà dicendo con le parole: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38). Stava dicendo: “Io non so cosa significhi tutto questo, ma ho fiducia che accadranno cose belle”. Tanto profonda era la sua fiducia che la sua attesa fosse aperta a tutte le possibilità. E lei non voleva controllarle. Credeva che quando ascoltava con attenzione, poteva aver fiducia in ciò che stava per accadere. 


Attendere a tempo indeterminato è un atteggiamento enormemente radicale verso la vita. È avere fiducia che ci accadrà qualcosa che è molto al di là della nostra immaginazione. È abbandonare il controllo del nostro futuro e lasciare che sia Dio a determinare la nostra vita. È vivere con la convinzione che Dio ci plasma secondo l’amore di Dio e non secondo la nostra paura. La vita spirituale è una vita in cui noi aspettiamo, stiamo in attesa, attivamente presenti al momento, aspettando che cose nuove ci accadano, cose nuove che sono molto al di là della nostra stessa immaginazione o previsione. Questo, certamente, è un atteggiamento molto radicale verso la vita in un mondo preoccupato di controllare gli eventi. 

(Henry J.M Nouwen, Il sentiero dell'attesa, Queriniana, pp. 9-14)



lunedì 20 aprile 2020

Che cosa cerchi?


Giovanni è un maestro riconosciuto e affermato, ha dei discepoli attorno a sé, è ritenuto un profeta. Non è l’unico profeta, ma la Parola di Dio risuona nelle sue parole e anche a lui è chiesto di illuminare le attese sul senso della storia e del suo compimento con la venuta del messia. Egli annuncia che tra i suoi discepoli c’è una presenza non ancora conosciuta dagli altri, la presenza di un uomo che, pur seguendo lo stesso Giovanni come discepolo, è più grande di lui, al punto che egli si dice indegno di slegargli il laccio dei sandali. Giovanni va però oltre a questo annuncio e a due discepoli indica colui del quale ha parlato, definendolo Agnello-Servo di Dio. Questi due discepoli per primi lasciano Giovanni per seguire Gesù. Si mettono sulle sue tracce, nel deserto; Gesù allora si volta e chiede loro: “Che cosa cercate?”.
È la prima parola di Gesù nel quarto vangelo, sotto forma di domanda, un interrogativo che Gesù rivolge ancora oggi a ciascuno di noi: “Che cosa cerchi? Qual è il tuo desiderio?”. Gesù non fa un’affermazione, una dichiarazione ma pone una domanda: “Cercate qualcosa? E che cosa?”. Così chi si mette sulle tracce di Gesù deve cercare di rispondere innanzitutto a questa domanda, deve cercare di conoscere il proprio cuore, di leggerlo e scrutarlo, in modo da essere consapevole di ciò che desidera e cerca. È proprio vero solo quando accogliamo o ci facciamo domande superiamo  le chiusure che ci bloccano, e ci apriamo. L’emergere e il suono di una domanda vera sono come la grazia che viene e apre, anzi a volte scardina…
Ma la ricerca, quando è consapevole, chiede di muoverci, di fare un movimento, di andare, cioè di seguire chi ha suscitato la domanda: “Venite e vedrete”, perché questa è la risposta alla contro-domanda dei due: “Rabbi, dove dimori?”. Seguendo si compie un cammino dietro a Gesù e si arriva dove lui sta, dimora. E dove lui dimora, il chiamato, diventato discepolo, può dimorare, restare, abitare, sentirsi a casa. Ecco la dinamica del nostro incontro con il Signore: cercare, seguire, dimorare. Queste sono anche le attitudini essenziali per conoscere e vivere l’amore. L’amore è cercato dal desiderio, deve essere seguito su cammini a volte faticosi e pieni di contraddizioni, ma, se lo si segue, alla fine lo si conosce e in esso si resta, si dimora. Il vero amore è un abitare nell’amore dato e ricevuto.
Quel giorno in cui i primi discepoli hanno cercato Gesù, lo hanno seguito e sono restati presso di lui, è stato decisivo per tutta la loro vita, ricordano anche l’ora, che da quel momento in poi non è stata altro che un cercare Gesù, un seguirlo e un cercare di vivere con lui, perseveranti con lui: è la vita cristiana! Davanti al discepolo c’è sempre e solo un Agnello, un Servo, in ogni caso una creatura mite, inoffensiva, che “porta” i pesi degli altri e non li mette sulle spalle degli altri; c’è qualcuno che dà la propria vita, spende la propria vita e la offre in sacrificio.
Oggi sinceramente cerchiamo di rispondere alla domanda di Gesù: “Che cosa cerchi?”.
(da una lectio di Enzo Bianchi)

mercoledì 8 aprile 2020

Uno dei Dodici



Uno dei Dodici, uno che era stato con Lui, un suo amico: ecco chi è Giuda. Mi colpisce sempre questa apparentemente semplice annotazione, perché parla della libertà di Gesù, della libertà dell’uomo. Il vangelo ci parla di chi sia l’uomo davanti a Dio. 
Gesù ha chiamato a sé, alla sua sequela, degli uomini che hanno risposto liberamente e hanno abbandonato tutto – la famiglia, il paese, il mestiere – per seguirlo. Chiamo a sé quelli che volle, e altri che volevano seguirlo non trovarono posto nella sua comunità. Il Vangelo di Marco narra che Gesù passò la notte in preghiera, pensando davanti al Padre, sotto la guida dello Spirito santo, per comprendere chi doveva scegliere e istituire quel gruppo come “apostoli”. E al mattino “chiamò a sé quelli che voleva” e “ne fece dodici, perché stessero con lui e per mandarli a predicare” (Mc 3,13-14). Gesù decide, sceglie dopo aver pensato e pregato davanti al Padre, conosce e chiama ciascuno per nome.
Ma tra quei Dodici c’è un discepolo che tradirà Gesù, favorendo la sua cattura e dunque la sua passione e morte: Giuda Iscariota, nome che troviamo all’ultimo posto nella lista degli evangelisti, ma pure lui chiamato, scelto e amato da Gesù! E ci domandiamo come sia stato possibile, come ha potuto Gesù sbagliare nella sua scelta? Innanzitutto Gesù ha scelto tra coloro che ha incontrato, la sua scelta non è stata come quella di chi deve selezionare un attore per un film, oppure deve trovare un profilo di competenza professionale per un progetto. Inoltre è possibile che una scelta si riveli nel tempo sbagliata perché questa scelta non toglie la libertà di ciascuno, che può perfino arrivare, come Giuda, a negare tutto il cammino compiuto con Gesù.
Questo è l’enigma del male, l’azione dell’avversario, di satana in un discepolo di Gesù: è realtà impossibile da spiegare, comprendere, giustificare…
Credo sia bene sostare su questa evento della vita di Gesù. Può esserlo per i genitori che fanno i conti con un fallimento nel cammino di vita dei loro figli; per chi sposo, sposa nella gioia sperimenta l’abbandono e la negazione di un amore che era detto per sempre; per gli insegnanti che si trovano talora delusi dagli alunni sui quali avevano investito maggiormente; per gli educatori che moltiplicano il loro impegno per trovarsi talora abbandonati quando chiedono un salto di qualità.
Nella Chiesa poi capita, e ultimamente molti lo hanno tristemente confermato, che essere chiamati non basti per essere adeguati al proprio ministero.
La vicenda di Giuda ci insegna che è difficile fare un discernimento sulle persone senza mettere in conto un possibile fallimento. Ma questo è il passaggio necessario  della vita perché siamo pienamente uomini quando siamo pienamente liberi, al punto da arrivare anche a rifiutare, a svilire, a tradire colui che avevamo scelto come Signore, il dono del Padre. 
La triste vicenda di Giuda oggi ci ricorda che essere discepoli di Gesù è una scelta quotidiana libera e per amore, perché il Maestro che vogliamo seguire è colui che sceglie di vivere tutta la vita, fino alla morte, liberamente e per amore.

mercoledì 1 aprile 2020

Cuore di fanciullo





Il cammino iniziato con decisione per arrivare a Gerusalemme si sta compiendo. Allora Gesù aveva detto che il più grande nel Regno dei Cieli è chi accoglie un bambino; il più grande nel Regno dei Cieli è chi si fa piccolo con i piccoli... 
Lasciate che i bambini vengano a me non glielo impedite, così dice ai Dodici poco prima di incontrare il giovane ricco ricercatore di risposte autentiche perso e triste nelle sue molte ricchezze.  
Lasciate che i bambini vengano a me non glielo impedite, il regno dei Cieli è per chi è come loro. 
Ho bisogno di tornare a coltivare un cuore di fanciullo che di per sé non è innocente, quante lotte anche tra bambini, ma che è bisognoso di tutto: non pone la sua fiducia nelle cose, nelle ricchezze, né su titoli e riconoscimenti ha solo bisogno di qualcuno che lo guardi, che lo ascolti, che lo custodisca. 
Senza un cuore di fanciullo non comprenderò nulla dell’Amore che viene tradito, consegnato, deriso, insultato, coperto di sputi flagellato, ucciso... continuerò a domandarmi chi è il più grande, il più importante, chi è che ha più consensi, like o visualizzazioni...
Senza un cuore di fanciullo la Pasqua verrà e non sarà resurrezione.
Senza un cuore di fanciullo questo tempo passerà e non mi cambierà, tornerò ad avere grandi domande di senso e a rispondervi riempiendomi di ricchezze.
Senza un cuore di fanciullo non saprò cantare “Osanna al Figlio di David” e non saprò credere che a volte un bicchiere d’acqua, una gentilezza, un sorriso regalano il sole.
Senza un cuore di fanciullo non capirò nulla ancora di Gesù. 
Vi chiedo di pregare per me, con me perchè riceva e custodisca questo dono, e io pregherò per voi, con voi perchè abbiate un cuore di fanciullo.

Riapre La Stanza di Enoch

Cara amica, caro amico, torno in questa stanza come si torna in un posto che si è amato e poi a lungo trascurato. Ho scelto di riaprire La S...