mercoledì 14 dicembre 2011

14 dicembre 2011

«Quanto poi alla risurrezione dei morti, 
non avete letto quello che vi è stato detto da Dio: 
“Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco 
e il Dio di Giacobbe”? 
Non è il Dio dei morti, ma dei viventi!»
(Mt 22, 31-32)

I sadducei propongono a Gesù una storia para­dossale per mettere in ri­dicolo l'ipotesi stessa della risurrezione. Ci sono molti cristiani come sadducei: l'e­ternità appare loro poco at­traente, forse perché perce­pita più come durata che co­me intensità; come prolun­gamento del presente, men­tre in primo luogo è il modo di esistere di Dio. C'erano sette fratelli, e quella donna mai madre e vedova sette volte, di chi sarà nell'ultimo giorno? Non sarà di nessuno. Perché nessuno sarà più possesso di nessuno. 

All'inizio, nei sette fratelli preme un'ansia di dare la vi­ta, un bisogno di fecondità. Alla fine, l'ansia umana di­venta ansia divina quando Gesù afferma: e saranno fi­gli di Dio, perché sono figli della risurrezione. In Dio e nell'uomo urge lo stesso bisogno di dare la vita, a figli da amare. 
La fede nella risurrezione non è frutto del mio bisogno di esistere oltre la morte, ma racconta il bisogno di Dio di dare vita, di custodire vite al­l'ombra delle sue ali. 
Quelli che risorgono non prendono moglie né marito, dice Gesù. In quel tempo sarà inutile il matrimonio, ma non inutile l'amore. Per­ché amare è la pienezza dell'uomo e la pienezza di Dio. 
Saranno come angeli. Gli an­geli non sono le creature gentili e un po' evanescenti del nostro immaginario. Nella Bibbia gli angeli han­no la potenza di Dio, un dinamismo che trapassa, sale, penetra, che vola nella luce, nell'ardore, nella bellezza. Il loro compito sarà custodire, illuminare, reggere, rendere bello l'amore. 
Ogni amore vero che abbia­mo vissuto si sommerà agli altri nostri amori, senza gelosie e senza esclusioni, do­nerà non limiti o rimpianti, ma una impensata capacità di intensità e di profondità. «Il Signore è Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. Dio non è Dio di morti, ma di vi­vi». Dio «di»: in questo «di» è con­tenuto il motivo ultimo del­la risurrezione, il segreto del­l'eternità. Una sillaba breve come un respiro, ma che contiene la forza di un lega­me, indissolubile e recipro­co, e che significa: Dio ap­partiene a loro, loro appar­tengono a Dio. Così totale è il legame, che il Signore giunge a qualificar­si non con un nome proprio, ma con il nome di quanti ha amato. Il Dio più forte della morte è così umile da rite­nere i suoi amici parte inte­grante di sé. 
Dio di Abramo, di Isacco, di Gesù, Dio di mio padre, di mia madre… Se quei nomi, quelle persone non esisto­no più è Dio stesso che non esiste. Se quel legame si dis­solve è il nome stesso di Dio che si spezza. Per questo li farà risorgere: solo la nostra risurrezione farà di Dio il Pa­dre per sempre.
(Ermes Ronchi)


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