«Quando vi condurranno via per consegnarvi,
non preoccupatevi prima di quello che direte,
ma dite ciò che in quell’ora vi sarà dato:
perché non siete voi a parlare, ma lo Spirito Santo».
(Mc 13,11)
I «padri spirituali» dei tempi antichi facevano volentieri appello ad un
testo del vangelo: «Non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito
del Padre vostro che parla in voi» (Mt 10,20). Egli parla nei
cristiani, agisce in loro, ispira loro i pensieri. Come concepire questa
presenza dello Spirito nella nostra persona? Anche gli spiriti maligni,
demoniaci, influiscono sull’uomo. Ma lo fanno come una forza esterna,
violenta. Lo Spirito di Dio, al contrario, è interno a noi.
San Basilio dice che è «come la capacità di vedere nell’occhio sano», diventa
come nostra «forma». Sant’Ireneo definisce l’uomo spirituale come composto dal
corpo, dall’anima e dallo Spirito Santo. Lo Spirito Santo è come se fosse
«l’anima della nostra anima». Trasforma tutta la nostra umanità.
Diciamo «trasforma», cioè non distrugge, ci aiuta a sviluppare
tutte le nostre doti naturali. Gesù disse a Nicodemo che per entrare nel
regno di Dio bisogna nascere di nuovo «dall’acqua e dallo Spirito
Santo» (Gv 3,5). San Cirillo di Gerusalemme si chiede: «Perché lo
Spirito viene paragonato all’acqua?». Risponde: «Dall’acqua nasce tutto: nutre
le erbe e gli animali. Scende dal cielo come pioggia. È una sola, ha la stessa
natura, ma quanti effetti differenti produce! Una sorgente irriga tutto il
giardino; la stessa pioggia cade dal cielo in tutto il mondo. Ma nel giglio
diventa bianca, nella rosa rossa, nel giacinto porpurea. Così anche lo Spirito
Santo, pur essendo uno e indiviso, distribuisce come vuole la sua grazia».
Avendo in noi lo Spirito, abbiamo la forza divina. Allora uno si pone la
domanda: perché allora sforzarsi, lavorare, e non lasciare agire la sola
grazia? I Padri della Chiesa ammonivano a non abbandonarsi all’inerzia, alla
passività. È vero che il progresso della vita spirituale è dono della
grazia, ma essa esige la collaborazione umana. Con un semplice, ma
bell’esempio, già nel IV secolo, lo Pseudo-Macario lo spiega. Gli sforzi umani
sono come il lavoro dell’agricoltore. Sappiamo che non basta arare e seminare.
Il raccolto dipende dal sole, dalla pioggia, dalla temperatura. Vi sono delle
annate nelle quali si raccoglie ben poco, nonostante grandi fatiche. Eppure la
regola «normale» rimane valida: più si lavorano i campi, migliore raccolto si
avrà. Cosi possiamo anche parlare di qualche «normale legge della grazia».
Anche qui vale: «Sforzati, Dio ti aiuterà». Sant’Ignazio di Loyola espresse
questo principio in questo modo: «Dobbiamo lavorare come se tutto
dipendesse da noi, ma dobbiamo pregare come se tutto dipendesse solo da Dio».
(Tomás Spidlík)
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