sabato 17 marzo 2012

17 marzo 2012 - Come Gesù povero di tutto , ma non di amici

Chiamò a sé i Dodici 
e prese a mandarli a due a due 
e dava loro potere sugli spiriti impuri. 
E ordinò loro di non prendere per il viaggio,
nient’altro che un bastone: 
né pane, né sacca, né denaro nella cintura; 
ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. 
(Mt 6, 7-8)


Partono i discepoli a due a due. Nient’al­tro che un bastone a sorreggere il cammino, e un amico a sorreggere il cuore. Un bastone per appoggiar­vi la stanchezza e un amico per appoggiarvi la solitudi­ne. 
È importante questo andare a due a due, avere uno su cui contare, nelle cui parole cercare l’evidenza che esisti, che sei amato, che sei capace di relazioni positive. Se è solo, l’uomo è portato a dubitare perfino di se stesso. 
La fede si arricchisce se la condividi. Infatti l’annun­cio è fatto a due voci e la prima parola è questo legame, questo germe nuovo di co­munione. «Non arriveremo / alla meta ad uno ad uno, / ma a due a due. / Se ci ame­remo a due a due / ci ame­remo tutti. / E i figli ride­ranno / della leggenda nera / dove l’uomo piangeva / in solitudine» (P. Eluard). 
Non portate nulla per il viaggio. Perché tutto ciò che non serve, pesa; perché ogni possesso ti separa dal­l’altro. Perché l’uomo non è fra le cose. Perché vivrai dipendente dal cielo e da­gli altri, di pane condiviso e di fiducia. Perché l’abbondanza di mezzi non spenga la tua creatività e la fiducia nella potenza della Parola. L’annunciatore deve esse­re così: infinitamente pic­colo, solo allora l’annuncio sarà infinitamente grande. Tutto in noi domanda la vi­cinanza di un amico. Nien­te in noi postula questa nu­dità di croce, Vangelo che consola e poi sgomenta: non portate nulla. Come Gesù, povero di tutto, ma non di amici; senza un luo­go dove posare il capo, ma non senza case amiche do­ve confortare il cuore. 
Entrati in una casa lì rima­nete. 
Il punto di arrivo è la casa, non la sinagoga o il tempio. Nella casa, dove è naturale la sincerità del cuore, lì Dio ti sfiora, ti toc­ca. Lo fa in un giorno di fe­sta, quando dici a chi ami parole stupefatte e che si vorrebbero eterne. Lo fa in un giorno di lacrime, quan­do l’amarezza soffoca la speranza. 
Il cristianesimo deve esse­re significativo lì, nella ca­sa, nei giorni della festa e in quelli del dramma, nei figli prodighi, quando Caino si alza di nuovo, quando l’amore sembra finito e ci si separa, quando l’anziano perde il senno o la salute. Là dove la vita celebra la sua festa e piange le sue lacri­me, scende come pane e come sale, sta come roccia la Parola di Dio. 
L’annuncio è fatto di poche parole e di molto stile di vi­ta. Per farsi credere il Vangelo ha bisogno ancora og­gi di un anticipo di corpo, di un capitale di incarnazio­ne: è lo stile dei testimoni e dei martiri, una Parola scritta su tavole di carne.
(Ermes Ronchi)


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