Il Signore Gesù se ne andò sul monte a pregare
e passò tutta la notte pregando Dio.
Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli
e ne scelse dodici,
ai quali diede anche il nome di apostoli.
(Lc 6,12-13)
Prima, quindi, la via della preghiera. Dico “prima”, perché desidero parlare di essa prima delle altre. Ma dicendo “prima” voglio oggi aggiungere che nell’opera totale della nostra conversione, cioè della nostra maturazione spirituale, la preghiera non è isolata dalle altre due vie che la Chiesa definisce col termine evangelico di “digiuno ed elemosina”. La via della preghiera ci è forse più familiare. Forse comprendiamo con più facilità che senza di essa non è possibile convertirsi a Dio, rimanere in unione con lui, in quella comunione che ci fa maturare spiritualmente. Senz’altro tra voi, che adesso mi ascoltate, vi sono moltissimi che hanno una propria esperienza di preghiera, che ne conoscono i vari aspetti e possono farne partecipi gli altri. Impariamo infatti a pregare, pregando. Il Signore Gesù ci ha insegnato a pregare prima di tutto pregando lui stesso: “...e passò la notte in orazione” (Lc 6,12); un altro giorno, come scrive San Matteo, “salì sul monte, solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù” (Mt 14,23). Prima della sua Passione e della Morte andò al monte degli Ulivi ed incoraggiò gli Apostoli a pregare, e lui stesso, inginocchiatosi, pregava. In preda all’angoscia, pregava più intensamente (cf.Lc 22,39-46). Solo una volta richiesto dai discepoli “Signore, insegnaci a pregare” (Lc 11,1), egli ha dato loro il più semplice e più profondo contenuto della sua preghiera: il “Padre nostro”.
Dato che è impossibile racchiudere in un breve discorso tutto ciò che si può dire o che è stato scritto sul tema della preghiera, vorrei oggi mettere in rilievo una sola cosa. Noi tutti, quando preghiamo, siamo discepoli di Cristo, non perché ripetiamo le parole che lui una volta ci ha insegnato – parole sublimi, contenuto completo della preghiera – siamo discepoli di Cristo perfino quando non usiamo queste parole. Siamo suoi discepoli solo perché preghiamo: “Ascolta il Maestro che prega; impara a pregare. Per questo infatti egli pregò, per insegnare a pregare”, afferma Sant’Agostino (S. Agostino, Enarr. in Ps. 56, 5). E un autore contemporaneo scrive: “Poiché la fine del cammino della preghiera si perde in Dio, e nessuno conosce il cammino tranne Colui che viene da Dio, Gesù Cristo, bisogna... fissare gli occhi su lui solo. È la via, la verità e la vita. Solo lui ha percorso il cammino nelle due direzioni. Bisogna mettere la nostra mano nella sua e partire” (Y. Raguin, Chemins de la contemplation, Desclée de Brouwer, 1969, p. 179). Pregare significa parlare con Dio – oserei dire ancor di più – pregare significa ritrovarsi in quell’unico eterno Verbo attraverso il quale parla il Padre, e il quale parla al Padre. Questo Verbo si è fatto carne, affinché ci sia più facile ritrovarci in lui anche con la nostra parola umana di preghiera. Questa parola può alle volte essere molto imperfetta, può talvolta addirittura mancarci, tuttavia questa incapacità delle nostre parole umane si completa continuamente nel Verbo che si è fatto carne per parlare al Padre con la pienezza di quella mistica unione, che ogni uomo che prega forma con lui; che tutti coloro che pregano formano con lui. In questa particolare unione col Verbo sta la grandezza della preghiera, la sua dignità e, in qualche modo, la sua definizione.
(Giovanni Paolo II, Udienza generale 14 marzo 1979)
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