«E questa è la volontà
di colui che mi ha mandato:
che io non perda nulla di
quanto egli mi ha dato,
ma che lo risusciti
nell’ultimo giorno».
(Gv 6,39)
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| Coppo di Marcovaldo, Giudizio Universale (1260-1270), Battistero di San Giovanni, Firenze |
La liturgia non ha
pianti, perché ciò di cui fa memoria non è la morte, ma la risurrezione. La
liturgia non ha lacrime, se non asciugate dalla mano di Dio; essa infatti non
pronuncia parole sulla fine ma sulla vita. «Se tu fossi stato qui mio fratello
Lazzaro non sarebbe morto». Marta ha fede in Gesù, eppure si sbaglia. Così noi
ripetiamo le sue parole e il suo errore: in questa malattia del mio familiare,
dov’è Dio? Se Dio esiste, perché questa morte innocente? Se Tu sei qui, i miei
cari non moriranno… Invece Dio è qui, sempre, ma non come esenzione dalla
morte. Gesù non ha mai promesso che i suoi amici non sarebbero morti. Per lui
il bene più grande non è una vita lunga, un infinito sopravvivere; l’essenziale
non sta nel non morire, ma nel vivere già una vita risorta. L’eternità è già
entrata in noi molto prima che accada, entra con la vita di fede (chiunque
crede in Lui ha la vita eterna), entra con i gesti del quotidiano amore. Il
Signore ci insegna ad avere più paura di una vita sbagliata che della morte. A
temere di più una vita vuota e inutile che non l’ultima frontiera che passeremo
aggrappandoci forte al cuore che non ci lascerà cadere.
Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Né angeli né demoni, né vita né
morte, nulla ci potrà mai separare dall’amore ( Rm 8,3537). Questo mi basta.
Se Dio è amore, mi vendicherà della mia morte. La sua vendetta è la risurrezione,
un amore mai più separato.
Dio salva, questo è il suo nome. Salvare significa conservare. Per sua
precisa volontà nulla andrà perduto, non un affetto, non un bicchiere d’acqua
fresca, neanche il più piccolo filo d’erba.
Una preghiera per i defunti,
forse la più bella, invoca: ammettili a godere la luce del tuo volto. I verbi
della fede cedono ad un verbo umile e forte, inerme ed umanissimo: godere. La
ragione cede alla gioia, la fede al godimento. L’eternità fiorisce nei verbi
della gioia. Perché Dio non è risposta al nostro bisogno di spiegazioni, ma
al nostro bisogno di felicità, lo è per i miei sensi, lo spirito, gli affetti
e il cuore, per la totalità della mia persona.
La nostra esperienza sostiene
che tutto va dalla vita verso la morte. La fede cristiana dichiara invece che
l’esistenza dell’uomo va da morte a vita. Dal santuario di Dio che è la terra e
dove nessun uomo può restare a vivere, le porte della morte conducono verso
l’esterno. Ma su che cosa si aprono i battenti di questa porta? Non lo sai?
Sulla vita!
(Ermes Ronchi)

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