domenica 3 maggio 2015

3 maggio 2015 - V domenica di Pasqua


Quando pronunciamo la parola “gloria” a che cosa pensiamo? Questa parola viene utilizzata anche in un ambito non strettamente religioso. È la gloria di chi vince una battaglia, oppure di chi raggiunge un traguardo sportivo, oppure di chi vede coronato un cammino fatto di impegno, di studio… Chiaramente però non è quello che intendiamo quando ci troviamo qui, quando usiamo questa parola nella preghiera.
La liturgia della Parola di oggi ci viene consegnata come parola dove questo termine ricorre spesso. È importante cercare di capire cosa significhi per noi questa parola. L’abbiamo usata all’inizio della messa, l’abbiamo ascoltata, la portiamo con noi ma ci domandiamo cosa vuol dire.
Stefano, davanti a coloro che erano depositari o che sentivano quanti potevano insegnare ad altri la Scrittura, ha il coraggio di raccontare tutta la storia d’Israele dicendo “questa storia ha come compimento la morte e la Risurrezione di Gesù Cristo che voi avete ucciso”. Non ha paura di dire quello che per lui è una realtà, una consapevolezza, una scelta della Fede. Sa bene che questa sua determinazione può diventare anche causa della sua morte, ma crede che la sua gloria non sia il riconoscimento degli uomini ma sia vivere in una profonda comunione con Dio, così come ha fatto Gesù. “La mia gloria – dice Gesù – è compiere la volontà del Padre”.
Ma noi, uomini, siamo la gloria di Dio. Gesù ha vissuto tutta la sua vita in una profonda obbedienza al Padre e in una profonda fedeltà agli uomini tanto da riuscire a dare la vita per questa sua fedeltà. L’essere in comunione con il Padre è stato per lui l’urgenza, la determinazione di tutta la vita, anche quando questo poteva comportare il pericolo della morte.
Ci domandiamo: per noi cos significa questa parola “gloria”? Quando la pronunciamo, la preghiamo, cosa intendiamo? Riconoscimento, importanza… che cosa? Perché nel momento in cui riusciamo a dare un contenuto anche a questa parola, possiamo dirla con maggiore consapevolezza. Abbiamo bisogno di una fede sempre più consapevole, sempre più capace di riconoscere come la presenza di Dio centri con tutta la mia vita.
Ieri ho accompagnato un gruppo di ragazzi a Torino per l’ostensione della Sindone: mentre percorrevamo questo lungo cammino di avvicinamento alla reliquia, mi sono domandato più volte quale fosse il significato di questo percorso e di questo gesto. Davanti a quel segno, che di per sé non aumenta la mia fede, mi sono detto: “Che cosa significa per me il segno al quale rimanda, cioè la morte di Gesù? Questo amore più grande cosa centra con la mia vita? Come io ho accolto, accolgo e vivo questo amore di Dio per me?” perché nella misura in cui rispondo a questa domanda io divento capace di custodire la gloria di Dio e di far diventare la mia vita per la maggiore gloria di Dio. Oggi, che celebro l’Eucaristia, che è il mistero che mi fa rivivere la morte e la Risurrezione di Gesù, voglio che la mia vita sia per la maggiore gloria di Dio.
Oggi, allora, in ascolto di questa parola mi domando e domando a voi: che cosa significa per me vivere la vita perché sia per la gloria, il riconoscimento, il dare importanza alla presenza di Dio? Perché solamente così, con questa tensione dello Spirito, noi possiamo camminare verso quell’unità per la quale Gesù ha pregato. Un’unità che noi è un’idea ma è la comunione di tutti coloro che si riconoscono amati da un amore così grande, dall’amore più grande e scoprono che la vita vale non per essere sopra gli altri, davanti agli altri, migliore degli altri, ma che la vita vale perché vissuta come la Sua, nel desiderio di una profonda comunione per la gloria di Dio. Tra la gloria di Dio e la gloria dell’uomo non c’è differenza se questa si è manifestata pienamente in Gesù Cristo.

Continuiamo allora la nostra Eucaristia chiedendo al Signore che la nostra vita a partire da oggi sia maggiormente orientata verso una profonda comunione che riveli la presenza, l’importanza, il riconoscimento di Dio in mezzo a noi.

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