giovedì 9 febbraio 2012

9 febbraio 2012 - Il discepolo chiede la capacità di vedere

«Perché discutete che non avete pane? 
Non capite ancora e non comprendete? 
Avete il cuore indurito? 
Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite?»
(Mc 8, 17-18)

«Non sarà dato alcun segno», dice Gesù subito dopo il fatto dei pani. Le sue parole valgono per «questa» generazione, ossia per ogni generazione.
Anche Israele nel deserto pretese un segno indubitabile della sua benevolenza: «è Dio in mezzo a noi, sì o no?» (Es 17,7). Ma chi chiede sempre prove senza mai fidarsi, instaura un meccanismo di ricatto che allontana sempre più dall’amore. La nostra ostinazione a non credere è la croce di Dio: lo tocca sul vivo, lo ferisce al cuore, lo uccide nella sua essenza.
Gesù nel suo pane ci ha dato il massimo: si è fatto nostra vita, dando la vita per noi. Che altro vogliamo? Non c’è più alto di questo nei cieli, né più profondo negli abissi. Il problema non è che lui dia altri segni, ma che noi guariamo dalla nostra cecità.
I discepoli di sempre hanno il cuore duro. Non capiscono il pane, e scambiano «Io Sono» per un fantasma.
Se allo stolto indichi la luna, lui ti guarda la punta del dito e ti dice che lì non c’è alcuna luna. Gesù è l’indice puntato sulla misericordia di Dio, è anzi la stessa misericordia fattasi per noi pane. Oltre non c’è più niente: è Dio stesso tutto per noi. Non resta che riconoscere, adorare, gustare e viverne. Il segno ha ceduto totalmente alla realtà significata. La scritta sta solo fuori dal ristorante. È insensato che uno vi entri e , invece di mangiare, continui a chiedersi perché non c’è più l’insegna. Dentro c’è la tavola imbandita.

Gesù non dà più segni. Deve solo aprire i nostri occhi perché vediamo. In lui si è espresso pienamente, dandoci tutto ciò che ha ed è, tutto ciò che voleva e poteva donarci: ha dato se stesso. Nell’eucaristia facciamo memoria e rendimento di grazie per questo dono di cui viviamo. L’unico segno ormai è la sua parola sul pane. Chi crede e l’accoglie, entra nella realtà stessa di Dio.

Il discepolo, invece di chiedere segni, chiede la capacità di vedere. Se vuole prove è perché non crede; e allora nessuna prova gli giova. Se crede, avrà segni e ne darà, secondo l’occorrenza. Qualunque segno comunque ha come unico scopo quello di portarci alla fede, ossia ad obbedire alla sua parola e riconoscere il suo pane.
 (Silvano Fausti)



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