«Quando tu digiuni,
profùmati la testa e làvati il volto,
perché la gente non veda che tu digiuni,
ma solo il Padre tuo, che è nel segreto;
e il Padre tuo, che vede nel segreto,
ti ricompenserà».
(Mt 6, 17-18)
In una stagione in cui i modelli offerti
soprattutto alle giovani generazioni sono quelli della vanità, del successo a
ogni costo, dell’esibizione, dell’incontinenza verbale e comportamentale, i
cristiani dovrebbero avere il coraggio e la franchezza di testimoniare messaggi
capaci di aiutare gli uomini a percorrere cammini di liberazione e non di
asservimento a idoli e miti illusori e fallaci. E la Quaresima, tempo di 'esercizio' per una vita spirituale più
profonda e autentica, può essere l’occasione per richiamare tutti all’etica
perché il problema economico, politico e sociale che affligge l’occidente è in
ampia misura di natura etica, dunque un problema di coscienze e di scelte
individuali che plasmano e progettano la convivenza civile.
Molto opportunamente il messaggio di
Benedetto XVI per la Quaresima di quest’anno è un invito e un
insegnamento sul digiuno cristiano che è anche pratica di sobrietà, un antidoto
alla voracità e al consumismo, un rapporto con i beni che aiuti la qualità della
vita degli esseri umani in società. Il discorso sul digiuno si colloca quindi
nell’esercizio della coscienza individuale, ma riguarda la societas ed è
essenziale per tracciare cammini di condivisione e di comunione.
Per questo è molto importante che la
chiesa rinnovi il suo insegnamento sul digiuno, soprattutto oggi che esso viene
riscoperto come valore per ragioni estetiche, salutiste, igieniste e anche
ideologico-politiche.
Questo dato fa sì che, nonostante
l’ideologia consumista, il messaggio cristiano trovi un’accoglienza più attenta
oggi rispetto ai decenni passati.
Eppure – in ambito occidentale e a
differenza di quanto accade ancora oggi presso le chiese d’oriente – la pratica
ecclesiale del digiuno è di fatto quasi scomparsa: l’astinenza dalle carni al
venerdì liberamente sostituibile con altri gesti slegati dal rapporto con il
cibo, il digiuno ascetico limitato a due soli giorni all’anno – il mercoledì
delle Ceneri e il Venerdì santo – quello in preparazione alla comunione
eucaristica ridotto formalmente a un’ora...
Così una prassi vissuta già da Israele,
riproposta da Cristo, accolta dalla grande tradizione ecclesiale d’oriente e
d’occidente, è sempre meno presente, non più richiesta.
Fenomeno apparentemente paradossale,
perché se esaminiamo i dati biblici sul digiuno, troviamo che esso assume, fin
dall’Antico Testamento, valenze molteplici e ancora attualissime. Da rito di
dolore e di lamento che riveste anche caratteri penitenziali, comune a tante
tradizioni religiose, il digiuno si sviluppa infatti come pratica che alimenta
la preghiera, personale e comunitaria, e come preparazione all’incontro con
Dio: emblematico in questo senso il digiuno chiesto a Mosè e al popolo di
Israele prima del dono della Legge sul Sinai e della stipulazione dell’alleanza.
E proprio questa dimensione di preparazione fa del digiuno una via privilegiata
per un rapporto autentico con Dio e con gli altri, capace com’è di educare al
rifiuto della voracità, a un contenimento dell’aggressività, a un implemento
della condivisione, a una prassi di giustizia.
Nel Nuovo Testamento l’inizio del
ministero pubblico di Gesù è significativamente preceduto da un digiuno
prolungato: con esso Gesù respinge così gli assalti del tentatore (Mt 4,2),
vincendo le dominanti che condizionano l’uomo e lasciando un esempio ai suoi
discepoli. Dai quaranta giorni di Gesù nel deserto e dal suo conseguente
operare il bene in mezzo agli uomini emerge con chiarezza il fine del digiuno:
l’obbedienza alla volontà di Dio e al suo disegno di amore per l’umanità. Il
cristiano non vive di solo pane, di cibo materiale, ma soprattutto della Parola
e del Pane eucaristici, della vita divina: una prassi personale ed ecclesiale
di digiuno fa parte della sequela di Gesù che ha digiunato, è obbedienza al
Signore che ha chiesto ai suoi discepoli la preghiera e il digiuno (Mt 9,15; Mc
9,29; cf. At 13,2-3; 14,23), è confessione di fede fatta con il corpo, è
pedagogia che porta la totalità della persona all’adorazione di Dio. Venuti i
giorni in cui «lo Sposo è tolto», dice Gesù, «i discepoli digiuneranno» (Mc
2,20), attestando così a loro stessi e alla comunità che ne attendono il
ritorno pregando e digiunando.
Certo, il rischio di fare del digiuno
un’opera meritoria, una performance ascetica è sempre presente, ma la tradizione
biblica ammonisce che esso deve avvenire nel segreto, nell’umiltà (Mt 6,1-18),
con uno scopo preciso: la giustizia, la condivisione, l’amore per Dio e per il
prossimo: «Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene
inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare
ogni giogo?» (Is 58,6). Ecco perché anche la tradizione patristica è molto
equilibrata, sapiente ed esigente su questo tema: «Il digiuno è inutile e anche
dannoso per chi non ne conosce i caratteri e le condizioni» (Giovanni
Crisostomo); «È meglio mangiare carne e bere vino piuttosto che divorare con la
maldicenza i propri fratelli» (Abba Iperechio); «Se praticate l’ascesi di un
regolare digiuno, non inorgoglitevi. Se per questo vi insuperbite, piuttosto
mangiate carne, perché è meglio mangiare carne che gonfiarsi e vantarsi»
(Isidoro il Presbitero)... Sì, il fine della vita cristiana è la carità, e il
digiuno è sempre e solo un mezzo, ma la chiesa richiede questa prassi nella
consapevolezza che il corpo va coinvolto nella preghiera e che la fatica: la
lotta contro le tentazioni non possono essere ridotte a una dimensione
intellettuale.
Così, per ritrovare la propria verità,
quella verità umana che con la grazia diventa la verità cristiana, occorre
pensare, pregare, condividere i beni, conoscere il male che ci abita, ma anche
digiunare quale disciplina dell’oralità. Il mangiare appartiene al registro del
desiderio, deborda la semplice funzione nutritiva per rivestire rilevanti
connotazioni affettive e simboliche. L’essere umano in quanto tale non si nutre
di solo cibo, ma di parole e gesti scambiati, di relazioni, di amore, cioè di
tutto ciò che dà senso alla vita nutrita e sostentata dal cibo. Il mangiare del
resto dovrebbe avvenire insieme, in una dimensione di convivialità, di scambio
che invece, purtroppo e non a caso, sta a sua volta scomparendo in una società
in cui il cibo è ridotto a carburante da assimilare abbondantemente e il più
sbrigativamente possibile.
Il digiuno svolge allora la fondamentale
funzione di farci discernere qual è la nostra fame, di che cosa viviamo, di che
cosa ci nutriamo e di ordinare i nostri appetiti intorno a ciò che è veramente
l’unico necessario. E tuttavia sarebbe profondamente ingannevole pensare che il
digiuno – nella varietà di forme e gradi che la tradizione cristiana ha
sviluppato: digiuno totale, astinenza dalle carni, assunzione di cibi vegetali
o soltanto di pane e acqua –, sia sostituibile con qualsiasi altra
mortificazione o privazione. Il mangiare rinvia al primo modo di relazione del
bambino con il mondo esterno: il bambino non si nutre solo del latte materno,
ma inizialmente conosce l’indistinzione fra madre e cibo; quindi si nutre delle
presenze che lo attorniano: egli 'mangia', introietta voci, odori, forme, visi,
e così, pian piano, si edifica la sua personalità relazionale e affettiva.
Questo significa che la valenza simbolica del digiuno è assolutamente peculiare
e che esso non può trovare 'equivalenti' in altre forme di rinuncia: gli
esercizi ascetici non sono interscambiabili!
Con il digiuno noi impariamo a conoscere
e a moderare i nostri molteplici appetiti attraverso la moderazione di quello
primordiale e vitale: la fame, e impariamo a disciplinare le nostre relazioni
con gli altri, con la realtà esterna e con Dio, relazioni sempre tentate di
voracità.
Il digiuno è ascesi del bisogno ed
educazione del desiderio. Solo un cristianesimo insipido che si comprende
sempre più come morale sociale può liquidare il digiuno come irrilevante e
pensare che qualsiasi privazione di cose superflue (dunque non vitali come il
mangiare) possa essergli sostituita: è questa una tendenza che dimentica lo
spessore del corpo e il suo essere tempio dello Spirito santo. In verità il
digiuno è la forma con cui il credente confessa la fede nel Signore con il suo
stesso corpo, è antidoto alla riduzione intellettualistica della vita
spirituale o alla sua confusione con lo psicologico.
In questo senso la quaresima può essere
davvero il tempo propizio che ci riporta, ci fa tornare – è il senso primario
della conversione – all’autenticità di una vita cristiana secondo la volontà di
Dio, anche nelle sue espressioni di sobrietà e di ascesi.
Così il digiuno può assumere di nuovo i
suoi connotati più marcatamente biblici e cristiani: non una pur sana
disintossicazione dalla bulimia generalizzata, non una semplice pratica per
ritrovare il benessere fisico, ma un modo di esprimere con tutte le fibre del
nostro essere il fatto che vero nutrimento per noi è ogni parola che esce dalla
bocca di Dio, un reimparare la disciplina dell’oralità perché noi siamo ciò di
cui ci nutriamo e la nostra bocca parla dalla pienezza del cuore. Un modo, il
digiuno, anche di condividere con semplicità e immediatezza i beni di questa
terra, dati a noi perché diventino di tutti e non di pochi; un modo di
richiamare la nostra vigilanza sul fatto che l’astensione da praticare non è
solo e tanto quella da un boccone di cibo, ma dal nutrirsi dell’ingiustizia,
dall’ingrassare in potere e ricchezza a spese degli ultimi, dall’ignorare il
fratello nel bisogno.
Il messaggio di Benedetto XVI per questa quaresima,
così come le indicazioni della Conferenza Episcopale Italiana del 1994 sulla
prassi del digiuno andrebbero prese sul serio e fatte oggetto della catechesi
quaresimale, soprattutto in un tempo come il nostro in cui il consumismo
ottunde la capacità di discernere tra veri e falsi bisogni, in cui lo stesso
digiuno e le terapie dietetiche divengono oggetto di business, in cui pratiche
orientali di ascesi ripropongono il digiuno, e la quaresima è sbrigativamente
letta come l’equivalente del ramadan musulmano, il cristiano ricordi il
fondamento antropologico e la specificità cristiana del digiuno: esso è in
relazione alla fede perché fonda la domanda: «Cristiano, di cosa nutri la tua
vita?» e, nel contempo, pone un interrogativo lacerante: «Che ne hai fatto di
tuo fratello che non ha cibo a sufficienza?».
(Enzo Bianchi)
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