Dio mio, Dio mio,
perché mi hai abbandonato?
(Matteo 27,46)
La morte ti si avvicina. Non è però la fine dell'esistenza corporale, la liberazione e la pace, ma la morte che rappresenta il fondo dell'abisso, la inimmaginabile profondità dell'angoscia e della devastazione. Ti si avvicina la morte, che è spogliamento, raccapricciante impotenza, desolazione schiacciante, in cui tutto cede, tutto fugge, in cui non esiste altro che un abbandono lancinante e indicibilmente morto. E in questa. notte dello spirito e dei sensi, in questo vuoto del cuore In cui tutto viene bruciato, la tua anima persiste nella preghiera; questa spaventosa solitudine di un cuore consumato dal dolore diventa in te una straordinaria invocazione a Dio.
O preghiera del dolore, preghiera dell'abbandono, preghiera della impotenza abissale, preghiera di un Dio derelitto, sii tu stessa adorata. Se tu, Gesù, preghi in tal modo e preghi in tale angoscia, dov'è mai un altro abisso dal quale non si possa ancora gridare al Padre tuo? C'è una disperazione che, cercando rifugio nel tuo abbandono, non possa trasformarsi in preghiera? C'è un mutismo nel dolore, capace d'ignorare che un tal grido silenzioso viene ancora udito nei tripudi celesti?
Per esprimere la tua angoscia, per fare del tuo sconfinato abbandono una preghiera, tu cominciasti a recitare il Salmo 21. Le tue parole: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» sono il primo versetto di questa antichissima lamentazione che il tuo Santo Spirito pose un tempo nel cuore e sulle labbra del giusto dell' Antica Legge, come un grido straziante. Cosi anche tu, se posso osare di esprimermi, non hai voluto, nel parossismo della tua sofferenza, pregare diversamente da come hanno pregato, prima di te, innumerevoli generazioni. In certo modo, in quella Messa solenne che tu stesso celebrasti come sacrificio eterno, hai pregato con del1e formule già improntate dall'uso liturgico, e con queste formule hai potuto dir tutto. Insegnami a pregare con le parole della tua Chiesa, cosi che esse diventino le parole del mio cuore.
(Karl Rahner)
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