raccomando l'anima mia
(Luca 23,46)
(Luca 23,46)
O Gesù, il più abbandonato degli uomini, lacerato dal dolore, tu sei alla fine. Quella fine in cui ad un essere umano viene tolto tutto, persino la libera scelta tra il consenso e il rifiuto: tutto se stesso. Questa, in realtà, è la morte. Ma chi prende, o che cosa prende? Il nulla? Il destino cieco? La natura spietata? No, è il Padre! È Dio, sapienza ed amore insieme. Così tu ti lasci prendere e ti abbandoni in piena confidenza a quelle mani lievi ed invisibili che per noi, increduli, trepidi del nostro io, rappresentano la stretta alla gola, improvvisa e spietata, del cieco destino e della morte. Tu lo sai: sono le mani del Padre. I tuoi occhi, nei quali si va facendo notte, contemplano ancora il Padre, si fissano nella quieta pupilla del suo amore, e la tua bocca pronuncia l'estrema parola della tua vita: Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito.
Tutto doni a colui che tutto ti chiede. Deponi tutto, senza garanzia e senza riserve, nelle mani del Padre tuo. Quanto è grande questo dono, pesante ed amaro! Ciò che formava il peso della tua vita, tu hai dovuto portarlo da solo: gli uomini, la loro volgarità, la tua missione, la tua croce, l'insuccesso e la morte. Ma ora hai finito di portare: perché, ora, tu puoi abbandonare tutto, anche te stesso, nelle mani del Padre. Tutto! Queste mani sorreggono così bene, così delicatamente. Come mani di mamma. Esse avvolgono la tua anima, come si racchiude un uccellino nelle mani, con cautela. Adesso più nulla è pesante, tutto è leggero, tutto è luce e grazia, tutto è sicurezza, al riparo nel cuore di Dio, dove ci si può sfogare piangendo ogni affanno e dove il Padre asciuga dalle guance le lacrime del suo bambino, con un bacio.
O Gesù, affiderai un giorno la mia povera anima e il mio povero corpo alle mani del Padre? Deponi allora tutto il peso della mia vita e dei miei peccati non sulla bilancia della giustizia, ma tra le braccia del Padre. Dove posso fuggire, dove nascondermi, se non presso di te, fratello nell'amarezza, che hai patito per i miei peccati? Ecco, io vengo oggi da te. M'inginocchio sotto la tua croce. Bacio quei piedi che, silenziosi e intrepidi, mi seguono con passo sanguinante lungo le strade tumultuose della mia vita. Abbraccio la tua croce, Signore dell'amore eterno, cuore di tutti i cuori, cuore trafitto, cuore paziente e indicibilmente buono. Abbi pietà di me. Accoglimi nel tuo amore. E quando il mio pellegrinaggio si avvicinerà alla fine, quando il giorno declinerà e le ombre di morte mi avvolgeranno, pronuncia ancora, al momento della mia fine, la tua suprema parola: - Padre, nelle tue mani io ti affido il suo spirito. O buon Gesù! Amen.
(Karl Rahner)
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