«In verità, in verità io vi dico:
un servo non è più grande del suo padrone,
né un inviato è più grande di chi lo ha mandato.
Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica».
(Gv 13,16-17)
Gesù è consapevole dell'Amore del Padre, di questo Amore che egli deve
raccontare, testimoniare fino alla fine, per poi, attraverso il grido: «È
compiuto (Gv 19,30), tutto ho realizzato!», fare ritorno all’Amore. Ecco
perché, «avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino all’estremo (eis
télos)» (Gv 13,1), fino alla fine dei suoi giorni nel mondo, fino alla
morte.
Sì, «Dio è Amore» (1Gv 4,8.16) e «nessuno l’ha mai
visto» (Gv 1,18; cf. 1Gv 4,12) nella sua autenticità, nella sua pienezza, ma il
Figlio ci ha raccontato, exeghésato, il Dio Amore. Questa è la
nostra fede, la particolarità che rende il cristianesimo «altro», altro dallo
stesso ebraismo veterotestamentario che ne è la radice. In quest’ottica noi
possiamo leggere questa sera, dietro il racconto fornitoci da Gesù, chi è il
nostro Dio, come agisce in noi il nostro Dio. Questa, del resto, è l’intenzione
di tutto il quarto vangelo: leggere la vita e le azioni di Gesù, ascoltare le
sue parole come eco del Padre, come racconto di Dio.
Questa dunque è
l’epifania di Dio, dopo la quale i discepoli, se avessero fede, potrebbero
dire: «Abbiamo visto il Padre» (cf. Gv 14,9). Ma i discepoli, come ancora noi
oggi, fanno difficoltà ad assumere questa visione, restano dei giudei seguaci
di Gesù, dei giudei cristianizzati, incapaci di dire a Gesù: «In te vediamo
Dio!». Gesù allora fa un’azione precisa, anzi diverse azioni, espresse non a
caso da sette verbi: si alza da tavola, depone le vesti, prende un asciugamano,
se lo cinge attorno alla vita, versa dell’acqua nel catino, lava i piedi dei
discepoli e li asciuga (cf. Gv 13,4-5). Ecco cosa fa l’Amore, cosa fa Dio verso
di noi: un Dio inginocchiato ai nostri piedi che lava i nostri piedi sporchi. È
una liturgia della quale noi possiamo fare profezia, ma che avverrà realmente
quando nella nostra morte staremo davanti a Dio: Dio, l’Amore che abbiamo tanto
cercato e che abbiamo tentato di vivere, ci laverà i piedi…
Per questo Gesù afferma subito dopo: «Avete
capito questa azione? È l’azione del Kýrios,
del Signore, è l’azione di Dio che io, quale didáskalos che insegna, che fa segno a Dio, vi ho
mostrato» (cf. Gv 13,12-13). Sì, Dio è talmente diversi dai nostri padri
terreni, che questa parola non è adeguata a definirlo neppure per analogia. Per
tale ragione preferisco parlare di Dio come dell’Amante, dell’Amore infinito e
radicalmente gratuito che non si deve mai meritare. «Io, ilKýrios innanzitutto, poi anche il didáskalos, vi ho lavato i
piedi» (cf. Gv 13,14), dice Gesù. Ecco la grande rivelazione di Gesù: Dio è
colui che ci ama fino a lavarci i piedi!
Per questo noi dobbiamo lavarci i piedi gli
uni gli altri: «Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi,
anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri» (Gv 13,14). Dall’Amore di
Dio, dall’Amore che è Dio scaturisce, dovrebbe scaturire, l’amore tra di noi
che confessiamo, aderiamo, crediamo al Dio di Gesù Cristo. E qui, fratelli e
sorelle, noi scopriamo la nostra miseria: non ci pieghiamo gli uni di fronte
agli altri neanche con un inchino, tanto meno ci inginocchiamo di fronte
all’altro, al fratello o alla sorella. Di conseguenza non laviamo i piedi
dell’altro, ma guardiamo i suoi piedi per vederne la sporcizia, per giudicarlo.
Non siamo nemmeno capaci di misericordia gli uni verso gli altri; anzi, se
vediamo i piedi sporchi degli altri crediamo di avere noi i piedi puliti! E noi
saremmo discepoli di Gesù, del Gesù che è Vangelo e del Vangelo che è Gesù? Dio
è un termine troppo equivoco per gloriarcene, Gesù può essere molto amato da
noi come «maestro ideale», come il Santo di cui ci siamo fatti il modello: ma
il Dio di Gesù e Gesù stesso sono solo e soltanto ciò che c’è nel Vangelo, sono
il Vangelo. I nostri piedi sono sporchi, e quanto più si è vissuto e camminato,
tanto più sono sporchi. Forse gli altri non ce li lavano e noi non li laviamo
loro, ma Gesù il Signore ci attende, nel nostro esodo da questo mondo all’Amore,
per lavarceli.
Ecco ciò che questa sera viviamo come
mistero di Cristo, nel segno della lavanda che chi presiede fa ai fratelli e
alle sorelle. È solo un segno che dovrebbe essere memoria per il nostro vivere
quotidiano. Vi confesso che l’unica domanda che mi faccio alla sera è: «Oggi ho
lavato i piedi a chi ho incontrato?», e non sempre posso rispondere
affermativamente. Guardiamo insieme a questo segno, nella fede e nella speranza
che il Signore, quando saremo davanti a lui, ci laverà i piedi e ci introdurrà
con lui nell’Amore senza fine.
(Enzo Bianchi, Omelia del Giovedì santo, 5 aprile 2012)
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