«E tutto quello che chiederete
con fede nella preghiera, lo otterrete».
(Mt 21,22)
So che nella tradizione spirituale cristiana, in particolare quella
monastica, uno dei grandi frutti della preghiera è la pace del cuore. Credo a
questa verità, e non voglio contraddire una risposta data dall’epoca dei padri
della chiesa fino a oggi. Tuttavia mi sento di dire che il vero frutto della
preghiera si può solo misurare in base alla carità, all’amore verso i nostri
fratelli e verso Dio che la preghiera suscita in noi. Quando penso alla
preghiera mia e di tanti monaci che per numerose ore del giorno pregano, nella
lectio divina, nel nascondimento della propria cella, nella liturgia delle Ore
celebrata comunitariamente, mi viene spontaneo chiedermi: “Tutta questa
preghiera che frutto darà?”. Poi talvolta trovo nel mio cuore qualche pepita di
amore, e allora mi rispondo: “Per giungere a questo è stato necessario
quell’immenso mucchio di sabbia costituito dalla preghiera”. Ripeto, il frutto
della preghiera è l’agápe, è l’amore, che poi è Dio stesso. E quando Dio dimora
in noi, siamo più saldi di fronte agli assalti del diavolo, siamo più forti
nelle prove. E proprio perché osiamo gridare: “Chi ci separerà dall’amore di
Cristo?” (Rm 8,35), siamo anche capaci di trovare pace.
(Enzo Bianchi)

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