Amavano
la gloria degli uomini
più che la gloria di Dio.
(Gv
12,43)
[…] Nell’espressione “gloria
di Dio” l’accostamento del vocabolo ‘gloria’ al santo nome di Dio potrebbe
suscitare serie riserve e non poche perplessità. Nel linguaggio corrente
infatti ‘gloria’ dice ‘fama’, ‘celebrità’, ‘onore’. Di qui la domanda: che Dio
è un Dio che avrebbe bisogno del tributo del nostro incenso? E, visto che è Dio
stesso a dire in lungo e in largo nella Bibbia di agire per la sua gloria, la
domanda si reduplica e si fa persino temeraria: come può essere buono e santo
un Dio che agirebbe unicamente per il proprio esclusivo interesse?
Il cortocircuito nasce da un
grezzo antropomorfismo: quello di attribuire al soggetto ‘Dio’ una parola –
‘gloria’ – intesa però secondo l’accezione umana, di prestigio, rinomanza,
notorietà. Se così fosse, allora il termine gloria sarebbe vocabolo davvero
indecente da abbinare a Dio. Oppure avrebbe ragione il perfido Seduttore, il
serpente antico, il quale ha tentato ed è riuscito – da maestro dei maestri del
sospetto – a inoculare nella mente dell’uomo e della donna la torbida immagine
di un Dio geloso della propria onnipotenza, pericoloso concorrente della nostra
realizzazione, che avrebbe rinchiuso gli umani nello squallido carcere del
mondo per rappresaglia contro la loro inalienabile libertà.
Al contrario, Gesù ci ha
rivelato il volto di un Dio estroverso, in estasi gratuita, permanente, in
incessante uscita-al-di-fuori-di-sé – questo significa ‘estasi’ – un Dio
determinato dal solo scopo di agire in favore degli uomini, spinto dall’unico
desiderio di rendersi presente per soccorrerli, soprattutto se umili e perfino
indegni. Cos’è questo se non amore? Un amore purissimo, che pensa solo a dare,
e non a dare per dovere, né a dare per poi avere, ma a dare solo per amore. Le
prove? Sono le grandi opere di Dio. La prima, la creazione, ci mostra un Dio che
ci ha creati per amarci, prima e più che per essere da noi amato. Non ci ha
creati per aumentare la propria gloria, ma solo per riversare su di noi la sua
gioia. Inoltre l’incarnazione ci rivela un Dio “che ha tanto amato il mondo da
aver dato il proprio figlio”, ricorda l’evangelista Giovanni (Gv 3,16), il
quale riporta pure quella parola solenne del Figlio: “Non c’è amore più grande
di questo: dare la vita per i propri amici”, dove ‘amici’ si deve intendere nel
senso di quanti, già nemici, sono stati amati al punto da diventare amici. Come
specifica Paolo:
“A stento qualcuno è
disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una
persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre
eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,7-8).
Ecco dunque come Dio rivela
la sua gloria: non prendendo, ma donando; non guadagnandoci qualcosa, ma
rimettendoci tutto, perfino il tesoro più caro, la vita di suo Figlio. Dio
mostra la sua gloria non sacrificando i suoi figli al proprio onore, ma
sacrificando se stesso per la loro felicità. Un Dio la cui identità consistesse
nell’affermare il proprio valore sarebbe un Dio prodotto dalla mente dell’uomo.
Sarebbe un Dio pensato come proiezione all’infinito di ciò che l’uomo vorrebbe
essere. Tutte le religioni affermano che l’uomo si deve sacrificare per Dio, ma
solo il cristianesimo annuncia un Dio che si sacrifica per l’uomo […].
(Francesco Lambiasi)
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