giovedì 2 maggio 2013

2 maggio 2013 - Tutto a gloria di Dio


Amavano la gloria degli uomini 
più che la gloria di Dio.
(Gv 12,43)

[…] Nell’espressione “gloria di Dio” l’accostamento del vocabolo ‘gloria’ al santo nome di Dio potrebbe suscitare serie riserve e non poche perplessità. Nel linguaggio corrente infatti ‘gloria’ dice ‘fama’, ‘celebrità’, ‘onore’. Di qui la domanda: che Dio è un Dio che avrebbe bisogno del tributo del nostro incenso? E, visto che è Dio stesso a dire in lungo e in largo nella Bibbia di agire per la sua gloria, la domanda si reduplica e si fa persino temeraria: come può essere buono e santo un Dio che agirebbe unicamente per il proprio esclusivo interesse?
Il cortocircuito nasce da un grezzo antropomorfismo: quello di attribuire al soggetto ‘Dio’ una parola – ‘gloria’ – intesa però secondo l’accezione umana, di prestigio, rinomanza, notorietà. Se così fosse, allora il termine gloria sarebbe vocabolo davvero indecente da abbinare a Dio. Oppure avrebbe ragione il perfido Seduttore, il serpente antico, il quale ha tentato ed è riuscito – da maestro dei maestri del sospetto – a inoculare nella mente dell’uomo e della donna la torbida immagine di un Dio geloso della propria onnipotenza, pericoloso concorrente della nostra realizzazione, che avrebbe rinchiuso gli umani nello squallido carcere del mondo per rappresaglia contro la loro inalienabile libertà.
Al contrario, Gesù ci ha rivelato il volto di un Dio estroverso, in estasi gratuita, permanente, in incessante uscita-al-di-fuori-di-sé – questo significa ‘estasi’ – un Dio determinato dal solo scopo di agire in favore degli uomini, spinto dall’unico desiderio di rendersi presente per soccorrerli, soprattutto se umili e perfino indegni. Cos’è questo se non amore? Un amore purissimo, che pensa solo a dare, e non a dare per dovere, né a dare per poi avere, ma a dare solo per amore. Le prove? Sono le grandi opere di Dio. La prima, la creazione, ci mostra un Dio che ci ha creati per amarci, prima e più che per essere da noi amato. Non ci ha creati per aumentare la propria gloria, ma solo per riversare su di noi la sua gioia. Inoltre l’incarnazione ci rivela un Dio “che ha tanto amato il mondo da aver dato il proprio figlio”, ricorda l’evangelista Giovanni (Gv 3,16), il quale riporta pure quella parola solenne del Figlio: “Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”, dove ‘amici’ si deve intendere nel senso di quanti, già nemici, sono stati amati al punto da diventare amici. Come specifica Paolo:
“A stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe   morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,7-8).
Ecco dunque come Dio rivela la sua gloria: non prendendo, ma donando; non guadagnandoci qualcosa, ma rimettendoci tutto, perfino il tesoro più caro, la vita di suo Figlio. Dio mostra la sua gloria non sacrificando i suoi figli al proprio onore, ma sacrificando se stesso per la loro felicità. Un Dio la cui identità consistesse nell’affermare il proprio valore sarebbe un Dio prodotto dalla mente dell’uomo. Sarebbe un Dio pensato come proiezione all’infinito di ciò che l’uomo vorrebbe essere. Tutte le religioni affermano che l’uomo si deve sacrificare per Dio, ma solo il cristianesimo annuncia un Dio che si sacrifica per l’uomo […].
(Francesco Lambiasi)

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