Il centuplo quaggiù e l’eternità.
(Mc 10,30)
E’ un caldo pomeriggio
di luglio, mentre, in bicicletta, seguendo l’argine del fiume, raggiungo la
splendida cattedrale paleocristiana di Concordia Sagittaria.
Non ho conosciuto
questa signora di 74 anni, che sapevo malata da tempo. Mai vista. Pedalo e
penso che è luglio, che sto andando al funerale di una persona anziana e che,
come spesso capita, ci sarà poca gente. In realtà, è vero che le navate
laterali sono in restauro e dunque transennate, ma, ad accogliermi, scopro,
stupita, l’abbraccio di una chiesa piena. Nemmeno più un posto a sedere, e
mancano dieci minuti alle sedici. Gente in piedi; gente anche fuori, ad
attendere l’arrivo del feretro.
Entro. Non capisco la
ragione di tutta quella gente, ma subito mi sento “in famiglia”, pur tra facce
sconosciute. Ed inizio a pregare, grata semplicemente per ciò che sta provando
il cuore.
Qua e là scorgo
colleghi, ma è impossibile spostarsi e mettersi vicini. Fa lo stesso, mi dico.
E lo dico perché lo penso veramente. Fa lo stesso.
Durante l’omelia,
comincio a capire. Il sacerdote racconta l’affezione grande di questa donna a
Cristo e alla Madonna; la sua sequela fedele alla Chiesa. Racconta quanto
amasse la vita e – da ostetrica – come avesse sempre difeso con tenacia la sua
inviolabilità.
Colgo, nelle parole
del parroco, quanto, sempre, ha amato anche la sua, di vita. Da sana ma anche
da ammalata.
Sento che è stata lei,
insieme ad altri, a promuovere, qualche anno fa, l’Adorazione eucaristica il
terzo venerdì del mese, con la chiesa aperta tutta la notte.
Sento quanto è stata
vicina e compagna di cammino di tante persone con cui ha condiviso gioie e
fatica. E di quante volte, con discrezione, ha aiutato altri a portare – e ad
offrire – la croce.
Sento tante altre cose
di (e su) questa donna semplice che, senza clamore, affidandosi sempre alla
Provvidenza e mendicando, instancabile, l’intercessione dello Spirito Santo, ha
visto fiorire la vita, tanto da rendere “l’eroico quotidiano e il quotidiano
eroico”. E mentre ascolto e pian piano comprendo perché, in un caldo pomeriggio
di luglio, in chiesa ci possa essere così tanta gente, mi rendo conto che,
davanti a me, ho la prova tangibile che è proprio vero che l’albero si vede dai
frutti!
Un po’ mi dispiace non
aver incontrato questa persona “speciale”, che ha lasciato la sua impronta
indelebile nel volto e nella vita della mia amica e delle tante persone che
hanno avuto la grazia di incontrarla; ma più del dispiacere di non averla
conosciuta, mi accorgo che il mio cuore in realtà è grato per la cosa
assolutamente imprevedibile che è accaduta lì, in chiesa. A me e, ne sono
certa, non a me sola. Un “incontro”. Strano, sui generis, eppure un incontro.
Vero che più di così non si può. Segno che i testimoni di fede più autentici
sono coloro che non fermano su di sé lo sguardo di chi hanno di fronte. La loro
vita, tutta, rimanda ad altro: ad un Altro.
Al funerale mi è
capitato questo. Una signora che non ho mai visto e che mai potrò vedere, e che
pure ha donato un seme buono al mio cuore, invitandomi a guardare non a terra:
alla bara, semplicissima, che custodisce ora le sue spoglie, ma ad alzare lo
sguardo.
Lei, lì ma non più lì,
e tutta quella gente in preghiera, accanto a me, segni concreti della bontà e
della verità del cammino intrapreso. Segni di un percorso di santità possibile.
E’ accaduto ad un funerale, in un caldo
pomeriggio di luglio. Ho visto cosa significa “il centuplo quaggiù” ed ho
sfiorato… l’eternità.
(Luisella Saro)
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