E
lì non poteva compiere nessun prodigio,
ma
solo impose le mani a pochi malati e li guarì.
(Mc
6,5)
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| Gesù insegna nella sinagoga di Nazareth, pannello ligneo policromo del soffitto dipinto, seconda metà del XII secolo, chiesa di San Martino, Zillis, Svizzera |
A Nazaret
va in scena il conflitto perenne tra quotidiano e profezia. All'inizio parole e
prodigi di Gesù stupiscono, immettono un «di più» dentro la normalità della
vita. Poi l'ordinario instaura di nuovo la sua dittatura.
Che un profeta sia
un uomo straordinario, carismatico, ce lo aspettiamo. Ma che la profezia sia
nel quotidiano, in uno che non ha cultura e titoli, le mani segnate dalla
fatica, nel profeta della porta accanto, questo ci pare impossibile. A Nazaret
pensano: «Il figlio di Dio non può venire in questo modo, con mani da
carpentiere, con i problemi di tutti, non c'è nulla di sublime, nulla di
divino. Se sceglie questi mezzi poveri non è Dio». Ma lo Spirito scende proprio
nel quotidiano, fa delle case un tempio, entra dove la vita celebra la sua mite
e solenne liturgia. Noi cerchiamo Dio, il pastore di costellazioni, nell'infinito
dei cieli, quando invece è inginocchiato a terra con le mani nel catino per
lavarci i piedi.
Ed era per loro motivo di scandalo. Che cosa li scandalizza?
Scandalizza l'umanità, la prossimità. Eppure è proprio questa la buona notizia
del Vangelo: che Dio si incarna dentro l'ordinarietà della vita. Gesù cresce
nella bottega di un artigiano, le sue mani diventano forti a forza di stringere
manici, il suo naso fiuta le colle, la resina, il sudore di chi lavora, sa
riconoscere il legno al profumo e al tatto.
Una intuizione luminosa di
Heidewick di Anversa: «Ho capito che questa è la compiuta fierezza dell'amore:
non si può amare la divinità di Cristo senza amare prima la sua umanità».
Riscoprire ogni frammento, ogni fremito di umanità nel Vangelo, cercare tutte
le molecole di umanità di Gesù: il suo rapporto con i bambini, con gli amici,
con le donne, con il sole, con il vento, con gli uccelli, con i fiori, con il
pane e con il vino. Il suo modo di avere paura, il suo modo di avere coraggio e
come piangeva e come gridava, e la sua carne bambina e poi la sua carne
piagata, e poi il suo amore per il profumo di nardo a Betania, la casa degli
amici.
Amare l'umanità di Gesù, perché il Vangelo rivela proprio questo: che
il divino è rivelato dall'umano, che Dio ha il volto di un uomo.
Gesù al
rifiuto dei compaesani mostra il suo candore, il suo bellissimo cuore fanciullo:
«Non vi poté operare nessun prodigio» scrive Marco, ma subito si corregge:
«Solo impose le mani a pochi malati e li guarì». Il Dio rifiutato si fa ancora
guarigione, anche di pochi, anche di uno solo. L'amante respinto continua ad
amare anche pochi, anche uno solo. L'amore non è stanco: è solo stupito. Il
nostro Dio non nutre rancori o stanchezze, ma la gioia impenitente di inviare
sempre e solo segnali di vita attorno a sé.
(Ermes Ronchi)

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