«Venite in disparte, voi soli,
in un
luogo deserto,
e riposatevi un po’».
(Mc 6,31)
C'era tanta
gente che non avevano neanche il tempo di mangiare. Gesù mostra una tenerezza
come di madre nei confronti dei suoi discepoli: Andiamo via, e riposatevi un
po'. Lo sguardo di Gesù va a cogliere la stanchezza, gli smarrimenti, la fatica
dei suoi. Per lui prima di tutto viene la persona; non i risultati ottenuti ma
l'armonia, la salute profonda del cuore. E quando, sceso dalla barca vede la
grande folla il suo primo sguardo si posa, come sempre nel Vangelo, sulla
povertà degli uomini e non sulle loro azioni o sul loro peccato. Più di ciò che
fai a lui interessa ciò che sei: non chiede ai dodici di andare a pregare, di
preparare nuove missioni, solo di prendersi un po' di tempo tutto per loro, del
tempo per vivere. È un gesto d'amore, di uno che vuole loro bene e li vuole
felici. Scrive sant'Ambrogio: «Si vis omnia bene facere, aliquando ne feceris,
se vuoi fare bene tutte le tue cose, ogni tanto smetti di farle», cioè
riposati. Un sano atto di umiltà, nella consapevolezza che non siamo noi a
salvare il mondo, che le nostre vite sono delicate e fragili, le energie
limitate.
Gesù insegna
una duplice strategia: fare le cose come se tutto dipendesse da noi, con
impegno e dedizione; e poi farle come se tutto dipendesse da Dio, con leggerezza
e fiducia. Fare tutto ciò che sta in te, e poi lasciar fare tutto a Dio. Un
particolare: venite in disparte, con me. Stare con Gesù, per imparare da lui il
cuore di Dio. Ritornare poi nella folla, portando con sé un santuario di
bellezza che solo Dio può accendere. Ma qualcosa cambia i programmi: sceso
dalla barca vide una grande folla ed ebbe compassione di loro. Prendiamo questa
parola, bella come un miracolo, come filo conduttore: la compassione. Gesù
cambia i suoi programmi, ma non quelli dei suoi amici. Rinuncia al suo riposo, non
al loro. E ciò che offre alla gente è per prima cosa la compassione, il provare
dolore per il dolore dell'altro; il moto del cuore che muove la mano a fare.
Stai con
Gesù, lo guardi agire, e lui ti offre il primo insegnamento: «come guardare»,
prima ancora di come parlare; uno sguardo che abbia commozione e tenerezza, le
parole e i gesti seguiranno. Quando impari il sentimento divino della
compassione, il mondo si innesta nella tua anima. Se ancora c'è chi si commuove
per l'ultimo uomo, questo uomo avrà un futuro.
Gesù sa che non è il dolore che annulla in noi la speranza,
non è il morire, ma l'essere senza conforto. Facciamo in modo di non privare il
mondo della nostra compassione, consapevoli che «ciò che possiamo fare è solo
una goccia nell'oceano, ma è questa goccia che può dare significato a tutta la
nostra vita» (Teresa di Calcutta).
(Ermes Ronchi)

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