domenica 8 marzo 2015

8 marzo 2015 - Domenica di Abramo


L’esperienza della libertà è un’esperienza che tutti desiderano e probabilmente non c’è stato un tempo come questo nel quale questa possibilità è stata offerta a molti. Ancora oggi ci sono persone che non sono libere, libere di scegliere, libere di iniziare un percorso, di andare a scuola, di professare la propria fede.
C’è anche però un’idea di libertà che spinge a credere che è libero solamente colui che fa quello che vuole, che ha a disposizione la sua vita e ne fa quello che vuole.
Il popolo d’Israele stava facendo un’esperienza di Dio, di un dio che interviene nella storia come salvatore, come creatore tale da fargli sperare che questo Dio si sarebbe manifestato anche come redentore, come colui che dopo aver salvato Israele dall’Egitto e dalla schiavitù, dopo averlo condotto nella terra promessa, dopo avergli dato un regno gli avrebbe dato autonomia da tutti gli oppressori e in quel momento, in modo particolare, dall’oppressore romano. L’idea del messia era quindi quella di un dio che venisse attraverso un suo inviato come condottiero, come colui che avrebbe riportato Israele al suo massimo splendore. Così, di fronte a Gesù che dice di essere l’inviato da Dio e, anzi, usando questa espressione Io sono dice di essere Dio, quei giudei che inizialmente erano rimasti affascinati dal suo insegnamento, che erano rimasti colpiti dai suoi segni, dubitano. Come? Dio non deve venire a salvarci dai Romani? Il messia non deve mostrarci come fare a scrollarci di dosso l’oppressione? Così inizia questo conflitto, questa discussione dura. Gesù dice Voi non comprendete, non siete da Dio perché non ascoltate la parola.
Oggi vogliamo domandarci quale idea di libertà abbiamo noi, che cosa significa per noi essere liberi.
Nei mesi scorsi abbiamo visto una grande mobilitazione, una massa imponente di persone che attraverso un simbolo, una matita, ha sfilato per le vie di città importanti gridando il diritto a una libertà assoluta, quella dell’espressione, del dire e del poter dire ogni cosa. Inizialmente molti si sono lasciati condurre da quest’idea di libertà, ma poi alcuni si sono domandati: libertà è davvero poter dire e fare qualsiasi cosa indipendentemente dagli altri? Libertà è poter affermare se stessi, i propri valori e principi contro gli altri? È libero veramente colui che può dire e fare qualsiasi cosa senza rendere conto?
La libertà proposta dal Vangelo è un’altra realtà. La libertà è per qualcosa, per qualcuno. Gesù è un uomo libero perché scegliere di vivere la libertà come un dono, sceglie di condividere la vita, sceglie di accogliere coloro che gli sono accanto avendo anche il coraggio di indicare una via alta, difficile. Non è un amicone, ma è colui che è guida. Chi di voi è andato qualche volta in montagna sa che si può affrontare un sentiero da soli, pensando di essere abbastanza esperti o abbastanza bravi, ma quando qualcuno affronta seriamente la montagna e non conosce il sentiero sa che è più saggio affidarsi a una guida. La guida apparentemente ti limita, non ti lascia fare quello che vuoi, eppure quel riferimento ti porta più sicuramente alla meta ed evita che ti perda, evita che prenda strade sbagliate. La libertà che ci è proposta nel Vangelo è quella di fare riferimento a qualcuno: io rendo conto; è una libertà per un fine. Lo diciamo per una vocazione: noi siamo chiamati da Dio a compiere una strada. Ma è possibile, a volte, pensare che Dio sia un ingombro, una catena, una gabbia perché ci è chiesto di fare delle cose. In realtà, se noi pensiamo veramente al Dio di Gesù Cristo e al messaggio del Vangelo questo non è vero. Possiamo scegliere di compiere delle azioni se prima abbiamo scelto di seguire Gesù; se scegliamo che Lui sia la guida della nostra vita, possiamo di conseguenza scegliere tutti i precetti, tutte le norme, altrimenti se non è così, quelle norme e quei precetti ci sembreranno davvero una catena, una gabbia, una limitazione. Se io credo che la mia vita in relazione a Cristo è guidata verso un compimento, allora posso anche accogliere ogni altra indicazione come conseguenza di una scelta libera, che faccio con amore.
In questo itinerario quaresimale vi sto invitando a riflettere sul sacramento della riconciliazione. Dopo avervi detto che questo sacramento non è per pulire la coscienza, ma è per riconoscere che Gesù è il Signore, è l’unico che ti riveste dell’abito della dignità dei figli di Dio, è l’unico per il quale è possibile cancellare ciò che di male hai fatto. Dopo avervi ricordato che questa esperienza è ecclesiale, non ci si confessa da soli ma si fa riferimento a una comunità, perché nel giorno del Battesimo siamo entrati a far parte di una comunità e quando commettiamo il peccato diventiamo schiavi del peccato e impoveriamo tutta la comunità, abbiamo bisogno allora di un uomo che non è migliore di noi, che possiamo anche giudicare peggiore di noi, ma che ha ricevuto il compito di dirci “Dio ha perdonato i tuoi peccati. Non peccare più”. Oggi riprendiamo quell’intuizione che il Cardinal Martini ci ha regalato nel suo ministero: vivere la confessione come un colloquio penitenziale, che ha come sua origine il ringraziamento. Vado dal Signore e prima di tutto dico grazie, penso al tempo che ho trascorso dall’ultima confessione ad oggi e dico quale esperienza bella ho fatto che mi fa dire “grazie”; penso a una persona, a una parola che ho ascoltato, a un’esperienza che ho vissuto, a un successo che ho conseguito e dico “grazie”. Se mi relazione così a Dio, sapendo l’origine del mio bene sarò più disponibile anche a confessare, a proclamare, a dire con forza e senza paura il mio errore. Vi invito, allora, in questa settimana a riflettere su questa possibilità della gratitudine come primo momento del sacramento della riconciliazione. Solo rinsaldando un rapporto forte con Dio possiamo lasciare che la nostra vita sia guidata verso un compimento.
Vi lascio un’immagine:
C'era una volta un aquilone. 
Era legato ad un filo sottile e si librava nell'aria, come danzando, 
pilotato dolcemente dalle mani esperte di un piccolo uomo, il suo creatore. 
L'aquilone gioiva nel vederlo sorridere mentre lui danzava, 
ma un giorno sentì il desiderio di andare più in alto, 
di volare da solo e si accorse che quel filo, quel filo sottile glielo impediva. 
D'un tratto quell'esile filo che era stato l'unione col suo creatore 
divenne per lui come una catena opprimente. 
L'aquilone cominciò a dimenarsi, a dare strattoni, 
ad imprecare contro quel piccolo uomo che lo teneva prigioniero. 
Tanto si agitò che ad un certo punto il filo si spezzò. 
L'aquilone cominciò a volare da solo, finalmente libero, 
felice di danzare nel vento senza catene. 
Il piccolo uomo lo chiamava, supplicandolo di non andare troppo in alto, 
ma egli, ormai libero, non ascoltava le sue parole. 
Improvvisamente il vento divenne più forte e cominciò a sbatterlo da ogni parte, 
a trascinarlo in una folle corsa. 
Avrebbe voluto rallentare, fermarsi per un attimo, ma non poteva. 
Il vento lo feriva con le sue raffiche mortali, 
lo mandava a sbattere contro le cime degli alberi e non poteva scansarle. 
I rami aguzzi gli strappavano brandelli di carta, 
mettevano a dura prova il suo esile scheletro. 
L'aquilone cominciò ad aver paura, 
a pensare che presto il suo volo sarebbe finito per sempre. 
Guardò giù e, sotto di sé, vide il piccolo uomo che correva affannosamente, 
cercando di non perderlo di vista. 
Provò nostalgia per quel viso sorridente, 
ma il vento non gli dava tregua, sembrava divertirsi a tormentarlo. 
All'improvviso il vento cominciò a scemare e l'aquilone 
pensò che presto si sarebbe finalmente fermato. 
Guardò diritto davanti a sé e vide una grossa pozzanghera che sì faceva sempre più vicina. 
Provò un brivido di terrore, ma non poteva cambiare strada. L'acqua lo accolse in un abbraccio mortale e sentì la carta rammollirsi, disfarsi lentamente. 
"È la fine", pensò, ma poi, 
improvvisamente si sentì sollevato delicatamente da una mano familiare. 
Il piccolo uomo, tutto sporco di fango, 
lo asciugò pazientemente, curò le sue ferite, 
sistemò il suo esile scheletro e lo legò di nuovo con quel piccolo filo. 

Passarono i giorni e l'aquilone tornò a volare legato a quel filo sottile, 
tra le mani del piccolo uomo. 
Capì che era bello volare insieme a lui, 
danzare per lui e quel filo sottile non gli sembrò più una catena crudele, 
ma un appiglio sicuro, un rifugio contro le avversità. 


Ogni volta che commettiamo il peccato siamo liberi di spezzare quel filo sottile che lega la nostra vita a Dio, ma la libertà che otteniamo e che ci fa volare dove vogliamo ci porta davvero ad essere felici?
Preghiamo il Signore perché decidiamo di riallacciare il filo della nostra vita a Lui anche attraverso il sacramento della riconciliazione.

Per questo oggi accogliamo i nostro amici che per la prima volta vivranno questo sacramento, perché imparando a riconoscere il volto di questo Dio che è Padre Buono e Misericordioso diventino poi loro come Lui, avendo un cuore simile al suo. Li accompagniamo con la stima e la preghiera, ma soprattutto testimoniamo loro che per noi per primi è bello essere legati da un filo sottile, ma forte e resistente al suo amore che ci guida al compimento della nostra vocazione.

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