“Donaci un cuore come il tuo”: è stato
questo il grido che abbiamo rivolto a Dio Padre durante tutte le domeniche di
Quaresima, raccogliendo un invito del Papa nel suo messaggio per la Quaresima
2015.
Mi
sono domandato: se voglio che il mio cuore sia simile al suo, com’è il cuore di
Dio?
Il
cuore di Dio mi è rivelato nel modo in cui Gesù ha vissuto e nel modo in cui
Gesù è morto. Gesù è stato fedele all’uomo e fedele a Dio e per questo è morto.
È
stato un uomo sincero, leale, franco, mite, tenace e proprio per questo ha
trovato il rifiuto degli uomini e ha accettato che questo rifiuto diventasse
anche pena, pena ingiusta, condanna a morte per essere fedele anche a Dio, il
quale non gli chiedeva certo una morte come quella ma gli chiedeva di essere
fedele al suo amore, che può passare anche attraverso un’esperienza di grande e
indicibile dolore come la croce.
Il
cuore di Dio è il cuore di un Dio fedele, fedele alla sua promessa: Dio
mantiene ciò che promette. Fedeltà è
uno dei nomi più belli che la Scrittura attribuisce a Dio, e per chi si
consacra al Signore c’è una parola, fedeltà appunto, che diventa decisiva e
fondamento sul quale costruire tutta la vita. Il Signore, che ha iniziato il
suo progetto, fedelmente lo porterà a compimento, perché l’alleanza tra Dio e
il suo popolo è un’alleanza in cui Dio ha preso una parola e non si ritirerà
mai, anche di fronte al rifiuto e alla negazione. Il cuore di Dio è un cuore
fedele e in tutta questa Quaresima ho chiesto a Dio che questo suo tratto
diventasse un po’ di più il mio e un po’ di più quello di queste comunità che
Lui mi ha chiesto di servire.
Il
mistero del male che leggiamo nella storia di Gesù non è il frutto di una
volontà assurda, di un Dio che non comprendiamo che vuole usare di uno
strumento come la croce per impietosirci. Il mistero del male Dio lo conosce
per differenza, perché Lui Sommo Bene può solamente subirlo, neppure pensarlo.
Noi vogliamo un cuore come quello di Dio, così proteso verso il bene che il male
non osa neppure pensarlo e lo subisce solo e lo porta all’interno di quel
mistero che è la croce di Cristo che ci dice che non c’è nessun male, nessuna sofferenza,
nessuna morte che non possa essere nella crocifissione e nella morte di Cristo.
Mi
sono poi domandato, com’è il mio cuore
ora? Perché la vita è concreta, quotidiana, perché la Fede è un’esperienza
quotidiana.
Ci
sono tre tratti del mio cuore che vorrei consegnarvi.
Il
primo è un cuore ferito, perché è
vero che il tempo aiuta a lenire le fatiche e le sofferenze, ma c’è una Pasqua,
quella che ho anticipato a Natale del mio Papà che comunque continua a parlarmi
della fatica di accettare la fragilità, mi parla del sapore amaro della morte
e, anche se continuo a scorgere sempre il sorgere dell’alba della Risurrezione,
ci sono sempre dei residui di tenebra che a volte hanno la forza di spegnere il
sorriso, di incrinare la voce e di indurre al pianto.
Il
mio cuore è stupito. Questa mattina ho celebrato la Messa con l’Arcivescovo nel
Duomo di Milano, nella Messa Crismale, Messa nella quale ha consacrato gli olii
che raggiungeranno tutte le comunità cristiane della nostra arcidiocesi e
diventeranno lo strumento attraverso il quale il popolo di Dio verrà
santificato con l’unzione del crisma nel sacramento del battesimo e della
cresima e per noi, quest’anno, contempleremo questa azione efficace
nell’ordinazione di Gregorio. L’olio degli infermi per sostenere la malattia,
l’olio dei catecumeni per introdurre i nostri fanciulli e coloro che chiedono
il battesimo nella vita di grazia.
Il
mio cuore è stupito perché c’è un dono di Dio che continuamente è messo nella
mia vita, continuamente è messo nella fragilità della mia vita e mi rendo conto
sempre di quella parola che Gesù ha messo in bocca a Paolo: “Ti basta la mia grazia. Nella tua debolezza
si esprime il compimento della mia forza”. Lo sa bene Pietro, lui che ha
paura di una serva, lui che aveva detto “se
tutti andassero via, io rimarrò”: questo uomo così entusiasta e fragile
diventerà la pietra sulla quale Dio costruirà la sua Chiesa. Un cuore stupito,
allora, come sono rimasto stupito oggi andando a incontrare don Silvano in
ospedale: molti di voi lo conoscono, abbiamo imparato ad accoglierlo, ad apprezzarlo
e ad amarlo. Lunedì notte ha avuto un’emorragia celebrale e lui, che era già stato
provato dalla malattia da un ictus, si trova adesso a vivere un momento
difficile e duro della sua vita. Sono andato a dirgli che l’Arcivescovo ha
pregato per lui questa mattina, sono andato a dirgli anche che per sostituirlo
abbiamo chiamato il Decano e anche il Vescovo per le confessioni e sono andato a
dirgli che lo aspettiamo presto qui, ancora tra noi. In quel corpo così segnato
dalla malattia mi sono stupito, perché Dio l’ha usato e lo usa ancora per
benedire e per santificare il suo popolo. Così, in questo giorno, Giovedì
Santo, giorno in cui la Chiesa ricorda l’istituzione dell’Eucaristia e il
Presbiterato, ho ringraziato il Signore con stupore perché ancora una volta
pone nella vita di alcuni uomini un mistero così grande: quello dell’essere
servo per il bene di tutti coloro che sono posti sul cammino, nonostante la
fragilità, nonostante la quotidiana esperienza della propria inadeguatezza.
C’è
poi un cuore fiducioso. In molte
occasioni, in maniera diversa, in queste settimane uomini e donne mi hanno
ricordato che il ministero, il servizio non è per un risultato immediato, che
la fatica quotidiana di lavorare per il Regno di Dio richiede una pazienza e
un’umiltà che ogni giorno devono essere rigenerate, che anche se gli uomini non
vedono la tua fatica e il tuo lavoro, lo vede Dio e questo ti basti.
C’è un
racconto allora che mi è diventato ancora più caro in queste settimane:
Un giorno un uomo scese in una cava per
incontrare dei lavoratori. Incontrò il primo che era chinato su una pietra
dura, che con forza scolpiva; l’uomo chiese “Cosa stai facendo?”, quello alzò
gli occhi rossi a causa della polvere, con tutto il viso rigato di sudore,
confuso tra la polvere e il sudore e disse “Non lo vedi? Mi sto ammazzando di
fatica per poco denaro”. Poco oltre
incontrò un altro e gli disse “Cosa stai facendo?”, anche questo alzò lo
sguardo: lo stesso viso, solcato da rigagnoli di sudore e disse “Mi sto
ammazzando di fatica per portare a casa il necessario per vivere”. Incontrò un
terzo, anche questo aveva il volto costellato di perle di sudore, ma aveva
nello sguardo dei raggi di luce, era luminoso. Anche a lui chiese “Cosa stai
facendo?”. Lui alzò lo sguardo, indicò lontano, e disse “Sto costruendo una
cattedrale”.
Donaci
un cuore come il tuo, Signore, che sia fedele a te e all’uomo. Il mio augurio
per voi è che il cuore sia curato, anche quello più ferito, dalla sua pace. Che
il nostro cuore, anche il più fragile sia sostenuto, irrobustito dalla grazia.
Che il nostro cuore, anche quello che fa più fatica a mettersi a servire sia istruito,
ammaestrato da Cristo servo. Allora io, ne sono certo, noi avremmo di più un
cuore simile a quello di Dio.
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