Sarebbe un bel dono, un dono spirituale, se riuscissimo a intuire come il tempo dell’Avvento è un tempo che noi dovremmo vivere sempre. In modo singolare in queste settimane che ci preparano a vivere il Natale, ma sempre noi dovremmo vivere un atteggiamento come quello dell’Avvento.
Innanzitutto come memoria di un evento, evento storico che non si può più mettere in discussione: Gesù, il Figlio di Dio crocifisso, non è un’invenzione, non è il frutto della fantasia di qualche brillante scrittore, non è una storiella inventata per costruire intorno a Lui un potere, non è il frutto dell’ideale creato dalla mente di qualcuno di una proposta nuova di vita, non è una filosofia di pensiero, è un’esperienza, un evento realmente accaduto. Noi viviamo il Natale per fare memoria di questo, per ri-portare al cuore questo evento, per riviverlo come occasione. Diciamo che Gesù è venuto nella storia. E poi noi diciamo che Gesù viene nella nostra vita in modo speciale, singolare, nell’Eucaristia, quando noi ci troviamo insieme e prepariamo il momento in cui il Sacerdote chiama Dio in mezzo a noi attraverso il canto, le preghiere, l’ascolto della Parola. L’Eucaristia come momento centrale della nostra vita di fede, tanto che almeno una volta alla settimana siamo chiamati a venire qui per rivivere questo evento, perché facciamo in fretta a dimenticarci delle sue parole e dei suoi gesti d’amore. Gesù viene ogni volta che noi ci disponiamo all’ascolto della Parola, ogni volta che preghiamo, che viviamo concretamente la carità: Gesù viene. Gesù poi verrà alla fine della storia. Per questo noi coltiviamo la speranza nella Vita Eterna, nella Risurrezione. Non sappiamo quando verrà, tuttavia disponiamo il nostro cuore a questo evento che abbiamo scoperto non essere un evento di giudizio, di condanna, ma un incontro con Colui che chiederà a ciascuno: “Ma tu che cosa ne hai fatto del tuo tempo? Per che cosa hai speso la vita? Per quali realtà hai dato il meglio di te stesso? Come hai fatto fruttificare i tuoi talenti? Per che cosa ogni giorno ti sei speso?”. In questa dinamica noi vogliamo vivere, il tempo dell’Avvento e tutta la nostra vita, perché il Signore viene e ci dà sempre una possibilità nuova, come abbiamo ascoltato nella prima lettura, dove si parla di un germoglio. Il germoglio - lo sappiamo bene - è una realtà molto piccola, anche molto fragile, però è il primo segno della vita dopo il rigore dell’inverno. In quel segno così piccolo c’è già un divenire che porterà frutto; certo, è fragile, va protetto dal freddo, dalla mancanza dell’acqua, assomiglia moltissimo a quel seme che è stato posto nella nostra vita nel giorno del nostro Battesimo. In quel giorno abbiamo ricevuto un dono straordinario: la vita della Grazia, la presenza dello Spirito nella forma proprio di una realtà germinante. A noi il compito di fare in modo che questa realtà che cresce - come dice Marco nel suo Vangelo - di notte e di giorno (neanche il contadino sa come) sia custodita, attraverso una serie di gesti che ci sembrano a volte inutili, come il contadino che quando coltiva la terra pone dei segni che si ripetono a volte sempre uguali e immediatamente non portano frutto, ma sono la condizione perché poi, maturati tutti gli elementi positivi, quel germoglio iniziale porti un frutto.
C’è sempre una possibilità per chi ha uno sguardo che si rivolge a Dio, c’è sempre la possibilità di una novità. A noi il compito difficile di coglierla, perché spesso la vita non è come la vorremmo, perché la fede non ci mette al riparo da esperienze negative, perché a volte ci sono dei passaggi di vita così duri, così severi, che possiamo vivere in ogni fascia, in ogni tempo dell’esistenza, che possono mettere in dubbio la nostra ricerca di Dio. Questo germoglio continua ad essere posto nella nostra esistenza e il tempo dell’Avvento ci allena ad essere persone capaci di cogliere i segni, come dicevamo la scorsa settimana, i segni della presenza di Dio. Questo è possibile perché noi crediamo, come dice la seconda lettura, la lettera agli Ebrei, in un Dio che ha scelto di vivere con noi tutta l’esperienza dell’umanità. Lo straordinario della nostra esperienza di fede sta proprio in questo: l’annuncio che riceviamo non è solamente un annuncio che riguarda Dio, Colui che è essere perfettissimo, creatore del cielo e della terra, ma Dio che si è fatto carne, si è fatto così vicino da sperimentare anche quella realtà misteriosa, dolorosa, difficile da accogliere e da comprendere che è la morte, perché in quella morte iniziasse il processo di santificazione, di redenzione, che è quello che poi alimenta la nostra speranza. Noi crediamo che la nostra possibilità di dare compimento al disegno di Dio in noi non è il frutto di un arrabattarsi ogni giorno nel cercare di fare qualcosa di buono, ma è quello di lasciarsi accompagnare da Gesù, che costantemente ci ammaestra in ciò che è buono.
E Lui, il Signore, desidera questo e ce l’ha mostrato in questo brano che abbiamo ascoltato del Vangelo, un brano insolito in questo tempo. Dal punto di vista cronologico siamo proprio fuori strada, infatti lo leggiamo nei giorni prima della Pasqua. Ma in realtà anche nel giorno di Natale noi celebreremo la Pasqua. Credo poi che tutti abbiate fatto attenzione: il brano del Vangelo si conclude con queste parole: «Benedetto Colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli». Subito ci vengono in mente le parole degli angeli ai pastori nella notte di Natale. Il Signore Gesù è venuto, viene, verrà alla fine della storia; a noi il compito oggi di cogliere i segni della sua presenza.
Noi oggi siamo lieti perché mentre si conclude questo giorno del Signore ci prepariamo a vivere degli eventi importanti: domani è festa di Sant’Ambrogio, patrono della nostra Arcidiocesi. La nostra diocesi porta il suo nome “ambrosiana”. È l’occasione per pregare per il nostro Vescovo Angelo che farà visita alle nostre Comunità prossimamente. Abbiamo la grande festa dell’Immacolata Concezione che quest’anno si caratterizza anche come inizio dell’Anno Santo Straordinario della Misericordia, un Anno Santo che il Papa ci chiede di vivere non solo come esperienza personale, perché impariamo a riacquistare una familiarità con il Sacramento della Riconciliazione perché sia esperienza quotidiana di Amore del Signore per ciascuno di noi, ma ancora di più il Papa chiede che ci sia un florilegio di gesti di misericordia vissuti nella concretezza della carità. Così noi scopriamo che possiamo andare a chiedere perdono al Signore anche per piccole cose, senza aspettare di avere sulla coscienza magari dei momenti in cui abbiamo tenuto fuori volontariamente Dio dalla nostra vita, un po’ come accade in famiglia, dove anche nelle relazioni più belle, più autentiche può accadere una parola fuori posto o un gesto non carino, un modo di comportarsi che può creare un po’ di fatica. Se non si chiede subito scusa, se non si cerca di ricomporre, magari anche una piccola cosa piano piano può diventare occasione per portarsi dietro malumore per tanto tempo.
Così è anche con il Signore; capita di non celebrare una volta l’Eucaristia, di dire male una parola, di trattare male qualcuno, se iniziamo a non partecipare più della Mensa Eucaristica si tralascia, poi passa il tempo, tanto… così poi si viene alla Messa un po’ stancamente, senza sentirsi coinvolti fino al desiderio di ricevere il Corpo di Cristo per dire: “io voglio essere così come Te”. Solamente se noi facciamo questa esperienza poi possiamo decidere che la nostra vita sia un gesto misericordioso, si manifesti nella carità concreta. Allora questo Anno della Misericordia è per noi che siamo qui, ma anche per coloro che si sono allontanati, alcuni per pigrizia, alcuni per noia, alcuni per un’esperienza negativa alcuni perché non sono stati accolti, alcuni perché sono stranieri, altri perché sono ammalati, altri perché hanno sulle spalle una storia un po’ faticosa. Questo Anno della Misericordia non può essere per un gruppetto di persone già instradate, è per tutti. Porte aperte per tutti. Ma il Signore si servirà di ciascuno di noi: se lo vorremo saremo noi testimoni dell’Amore di Dio che non si arrende mai. E come ha plasmato il corpo di Maria rendendolo casa sua così può plasmare anche la nostra vita, facendola diventare maggiormente segno del suo Amore.
Ci affidiamo proprio Maria, colei che ha custodito dentro di sé la presenza di Dio, e che ce lo ripropone, ce lo ridona, ci dice anzi “Attraverso di me potete arrivare a Gesù”.
Che il Signore ci aiuti a vivere così questi giorni con questa intensità, con questo desiderio, sapendo che quel seme della sua Presenza posto nella nostra vita continua a crescere. A noi il compito grato, a volte impegnativo di difenderlo, di favorirlo, di accrescerlo perché possiamo portare frutti buoni per noi stessi e per tutti coloro che incontriamo.
Innanzitutto come memoria di un evento, evento storico che non si può più mettere in discussione: Gesù, il Figlio di Dio crocifisso, non è un’invenzione, non è il frutto della fantasia di qualche brillante scrittore, non è una storiella inventata per costruire intorno a Lui un potere, non è il frutto dell’ideale creato dalla mente di qualcuno di una proposta nuova di vita, non è una filosofia di pensiero, è un’esperienza, un evento realmente accaduto. Noi viviamo il Natale per fare memoria di questo, per ri-portare al cuore questo evento, per riviverlo come occasione. Diciamo che Gesù è venuto nella storia. E poi noi diciamo che Gesù viene nella nostra vita in modo speciale, singolare, nell’Eucaristia, quando noi ci troviamo insieme e prepariamo il momento in cui il Sacerdote chiama Dio in mezzo a noi attraverso il canto, le preghiere, l’ascolto della Parola. L’Eucaristia come momento centrale della nostra vita di fede, tanto che almeno una volta alla settimana siamo chiamati a venire qui per rivivere questo evento, perché facciamo in fretta a dimenticarci delle sue parole e dei suoi gesti d’amore. Gesù viene ogni volta che noi ci disponiamo all’ascolto della Parola, ogni volta che preghiamo, che viviamo concretamente la carità: Gesù viene. Gesù poi verrà alla fine della storia. Per questo noi coltiviamo la speranza nella Vita Eterna, nella Risurrezione. Non sappiamo quando verrà, tuttavia disponiamo il nostro cuore a questo evento che abbiamo scoperto non essere un evento di giudizio, di condanna, ma un incontro con Colui che chiederà a ciascuno: “Ma tu che cosa ne hai fatto del tuo tempo? Per che cosa hai speso la vita? Per quali realtà hai dato il meglio di te stesso? Come hai fatto fruttificare i tuoi talenti? Per che cosa ogni giorno ti sei speso?”. In questa dinamica noi vogliamo vivere, il tempo dell’Avvento e tutta la nostra vita, perché il Signore viene e ci dà sempre una possibilità nuova, come abbiamo ascoltato nella prima lettura, dove si parla di un germoglio. Il germoglio - lo sappiamo bene - è una realtà molto piccola, anche molto fragile, però è il primo segno della vita dopo il rigore dell’inverno. In quel segno così piccolo c’è già un divenire che porterà frutto; certo, è fragile, va protetto dal freddo, dalla mancanza dell’acqua, assomiglia moltissimo a quel seme che è stato posto nella nostra vita nel giorno del nostro Battesimo. In quel giorno abbiamo ricevuto un dono straordinario: la vita della Grazia, la presenza dello Spirito nella forma proprio di una realtà germinante. A noi il compito di fare in modo che questa realtà che cresce - come dice Marco nel suo Vangelo - di notte e di giorno (neanche il contadino sa come) sia custodita, attraverso una serie di gesti che ci sembrano a volte inutili, come il contadino che quando coltiva la terra pone dei segni che si ripetono a volte sempre uguali e immediatamente non portano frutto, ma sono la condizione perché poi, maturati tutti gli elementi positivi, quel germoglio iniziale porti un frutto.
C’è sempre una possibilità per chi ha uno sguardo che si rivolge a Dio, c’è sempre la possibilità di una novità. A noi il compito difficile di coglierla, perché spesso la vita non è come la vorremmo, perché la fede non ci mette al riparo da esperienze negative, perché a volte ci sono dei passaggi di vita così duri, così severi, che possiamo vivere in ogni fascia, in ogni tempo dell’esistenza, che possono mettere in dubbio la nostra ricerca di Dio. Questo germoglio continua ad essere posto nella nostra esistenza e il tempo dell’Avvento ci allena ad essere persone capaci di cogliere i segni, come dicevamo la scorsa settimana, i segni della presenza di Dio. Questo è possibile perché noi crediamo, come dice la seconda lettura, la lettera agli Ebrei, in un Dio che ha scelto di vivere con noi tutta l’esperienza dell’umanità. Lo straordinario della nostra esperienza di fede sta proprio in questo: l’annuncio che riceviamo non è solamente un annuncio che riguarda Dio, Colui che è essere perfettissimo, creatore del cielo e della terra, ma Dio che si è fatto carne, si è fatto così vicino da sperimentare anche quella realtà misteriosa, dolorosa, difficile da accogliere e da comprendere che è la morte, perché in quella morte iniziasse il processo di santificazione, di redenzione, che è quello che poi alimenta la nostra speranza. Noi crediamo che la nostra possibilità di dare compimento al disegno di Dio in noi non è il frutto di un arrabattarsi ogni giorno nel cercare di fare qualcosa di buono, ma è quello di lasciarsi accompagnare da Gesù, che costantemente ci ammaestra in ciò che è buono.
E Lui, il Signore, desidera questo e ce l’ha mostrato in questo brano che abbiamo ascoltato del Vangelo, un brano insolito in questo tempo. Dal punto di vista cronologico siamo proprio fuori strada, infatti lo leggiamo nei giorni prima della Pasqua. Ma in realtà anche nel giorno di Natale noi celebreremo la Pasqua. Credo poi che tutti abbiate fatto attenzione: il brano del Vangelo si conclude con queste parole: «Benedetto Colui che viene, il re, nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli». Subito ci vengono in mente le parole degli angeli ai pastori nella notte di Natale. Il Signore Gesù è venuto, viene, verrà alla fine della storia; a noi il compito oggi di cogliere i segni della sua presenza.
Noi oggi siamo lieti perché mentre si conclude questo giorno del Signore ci prepariamo a vivere degli eventi importanti: domani è festa di Sant’Ambrogio, patrono della nostra Arcidiocesi. La nostra diocesi porta il suo nome “ambrosiana”. È l’occasione per pregare per il nostro Vescovo Angelo che farà visita alle nostre Comunità prossimamente. Abbiamo la grande festa dell’Immacolata Concezione che quest’anno si caratterizza anche come inizio dell’Anno Santo Straordinario della Misericordia, un Anno Santo che il Papa ci chiede di vivere non solo come esperienza personale, perché impariamo a riacquistare una familiarità con il Sacramento della Riconciliazione perché sia esperienza quotidiana di Amore del Signore per ciascuno di noi, ma ancora di più il Papa chiede che ci sia un florilegio di gesti di misericordia vissuti nella concretezza della carità. Così noi scopriamo che possiamo andare a chiedere perdono al Signore anche per piccole cose, senza aspettare di avere sulla coscienza magari dei momenti in cui abbiamo tenuto fuori volontariamente Dio dalla nostra vita, un po’ come accade in famiglia, dove anche nelle relazioni più belle, più autentiche può accadere una parola fuori posto o un gesto non carino, un modo di comportarsi che può creare un po’ di fatica. Se non si chiede subito scusa, se non si cerca di ricomporre, magari anche una piccola cosa piano piano può diventare occasione per portarsi dietro malumore per tanto tempo.
Così è anche con il Signore; capita di non celebrare una volta l’Eucaristia, di dire male una parola, di trattare male qualcuno, se iniziamo a non partecipare più della Mensa Eucaristica si tralascia, poi passa il tempo, tanto… così poi si viene alla Messa un po’ stancamente, senza sentirsi coinvolti fino al desiderio di ricevere il Corpo di Cristo per dire: “io voglio essere così come Te”. Solamente se noi facciamo questa esperienza poi possiamo decidere che la nostra vita sia un gesto misericordioso, si manifesti nella carità concreta. Allora questo Anno della Misericordia è per noi che siamo qui, ma anche per coloro che si sono allontanati, alcuni per pigrizia, alcuni per noia, alcuni per un’esperienza negativa alcuni perché non sono stati accolti, alcuni perché sono stranieri, altri perché sono ammalati, altri perché hanno sulle spalle una storia un po’ faticosa. Questo Anno della Misericordia non può essere per un gruppetto di persone già instradate, è per tutti. Porte aperte per tutti. Ma il Signore si servirà di ciascuno di noi: se lo vorremo saremo noi testimoni dell’Amore di Dio che non si arrende mai. E come ha plasmato il corpo di Maria rendendolo casa sua così può plasmare anche la nostra vita, facendola diventare maggiormente segno del suo Amore.
Ci affidiamo proprio Maria, colei che ha custodito dentro di sé la presenza di Dio, e che ce lo ripropone, ce lo ridona, ci dice anzi “Attraverso di me potete arrivare a Gesù”.
Che il Signore ci aiuti a vivere così questi giorni con questa intensità, con questo desiderio, sapendo che quel seme della sua Presenza posto nella nostra vita continua a crescere. A noi il compito grato, a volte impegnativo di difenderlo, di favorirlo, di accrescerlo perché possiamo portare frutti buoni per noi stessi e per tutti coloro che incontriamo.
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