«Il Signore ne ha bisogno».
(Lc 19, 34)
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| Duccio di Buoninsegna, Ingresso in Gerusalemme, Museo del Duomo - Siena |
La liturgia
ci ripete che il Signore sta per venire. Gesù è già entrato nella nostra
storia, nascendo a Betlemme, come diremo a Natale; poi noi siamo sempre in
attesa dei frutti di salvezza che la Sua morte e risurrezione comportano;
infine Lo aspettiamo alla fine dei tempi, come diciamo nella liturgia:
“Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua resurrezione, nell’attesa
della tua venuta”. A tutto questo ci riporta anche la Parola della IV
Domenica di Avvento.
Fare festa
secondo la liturgia
Caratteristica
fondamentale di una celebrazione liturgica è la festa. La domenica è festa
perché è giorno del Signore (dies Domini), nel quale ci si
ritrova con gioia a celebrare l’Eucaristia. Ma la liturgia distingue
addirittura nell’arco dell’anno tra la festa domenicale e solennità come
Natale, Epifania, Pasqua e Pentecoste, sino a proporci alcune solennità in
onore di Maria, la madre del Signore o anche fissando lo sguardo su qualche
importante santo patrono. Se solo ci attenessimo alla liturgia di questi giorni,
tra venerdì 7 e domenica 9 dicembre, dovremmo celebrare tre feste di fila: S.
Ambrogio, l’Immacolata e la IV Domenica di Avvento. Tralasciando non il tema
della partecipazione dei fedeli all’Eucaristia domenicale e nelle feste
infrasettimanali (il cosiddetto precetto festivo secondo il can.1246 del
Codice di diritto canonico), la questione è un’altra: i cristiani percepiscono
ancora oggi la gioia e la bellezza di partecipare all’Eucaristia nel giorno del
Signore? La perdita del senso della domenica e delle altre feste cristiane è
evidente. Si è sfilacciato il senso dell’appartenenza ad una comunità che
celebra l’Eucaristia nel giorno del Signore, mentre avanzano abitudini diverse
anche tra i cristiani nel vivere i giorni della festa. Come giornate di riposo
e di relax, rispetto ad una settimana sin troppo occupata da impegni di lavoro,
cercando di ricomporre relazioni trascurate o volendo respirare un’aria e un
clima diverso, più libero e sciolto.
“Il Signore Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme”.
Si affaccia
pertanto una domanda: cos’era la festa per Gesù? Come viveva la festa?
Atteniamo semplicemente al vangelo ascoltato. Sta per essere celebrata
l’annuale festa ebraica di Pasqua e Gesù per questo si reca a Gerusalemme: “il
Signore Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme”. Gesù sta
sempre davanti e giunto alle porte della città, fa scattare i preparativi della
Sua festa, avviando una vera e propria ritualità: “Quando fu vicino a
Bètfage e a Betània, presso il monte detto degli Ulivi, inviò due discepoli dicendo:
‘Andate nel villaggio di fronte; entrando, troverete un puledro legato, sul
quale non è mai salito nessuno. Slegatelo e conducetelo qui. E se qualcuno vi
domanda: Perché lo slegate? risponderete così: Il Signore ne ha bisogno’”. Perché
Gesù si preoccupa tanto dei preparativi? Sarebbe per questo importante
recuperare un aspetto significativo della liturgia che ci invita a far festa,
quello dei riti introduttivi o preparatori espressi dai cosiddetti giorni
della novena. Nove giorni di preparazione alla celebrazione del cuore della
festa vera e propria. Oltre a cogliere il valore pedagogico che questa
preparazione potrebbe comportare, più semplicemente ci facciamo una domanda:
quali sono quest’anno i riti con i quali ci stiamo introducendo a celebrare il
prossimo Natale del Signore?
“Il Signore ne ha bisogno”.
I due
discepoli che dovevano predisporre la festa, eseguono puntualmente il loro
mandato: “Gli inviati andarono e trovarono come aveva loro detto. Mentre
slegavano il puledro, i proprietari dissero loro: ‘Perché slegate il puledro?’.
Essi risposero: ‘Il Signore ne ha bisogno’”. Curioso è anzitutto il fatto
che Gesù chieda loro, semplicemente, di eseguire con precisione delle azioni
che forse neppure avevano comprese e che certamente non risultavano chiare ai
proprietari del puledro. Tutto sembra piuttosto sottostare alla risposta che
Gesù stesso suggerisce loro e essi puntualmente ripetono: “Il Signore ne ha
bisogno”. Nella misura in cui ci si mette dalla parte di Gesù, diventando
Suoi discepoli, non tutto chiede d’essere immediatamente compreso e neppure
spiegato. L’appartenenza concede al Maestro, al proprio Signore, un affidamento
previo e non calcolato. Carico anzitutto di affetto e di fiducia, capace di attendere
e di sperare. A riguardo dei preparativi della grande festa del Signore – la
Sua Pasqua - merita saper stare dentro un’obbedienza sincera e schietta a
quelle che sono le Sue esigenze e le Sue necessità. Senza accampare scuse.
Perché non tornare semplicemente a Lui anche in questo Natale? Attenendoci alla
Sue Parola che salva?
Ha bisogno di
un asino
Forse il
Signore ha bisogno anche di me per celebrare la festa del Suo Natale, del Suo
ingresso nel mondo. Del resto, sorprende che possa avere bisogno proprio
di un asino, nel contesto di questi preparativi meticolosi. L'asino palestinese
è certo un animale vigoroso. Ha certamente dei pregi: sopporta il caldo, si
nutre di cardi, ha una forma di zoccoli che rende sicuro il suo incedere e
costa anche poco mantenerlo. I suoi difetti sono certamente la caparbietà, come
anche una certa pigrizia. Forse anch’io “vado avanti come quell'asino di
Gerusalemme, che, in quel giorno della festa degli ulivi, divenne la
cavalcatura regale e pacifica del Messia. Io non sono sapiente, ma una cosa so:
so di portare Cristo sulle mie spalle e la cosa mi rende più orgoglioso che
essere borgognone o basco. Io lo porto, ma è lui che mi guida: io credo in lui,
lui mi guida verso il suo regno. Chissà quanto si sente sballottato il mio
signore, quando inciampo contro una pietra! Ma lui non mi rinfaccia mai niente.
È così bello percepire quanto sia buono e generoso con me: mi lascia il tempo di salutare l'incantevole
asina di Balaam, di sognare davanti a un campo di spighe, di dimenticarmi
persino di portarlo. Io vado avanti in silenzio. È strano quanto ci si capisca
anche senza parlare! La sua sola parola, che io ho ben capito, sembra essere
stata detta apposta per me: Il mio giogo è facile da sopportare e il mio
peso leggero (Mt 11,30). Fede d'animale, come quando, una notte di Natale,
allegramente portavo sua madre verso Betlemme. lo vado avanti nella gioia.
Quando voglio cantare le sue lodi, io faccio un baccano del diavolo, io canto
stonato. Lui allora ride, ride di cuore e il suo riso trasforma le strettoie
del mio vecchio cammino in una pista da ballo e i miei pesanti zoccoli in
sandali alati. Io vado avanti come un asino che porta Cristo sulle sue spalle. Dio
pesa come la felicità” (da C’è qualcuno lassù, Elledici 1993).
(don Walter Magni)

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