«Rimanete
in me e io in voi.
Come
il tralcio non può portare frutto da se stesso
se
non rimane nella vite,
così
neanche voi se non rimanete in me».
(Gv
15,4)
La bibbia è
un libro pieno di viti. Perché è pieno di uomini di cui Dio si prende cura, e
dai quali riceve un vino di gioia. Per ogni contadino la vigna è il preferito
tra i campi. Io sono piantagione preferita di Dio. Ma mentre nell'Antico
Testamento Dio era il padrone della vigna, custode buono e operoso, ma altra
cosa rispetto alle viti, ora Gesù afferma qualcosa di assolutamente nuovo: io
sono la vite, voi siete i tralci. Il vignaiolo si è fatto vite; il creatore si
è fatto creatura. Dio è in me, non come padrone, ma come linfa vitale; Dio è in
me, non come voce che viene da fuori, ma come il segreto della vita. Dio è in
me, per meglio prendersi cura di me.
Questa è la stagione in cui profumano i
fiori della vite; ieri il vignaiolo attendeva che la linfa', salita
misteriosamente lungo il ceppo, si affacciasse alla ferita del tralcio potato,
come una lacrima. Allora mio padre, che era contadino, soleva dire: è la vite
che va' in amore. C'è un amore che sale dalla radice del mondo, ad un
misterioso segnale di terra, di sole, di vento, e in alto apre la corteccia che
sembrava secca e morta e la incide di fiori e di foglie. Per un miracolo che
non ci stupisce più diventerà grappolo colmo, nell'ultima stagione, di succhi
lucenti come il sole e come il miele. Quella linfa', goccia d'amore che trema
sulla punta del tralcio, è come un visibile parlare di Dio. Così un amore
percorre il mondo, sale lungo i ceppi delle vigne, risale la mia vita, lo
sento, lo avverto: la mia linfa vitale viene da prima di me e va oltre me;
viene da Dio, e va' in amore, va' in frutti d'amore; viene da Dio, radice del
vivere, e dice a me, piccolo tralcio: ho bisogno di te. Per una vendemmia di
sole e di miele. Per la pienezza dell'uomo e per quella di Dio. Per la dolcezza
del loro vivere. E so che se mi stacco da lui non so più amare, e quindi, come
uomo, muoio.
Due sono le parole centrali: rimanete in me, per portare frutto.
Come si fa per restare in lui? Noi non siamo dei mistici. Eppure è facile,
accade con Gesù come con tutte le relazioni: si tratta di ascoltare quella
parola che rende puri, mangiare il pane, guardare il volto, aprire canali a
quella linfa', e poi parlare a lui, ogni giorno (e se non hai nulla da dirmi,
parlami lo stesso, anche solo per dirmi che non hai nulla da dire). Si tratta
di percorrere tenacemente i sentieri che portano alla casa dell'amico, perché
non si riempiano di rovi e di spine e non si cancellino.
Gloria di Dio è il
molto frutto. Il nome nuovo, il nome vero della morale non è sacrificio, ma
fecondità; non ubbidienza, ma espansione verso l'esterno di una corrente che
urge dentro e che ha le stigmate di Dio, e infiniti presagi di frutti.
(Ermes Ronchi)

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