Poi li condusse fuori
verso Betània e,
alzate le mani, li
benedisse.
Mentre li benediceva,
si staccò da loro
e veniva portato su,
in cielo.
(Lc 24,52)
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| Cappella dell'Accensione, Gerusalemme - Monte degli ulivi |
«Non sono
un fantasma». Il lamento di Gesù giunge fino a me: chi sono io per te? Qualche
idea vaga, la proiezione di un bisogno, un’emozione, un sogno troppo bello per
essere vero?
Per aiutare la mia fede pronuncia allora i verbi più semplici e
più familiari: «Guardate, toccate, mangiamo insieme!». Si fa umile e
concreto, ci chiede di arrenderci a un vangelo concreto, di mani, di pane, di
bicchieri d’acqua, di briciole; a un Dio che ha deciso di farsi carne e ossa,
carezza e sudore, un Dio capace di piangere.
Il primo gesto del Signore è,
sempre, una offerta di comunione: «toccatemi, guardate». Ma dove oggi toccare
il Signore? Forse lo tocco quando Lui mi tocca: con il bruciore del cuore, con
una gioia eccessiva, con una gioia umilissima, con le piaghe della terra, con
il dolore o la carezza di una creatura.
La gente è il corpo di Dio, lì lo
posso toccare.
«Avete qualcosa da mangiare?». Mangiare è il segno della vita;
farlo insieme è il segno più eloquente di un legame rifatto, di una comunione
ritrovata, il gesto quotidiano della vita che va e continua. Lui è l’amico che
dà sapore al pane. E mi assicura che la mia salvezza non sta nei miei digiuni
per lui, ma nel suo mangiare con me pane e sogni; la sua vicinanza è un
contagio di vita. Lo conoscevano bene Gesù, dopo tre anni di strade, di
olivi, di pesci, di villaggi, di occhi negli occhi, eppure ora non lo
riconoscono. Perché la Risurrezione non è semplicemente ritornare alla vita di
prima: è trasformazione.
Gesù è lo stesso ed è diverso, è il medesimo ed è
trasformato, è quello di prima ed è altro.
«Aprì loro la mente per
comprendere le Scritture». E il respiro stretto del cuore entra nel respiro
largo del cielo, se ti fai mendicante affamato di senso, se leggi con
passione e intelligenza la Parola. Perché finora abbiamo capito solo ciò che
ci faceva comodo. Siamo stati capaci di conciliare il Vangelo con tutto: con
la logica della guerra, con l’idolo dell’economia, con gli istinti.
«Nel suo
nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono». Il
perdono è la certezza che nulla e nessuno è definitivamente perduto, è il
trionfo della vita, riaccensione del cuore spento, offerta mai revocata e
irrevocabile di comunione.
Cristo non è un fantasma, è vestito di umanità, è
sangue vivo dei giorni, è il sangue della primavera del mondo. Ha braccia anche
per me, per toccare e farsi toccare; capace, tornando, di rendere la mia
speranza amore.
(Ermes
Ronchi)

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