«Effatà! Apriti!»
(Mc 7,34)
Contempliamo Gesù nel momento in cui sta facendo uscire un
uomo dalla sua incapacità a comunicare.
La narrazione evangelica precisa anzitutto il disagio
comunicativo di quest'uomo. E' uno che non sente e che sì esprime con suoni
gutturali, quasi con mugolìi, di cui non si coglie il senso. Non sa neanche
bene cosa vuole, perché è necessario che gli altri lo portino da Gesù. Il caso
è in sé disperato.
Ma Gesù non compie subito il miracolo. Vuole anzitutto far
capire a quest'uomo che gli vuol bene, che si interessa del suo caso, che può e
vuole prendersi cura di lui. Per questo lo separa dalla folla, dal luogo del
vociferare convulso e delle attese miracolistiche. Lo porta in disparte e con
simboli e segni incisivi gli indica ciò che gli vuol fare: gli introduce le
dita nelle orecchie come per riaprire i canali della comunicazione, gli unge la
lingua con la saliva per comunicargli la sua scioltezza. Sono segni corporei
che ci appaiono persino rozzi, scioccanti. Ma come comunicare altrimenti con
chi si è chiuso nel proprio mondo e nella propria inerzia? Come esprimere
l'amore a chi è bloccato e irrigidito in sé, se non con qualche gesto fisico?
Notiamo anche che Gesù comincia, sia nei segni come poi nel comando successivo,
con il risanare l'ascolto, le orecchie. Il risanamento della lingua sarà
conseguente.
A questi segni Gesù aggiunge lo sguardo verso l'alto e un
sospiro che indica la sua sofferenza e la sua partecipazione a una così dolorosa
condizione umana. Segue il comando vero e proprio: “Effatà” cioè “Apriti!” (7,
34). E' il comando che la liturgia ripete prima del Battesimo degli adulti: il
celebrante, toccando con il pollice l'orecchio destro e sinistro dei singoli
eletti e la loro bocca chiusa, dice: “Effatà, cioè: apriti, perché tu possa
professare la tua fede a lode e gloria di Dio” (Rito dell'Iniziazione Cristiana
degli Adulti, n. 202).
Ciò che avviene a seguito del comando di Gesù è descritto
come apertura (“gli si aprirono le orecchie”), come scioglimento (“si sciolse
il nodo della sua lingua”) e come ritrovata correttezza espressiva (“e parlava
correttamente”). Tale capacità di esprimersi diviene contagiosa e comunicativa:
“E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo raccomandava, più essi
ne parlavano”. La barriera della comunicazione è caduta, la parola si espande
come l'acqua che ha rotto le barriere di una diga. Lo stupore e la gioia si
diffondono per le valli e le cittadine della Galilea: “E, pieni di stupore,
dicevano: "Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i
muti"” (7, 35-37).
In quest'uomo, che non sa comunicare e viene rilanciato da
Gesù nel vortice gioioso di una comunicazione autentica, noi possiamo leggere
la parabola del nostro faticoso comunicare interpersonale, ecclesiale, sociale.
Il comunicare autentico non è solo una necessità per la
sopravvivenza di una comunità civile, familiare, religiosa. E' anche un dono,
un traguardo da raggiungere, una partecipazione al mistero di Dio che è
comunicázione.
Non è un tema accessorio o “di lusso”. Si tratta di una
condizione dell'essere uomo e donna e dell'essere Chiesa.
Carlo Maria Martini, Effatà "Apriti", passim pp. 12-15
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