«È lecito in giorno di sabato
fare del bene».
(Mt 12,12b)
Allora i farisei uscirono e tennero consiglio per farlo morire».
Il Vangelo di oggi ruota intorno a questa frase. Perché i farisei prendono
questa decisione? Hanno tentato per l’ennesima volta di incastrarlo, vedendo
quell’uomo dalla mano paralizzata nella sinagoga proprio di sabato. Sanno che
Gesù non resiste di fronte alla sofferenza degli uomini, che non rimarrà
indifferente, vedendo quell’uomo e lo provocano: «È lecito guarire in giorno di
sabato?».
Probabilmente la domanda insidiosa è dettata dalla convinzione
che Gesù farà come tutti i guaritori: toccherà quell’uomo, farà qualche gesto
magico, farà qualche mistura o unguento, da spalmare sulla mano, tutte cose
proibite dalla rigida legge del sabato, che permettevano di curare una persona
solo in pericolo di morte. Quell’uomo non rischiava certo di morire, ma se non
lo avesse guarito, avrebbero potuto sempre accusarlo di indifferenza verso chi
soffre. Gesù risponde con coraggio o meglio con autorità, come un vero maestro
ebreo. Prima prende l’esempio di quello che gli stessi farisei e la gente
comune faceva: salvare la propria pecora caduta nel fosso. Poi ricorda che
l’essere umano è superiore a un animale, e quindi trae la conclusione: «È
lecito in giorno di sabato fare del bene».
Gesù non si limita a insegnare con le parole, ma compie un
gesto, che dimostra come si può rispettare il sabato e fare del bene. Non
compie alcuna azione: parla. E il paralitico tende la mano, come gli ha detto
Gesù: si fida delle sue parole, ben diversamente dai farisei. Che cosa comporta
la decisione dei farisei di uccidere Gesù? Matteo risponde: con essa si
realizza quello che aveva detto il profeta Isaia nei cosiddetti Carmi del
Servo. I farisei condannano Gesù, perché agisce come aveva scritto il profeta:
non condanna, non grida, non rinuncia mai a sperare neppure se una canna è
incrinata o una lampada è ormai senza più olio.
È venuto non per giudicare né per condannare, ma per infondere
speranza in ogni essere umano! per ricordarci che l’essere umano è il
capolavoro di Dio! Forse serve anche a noi ricordare che tra gli animali e
l’essere umano c’è una differenza incolmabile: l’uomo non è un animale! Sul
crinale della creazione, l’essere umano è dalla parte di Dio, non degli
animali: «Che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo,
perché te ne curi? Davvero l’hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di
onore lo hai coronato» (Salmo 8,5-6).
O, come diceva sant’Ambrogio: l’uomo è il «capolavoro di Dio»,
«il culmine dell’universo e la suprema bellezza d’ogni creato», perché Dio ha
«fatto l’uomo dotato di ragione, capace di imitarlo, emulo delle sue virtù». E,
proprio perché fatto «poco meno di un dio», l’uomo può ed è chiamato a compiere
il bene, come scrive la Lettera a Diogneto: «Amandolo diventerai imitatore
della sua bontà. Non meravigliarti che un uomo possa diventare imitatore di
Dio: lo può perché Egli lo vuole. Chi prende su di sé il fardello del prossimo
e cerca di servire anche gli inferiori; chi, donando ai bisognosi ciò che gli
fu dato, diventa come un Dio per i suoi beneficati, costui è imitatore di Dio».
Ennio
Apeciti

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