«Mai un uomo ha parlato così!».
(Gv 7,46)
Di fronte alla
predicazione di Gesù gli ascoltatori «stupivano per il suo insegnamento
(didaché), perché insegnava come uno che ha autorevolezza (exousía) e non come
gli scribi» (Mc 1,22; Mt 7,28-29; cf. Lc 4,32). Diranno ancora le folle: «Che è
mai questo? Un insegnamento (didaché) nuovo, con autorevolezza (exousía)» (Mc
1,27). Anche nel quarto vangelo c’è un’eco di questa reazione: «Mai un uomo ha
parlato come costui» (Gv 7,46). Ciò che è messo in risalto da tali commenti è
il novum dell’insegnamento della buona notizia, ma un novum che è tale più per
l’autorevolezza di chi lo esprime che per il contenuto dell’insegnamento
stesso. La reazione dell’uditorio dice più di Gesù che non del suo
insegnamento: Gesù è un maestro, un profeta credibile, affidabile, e per questo
ha exousía. Da dove nasceva questa sua credibilità? Non dobbiamo cercarla in
una forza sovraumana o in un preteso straordinario divino: ciò che era
straordinario in Gesù era la sua umanità, la sua pratica umana della fede. Gesù
era un predicatore che aveva autorevolezza perché in lui non c’era frattura tra
le sue parole, i suoi gesti, i suoi sentimenti, il suo comportamento. Da questa
sua integrità nasceva anche la sua autorevolezza di predicatore, giudicato in
modo diverso rispetto agli scribi, ai professionisti della religione, a chi lo
fa per mestiere!
Se le parole di Gesù
arrivavano al cuore degli ascoltatori – e non sempre provocando la loro
conversione: si ricordi in proposito la sua omelia nella sinagoga di Nazaret,
che si conclude non solo con un fallimento ma con insulti e addirittura con un
tentativo di picchiarlo (cf. Lc 4,16-30) –; se le sue parole suscitavano una
decisione di ricezione-ascolto oppure di rigetto, non era solo per il loro
contenuto, per l’annuncio che contenevano, ma perché provenivano da lui, dalla
sua umanità contrassegnata da «grazia e verità» (Gv 1,14). Se accadeva qualcosa
nel cuore degli ascoltatori, questo non era dovuto solo alla parola di Gesù ma
al suo essere credibile, cioè capace di testimoniare con la sua vita, al limite
dal suo essere eloquente senza proferire parola. Potremmo applicare a lui un
apoftegma tradizionale dei padri del deserto: «Bastava vederlo»… La sua
dottrina era sì sapienza, ma era soprattutto affidabile, credibile e perciò
autorevole: o meglio, era una sapienza resa affidabile e autorevole dalla sua stessa
persona.
Enzo Bianchi, La passione del predicatore in “La
rivista del clero” 2/2011, passim
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