giovedì 10 aprile 2014

10 aprile 2014 - La credibilità di Gesù

«Mai un uomo ha parlato così!».
(Gv 7,46)

Di fronte alla predicazione di Gesù gli ascoltatori «stupivano per il suo insegnamento (didaché), perché insegnava come uno che ha autorevolezza (exousía) e non come gli scribi» (Mc 1,22; Mt 7,28-29; cf. Lc 4,32). Diranno ancora le folle: «Che è mai questo? Un insegnamento (didaché) nuovo, con autorevolezza (exousía)» (Mc 1,27). Anche nel quarto vangelo c’è un’eco di questa reazione: «Mai un uomo ha parlato come costui» (Gv 7,46). Ciò che è messo in risalto da tali commenti è il novum dell’insegnamento della buona notizia, ma un novum che è tale più per l’autorevolezza di chi lo esprime che per il contenuto dell’insegnamento stesso. La reazione dell’uditorio dice più di Gesù che non del suo insegnamento: Gesù è un maestro, un profeta credibile, affidabile, e per questo ha exousía. Da dove nasceva questa sua credibilità? Non dobbiamo cercarla in una forza sovraumana o in un preteso straordinario divino: ciò che era straordinario in Gesù era la sua umanità, la sua pratica umana della fede. Gesù era un predicatore che aveva autorevolezza perché in lui non c’era frattura tra le sue parole, i suoi gesti, i suoi sentimenti, il suo comportamento. Da questa sua integrità nasceva anche la sua autorevolezza di predicatore, giudicato in modo diverso rispetto agli scribi, ai professionisti della religione, a chi lo fa per mestiere!
Se le parole di Gesù arrivavano al cuore degli ascoltatori – e non sempre provocando la loro conversione: si ricordi in proposito la sua omelia nella sinagoga di Nazaret, che si conclude non solo con un fallimento ma con insulti e addirittura con un tentativo di picchiarlo (cf. Lc 4,16-30) –; se le sue parole suscitavano una decisione di ricezione-ascolto oppure di rigetto, non era solo per il loro contenuto, per l’annuncio che contenevano, ma perché provenivano da lui, dalla sua umanità contrassegnata da «grazia e verità» (Gv 1,14). Se accadeva qualcosa nel cuore degli ascoltatori, questo non era dovuto solo alla parola di Gesù ma al suo essere credibile, cioè capace di testimoniare con la sua vita, al limite dal suo essere eloquente senza proferire parola. Potremmo applicare a lui un apoftegma tradizionale dei padri del deserto: «Bastava vederlo»… La sua dottrina era sì sapienza, ma era soprattutto affidabile, credibile e perciò autorevole: o meglio, era una sapienza resa affidabile e autorevole dalla sua stessa persona.
Enzo Bianchi, La passione del predicatore in “La rivista del clero” 2/2011, passim


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