«Voi dunque pregate così: Padre».
(Mt 6,9)
Quando pregate dite: «Padre». Perché il segreto della
nostra vita è «oltre noi». Nessuno è padre di se stesso. Dici: «Padre», e ti
apri a un «al di là» che annunci come il segreto del tuo vivere; senti che
nella tua vita sono in gioco forze più grandi di te, che l’onda di un mare
invisibile viene a battere sulle sponde della vita quotidiana. Dici: «nostro».
E affermi che unica è la fonte gioiosa della materia, che tutti siamo scintille
del grande braciere della vita. Pregare così è sentire nascere in cuore il
canto della comune sorgente segreta. Tutte le preghiere di Gesù che i Vangeli
ci hanno tramandato iniziano con la parola «Padre», che ricorre oltre centoquaranta volte
sulla sua bocca, come una delle sue caratteristiche inconfondibili. Perché
inconfondibile? Se quasi tutti, sumèri, egizi, greci, latini attribuiscono ai
maggiori dei loro il titolo di Padre, se questa parola raccoglie il senso della
precarietà e della dipendenza di ogni creatura sotto il sole, se anche gli
ebrei si rivolgono al Signore chiamandolo Padre, perché mai è caratteristica di
Gesù? Solo il Corano non applica mai a Dio il nome di Padre: i credenti
islamici sono i devoti, gli obbedienti, gli esecutori, ma non i figli.
I vangeli però riferiscono che Gesù pregava impiegando
un’espressione particolare: Abbà. Abbà è un termine aramaico, la lingua
corrente parlata dal popolo, il nome con cui i bambini in casa chiamano il
papà, mentre fuori casa o in pubblico il figlio che incontra il genitore lo
chiama «signore». È la parola più confidenziale, più affettuosa, più familiare.
In sinagoga, nelle solenni liturgie in ebraico, Dio è chiamato «Abinu, Padre
nostro», o più semplicemente «Abi, Padre mio». Gesù nel colloquio con Dio usa
il linguaggio dei bambini non quello dei rabbini, sceglie la lingua di casa non
quella della sinagoga, preferisce il dialetto del cuore e del popolo.
Accade qualcosa che Dante nell’ultimo Canto del
Paradiso esprime così: «Ormai sarà più corta mia favella... che d’infante che
bagni ancor la lingua alla mammella». Alla fine del lungo cammino spirituale,
giunto davanti a Dio, l’unica parola che rimane è quella del bambino che non sa
ancora parlare o del mistico che non parla più, un silenzio che è amore senza
parole, come lo è il balbettare del poppante attaccato al seno, appagato di
pienezza. Il bambino e il mistico ripetono come un balbettìo infinito una sola
sillaba ab-bà, ab-bà. Che tradotta in italiano diventa «papà, babbo», anche qui
un raddoppio tenero, balbettìo di un’unica sillaba. Diventare come bambini che
hanno «intelletto d’amore» (Dante), che capiscono le persone attraverso il
linguaggio dell’affetto. L’amore è la prima intelligenza del bambino, ha in
dono gli occhi più profondi e penetranti.
Gesù conosce e usa altri nomi di Dio: Signore, Re,
Giudice, Padrone, Vignaiolo, Pastore, Seminatore, ma tutti sono sotto il grande
arcobaleno della bontà e della tenerezza di Dio come abbà-papà; tutti sono
aggettivi di Dio, Abbà è il suo nome proprio. Nome in cui si sommano verità e
tenerezza. «Sono disposto a rispettare la verità, purché si sposi con la
tenerezza» (Ezra Pound). La verità da sola può essere anche un’insopportabile
violenza, crea le guerre sante e le inquisizioni. «La mia verità contro la tua
verità», e nascono conflitti e odi legittimati. Per contro la tenerezza da sola
è sterile, emozione occasionale, fortuita, senza progetto, e forse anche
narcisista. È il buonismo, bontà senza verità, dove tutto si equivale. Ma
quando verità e tenerezza sono intrecciate insieme, come nella figura dell’Abbà,
allora trasmettono pienezza.
Nella Bibbia i nomi di Dio diventano degli imperativi
per l’uomo (G. Von Rad). E quando prego Dio dicendogli «Padre», da quella
parola io sono inviato a farmi padre e madre d’altri, a custodire altre vite
con la mia vita.
(Ermes Ronchi)

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