Il
popolo d’Israele, che vive l’esperienza della progressiva comprensione e
conoscenza del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe rappresenta tutti gli
uomini perché coloro che appartenevano a questo popolo, pur essendo benedetti e
visitati da Dio, pur essendo accompagnati nei periodi più duri e difficili
dalla presenza provvidenziale del Dio creatore, salvatore, redentore, spesso si
sono smarriti cercando nuove esperienze, altre divinità da seguire, seguendo
tradizioni che non erano quelle dei Padri.
Ci assomiglia
questo popolo perché anche per noi è così, personalmente o socialmente.
Personalmente
può essere il fatto che non dedichiamo tempo alla Scrittura, alla conoscenza
della Parola di Dio e dedichiamo, magari, più tempo a letture, a conoscenze che
non ci permettono di approfondire la nostra fede nel Dio di Gesù Cristo.
Socialmente lo vediamo: cresce il numero di coloro che si professano non
credenti o che non dicono di appartenere in modo forte, deciso, all’esperienza
religiosa, cristiana; altri professano un assoluto rifiuto di Dio. Tutti noi
sappiamo che crediamo in qualcosa, che poniamo la nostra fiducia, la nostra
speranza, il senso di quello che facciamo, le motivazioni del nostro agire
quotidiano in qualche cosa, in qualcuno, anche se non è Dio.
Ci
assomiglia perché, pur facendo esperienza di un Dio che si mette in gioco
personalmente, che non manda altri, ma che Lui stesso si fa vicino al suo
popolo, questo popolo si dimentica
spesso di essere stato prescelto, prediletto, di essere stato condotto da Dio
attraverso le esperienze più difficili, di non essere mai stato abbandonato.
Gesù
dice a coloro che lo rifiutavano in quel momento “voi non avete memoria perché vi dimenticate della Scrittura, pensate di
essere padroni, di conoscerla, di poterla insegnare… Avete elaborato una serie
infinita di precetti, siete maestri della legge ma non la conoscete, non vi
lasciate scrutare in profondità, non fate come Mosè che quella parola la
custodiva prima che sulle labbra, nel cuore e poteva agire con forza e coraggio
anche davanti al faraone, perché era mosso da quella parola. Voi, invece, no.
Non sapete neppure leggere i tempi, non sapete leggere questo evento che è
legato alla mia presenza. Mi rifiutate in nome di una parola che invece io sono
venuto a portare a compimento”.
Anche
noi oggi siamo interrogati innanzitutto su questo: ma quale conoscenza ho della Parola di Dio? È facile sentire dire
da molti cristiani che il Primo Testamento è difficile, che dopo averlo letto
si è ancora più confusi. Ci dimentichiamo che è Parola di Dio, Parola che è
Dio, che Dio è creativo, che Dio è Creatore, che solamente lo spendere del
tempo nella conoscenza di Lui ci può permettere di fare esperienza.
Anche
del Nuovo Testamento potremmo dire la stessa cosa: quale conoscenza abbiamo dei Vangeli, degli Atti degli Apostoli, delle
lettere di Paolo e degli altri apostoli, dell’Apocalisse? Potremmo
raccontare la nostra fede argomentandola non a partire da qualche tradizione o
da qualche nozione che abbiamo un po’ afferrato o fissato nella mente, ma
attraverso quella Parola che ascoltiamo ogni domenica, che ci viene proposta e
che dovrebbe essere luce, lampada al nostro cammino.
La
prima domanda che ci teniamo nel cuore oggi e che diventa poi motivo di
riflessione nei prossimi giorni è questa: quale
conoscenza ho della Scrittura?
Gesù
poi dice che c’è un legame profondo tra l’esperienza del popolo d’Israele e la
sua presenza, che non c’è una frattura, che Lui è venuto a portare a compimento,
che nulla di quanto il Signore ha manifestato attraverso la fedeltà al suo
popolo viene cancellata, ma viene portata al compimento. Così, certo, alcune
pagine della Scrittura che ci sembrano difficili da capire, vanno interpretate
alla luce dell’evento di Gesù Cristo, perché senza di questo rimarremmo
certamente un po’ disorientati. Abbiamo bisogno anche noi di comprendere sempre
di più come l’intera storia degli uomini è all’interno di un progetto che non è
nelle mani del caso, del più potente o del più forte. Tutti i grandi poteri,
anche quelli che sembrano intramontabili, anche quelli che dicevano qui non tramonta il sole sono finiti.
Allora
l’altra domanda che abbiamo nel cuore è: quale
sguardo ho sulla storia? Sono un credente nel Dio di Gesù Cristo e credo che la
storia sia guida da Dio oppure anch’io sono tra quelli che, in questo in modo
particolare, dicono che la storia è in mano all’ingiustizia, alla violenza? Tra
quelli che pensano che la storia degli uomini è una storia di morte e così il
giudizio che abbiamo sugli eventi di questi giorni è quello magari
dell’indifferenza, dell’impotenza, del giudizio sommario, della chiacchiera…
dimenticandoci che Dio da sempre si serve dell’umanità per rivelare se stesso:
Dio si è fatto carne, si è fatto uomo e ha lasciato a questa chiesa, a noi, il
compito di mostrare il volto di Dio.
A
volte l’impressione che ho è che noi cristiani non crediamo veramente che la
nostra umanità sia condotta e accompagnata da Dio e che pensiamo alla chiesa
non come uno strumento di salvezza ma come un’istituzione a volte un po’
ingombrante, che ci sembra sempre troppo contraddittoria. In realtà, noi
veniamo qui all’Eucaristia per ricordarci che Dio si è fatto carne, che Dio ha
scelto di dare la vita per ogni uomo, che questo mistero è custodito nella
fragilità della chiesa che attraverso la storia continua ad offrire l’unico
messaggio: Gesù Cristo, il Figlio di Dio crocifisso, è risorto. E continua a
guardare con speranza al compimento buono di questa umanità, pur sentendola e
vedendola ferita da tante ingiustizie e indifferenze che sono conseguenza dell’incapacità
di ricordarci che non viviamo per sempre, che la nostra vita ha un termine
perché si apra alla vita eterna ma che il modo in cui vivo ora determina anche
la mia vita eterna.
Allora
chiediamo al Signore di essere uomini e donne che scelgono che, sempre di più,
a guidare la propria vita sia la Parola di Dio. Abbandoniamo ogni altro insegnamento
che ci porta lontano dal Signore, che ci confonde, ci disorienta, ci rende
insicuri.
Chiediamo
di avere uno sguardo sull’umanità come quello che ha Dio che continua a sceglierla
come luogo dove manifestare la sua presenza, anche attraverso la povertà di
coloro che compongono quel popolo non di perfetti ma di peccatori riconciliati,
che è la chiesa.
Spesso,
corriamo il rischio di essere cristiani anonimi, che non danno fastidio a
nessuno né per le proprie parole né per le proprie scelte di vita, ma siamo
discepoli di uno che ha pagato con la vita essere fedele alle sue convinzioni e
a quella parola di Verità che ha annunciato apertamente. Abbiamo bisogno di
essere testimoni più autentici, più coraggiosi, di stare di fronte a tutti
dicendo io so che questa mia storia è
nelle mani di Dio, io so che la storia degli uomini non è brutta e che io con
la mia vita posso contribuire a renderla sempre di più ad immagine del cuore
che Dio ci ha rivelato in Gesù Cristo.
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