domenica 6 settembre 2015

6 settembre 2015 - II domenica dopo il martirio di S. Giovanni



Il popolo d’Israele, che vive l’esperienza della progressiva comprensione e conoscenza del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe rappresenta tutti gli uomini perché coloro che appartenevano a questo popolo, pur essendo benedetti e visitati da Dio, pur essendo accompagnati nei periodi più duri e difficili dalla presenza provvidenziale del Dio creatore, salvatore, redentore, spesso si sono smarriti cercando nuove esperienze, altre divinità da seguire, seguendo tradizioni che non erano quelle dei Padri.
Ci assomiglia questo popolo perché anche per noi è così, personalmente o socialmente.
Personalmente può essere il fatto che non dedichiamo tempo alla Scrittura, alla conoscenza della Parola di Dio e dedichiamo, magari, più tempo a letture, a conoscenze che non ci permettono di approfondire la nostra fede nel Dio di Gesù Cristo. Socialmente lo vediamo: cresce il numero di coloro che si professano non credenti o che non dicono di appartenere in modo forte, deciso, all’esperienza religiosa, cristiana; altri professano un assoluto rifiuto di Dio. Tutti noi sappiamo che crediamo in qualcosa, che poniamo la nostra fiducia, la nostra speranza, il senso di quello che facciamo, le motivazioni del nostro agire quotidiano in qualche cosa, in qualcuno, anche se non è Dio.
Ci assomiglia perché, pur facendo esperienza di un Dio che si mette in gioco personalmente, che non manda altri, ma che Lui stesso si fa vicino al suo popolo,  questo popolo si dimentica spesso di essere stato prescelto, prediletto, di essere stato condotto da Dio attraverso le esperienze più difficili, di non essere mai stato abbandonato.
Gesù dice a coloro che lo rifiutavano in quel momento “voi non avete memoria perché vi dimenticate della Scrittura, pensate di essere padroni, di conoscerla, di poterla insegnare… Avete elaborato una serie infinita di precetti, siete maestri della legge ma non la conoscete, non vi lasciate scrutare in profondità, non fate come Mosè che quella parola la custodiva prima che sulle labbra, nel cuore e poteva agire con forza e coraggio anche davanti al faraone, perché era mosso da quella parola. Voi, invece, no. Non sapete neppure leggere i tempi, non sapete leggere questo evento che è legato alla mia presenza. Mi rifiutate in nome di una parola che invece io sono venuto a portare a compimento”.
Anche noi oggi siamo interrogati innanzitutto su questo: ma quale conoscenza ho della Parola di Dio? È facile sentire dire da molti cristiani che il Primo Testamento è difficile, che dopo averlo letto si è ancora più confusi. Ci dimentichiamo che è Parola di Dio, Parola che è Dio, che Dio è creativo, che Dio è Creatore, che solamente lo spendere del tempo nella conoscenza di Lui ci può permettere di fare esperienza.
Anche del Nuovo Testamento potremmo dire la stessa cosa: quale conoscenza abbiamo dei Vangeli, degli Atti degli Apostoli, delle lettere di Paolo e degli altri apostoli, dell’Apocalisse? Potremmo raccontare la nostra fede argomentandola non a partire da qualche tradizione o da qualche nozione che abbiamo un po’ afferrato o fissato nella mente, ma attraverso quella Parola che ascoltiamo ogni domenica, che ci viene proposta e che dovrebbe essere luce, lampada al nostro cammino.
La prima domanda che ci teniamo nel cuore oggi e che diventa poi motivo di riflessione nei prossimi giorni è questa: quale conoscenza ho della Scrittura?
Gesù poi dice che c’è un legame profondo tra l’esperienza del popolo d’Israele e la sua presenza, che non c’è una frattura, che Lui è venuto a portare a compimento, che nulla di quanto il Signore ha manifestato attraverso la fedeltà al suo popolo viene cancellata, ma viene portata al compimento. Così, certo, alcune pagine della Scrittura che ci sembrano difficili da capire, vanno interpretate alla luce dell’evento di Gesù Cristo, perché senza di questo rimarremmo certamente un po’ disorientati. Abbiamo bisogno anche noi di comprendere sempre di più come l’intera storia degli uomini è all’interno di un progetto che non è nelle mani del caso, del più potente o del più forte. Tutti i grandi poteri, anche quelli che sembrano intramontabili, anche quelli che dicevano qui non tramonta il sole sono finiti.
Allora l’altra domanda che abbiamo nel cuore è: quale sguardo ho sulla storia? Sono un credente nel Dio di Gesù Cristo e credo che la storia sia guida da Dio oppure anch’io sono tra quelli che, in questo in modo particolare, dicono che la storia è in mano all’ingiustizia, alla violenza? Tra quelli che pensano che la storia degli uomini è una storia di morte e così il giudizio che abbiamo sugli eventi di questi giorni è quello magari dell’indifferenza, dell’impotenza, del giudizio sommario, della chiacchiera… dimenticandoci che Dio da sempre si serve dell’umanità per rivelare se stesso: Dio si è fatto carne, si è fatto uomo e ha lasciato a questa chiesa, a noi, il compito di mostrare il volto di Dio.
A volte l’impressione che ho è che noi cristiani non crediamo veramente che la nostra umanità sia condotta e accompagnata da Dio e che pensiamo alla chiesa non come uno strumento di salvezza ma come un’istituzione a volte un po’ ingombrante, che ci sembra sempre troppo contraddittoria. In realtà, noi veniamo qui all’Eucaristia per ricordarci che Dio si è fatto carne, che Dio ha scelto di dare la vita per ogni uomo, che questo mistero è custodito nella fragilità della chiesa che attraverso la storia continua ad offrire l’unico messaggio: Gesù Cristo, il Figlio di Dio crocifisso, è risorto. E continua a guardare con speranza al compimento buono di questa umanità, pur sentendola e vedendola ferita da tante ingiustizie e indifferenze che sono conseguenza dell’incapacità di ricordarci che non viviamo per sempre, che la nostra vita ha un termine perché si apra alla vita eterna ma che il modo in cui vivo ora determina anche la mia vita eterna.
Allora chiediamo al Signore di essere uomini e donne che scelgono che, sempre di più, a guidare la propria vita sia la Parola di Dio. Abbandoniamo ogni altro insegnamento che ci porta lontano dal Signore, che ci confonde, ci disorienta, ci rende insicuri.
Chiediamo di avere uno sguardo sull’umanità come quello che ha Dio che continua a sceglierla come luogo dove manifestare la sua presenza, anche attraverso la povertà di coloro che compongono quel popolo non di perfetti ma di peccatori riconciliati, che è la chiesa.
Spesso, corriamo il rischio di essere cristiani anonimi, che non danno fastidio a nessuno né per le proprie parole né per le proprie scelte di vita, ma siamo discepoli di uno che ha pagato con la vita essere fedele alle sue convinzioni e a quella parola di Verità che ha annunciato apertamente. Abbiamo bisogno di essere testimoni più autentici, più coraggiosi, di stare di fronte a tutti dicendo io so che questa mia storia è nelle mani di Dio, io so che la storia degli uomini non è brutta e che io con la mia vita posso contribuire a renderla sempre di più ad immagine del cuore che Dio ci ha rivelato in Gesù Cristo. 

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