«L’amico dello sposo esulta di gioia
alla voce dello sposo».
(Gv 3,29)
La testimonianza del Battista si esprime anche attraverso la parabola dell'amico dello sposo. Secondo l'ambiente giudaico di allora questo particolare amico era colui che aveva il compito di preparare la sposa, di condurla a casa dello sposo, di introdurla nella casa, di rimanere fuori e di rallegrarsi sentendo lo sposo gioire nella stanza nuziale. Ecco l'applicazione che ne fa Giovanni: «Chi possiede la sposa è lo sposo ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo».
Dopo quanto detto, il versetto dovrebbe apparire chiaro; ma la sua chiarezza cresce alla luce di due novità. Nel linguaggio dei profeti lo sposo è sempre Javhè nei riguardi di Israele: l'immagine sponsale è quindi riferita a Dio. Qui invece l'immagine viene letta in chiave messianica, perché lo sposo è Gesù. In lui si rivela e si comunica l'amore nuziale di Dio verso il suo popolo, quell'amore di dio sposo verso Israele di cui hanno parlato i profeti e di cui sono ricche le pagine dell'Antico Testamento. Questo amore oggi noi lo vediamo e lo riceviamo come nostro ad opera di Gesù, lo sposo.
La seconda novità consiste che in questo brano non si parla suolo dello sposo, ma ache della sposa. La sposa è la folla che accore a Gesù, la nuova comunità che si forma accanto a lui, la comunità dei discepoli, cioè di coloro che ascoltano la sua Parola, la accolgono e credono: questa comunità è la Chiesa.

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