«Non temere, soltanto abbi fede!».
(Mc 5, 36)
La
figlia di Giairo ha dodici anni.
Dodici
è il numero della totalità in Israele, Marco oggi ci parla di una situazione in
cui descrive il massimo del dolore, la totalità della disperazione, l’apoteosi
della tragedia, quando la barca viene travolta dalla tempesta.
Giairo
è disperato: esiste un dolore più devastante della morte di un figlio?
La
gente esce fuori dalla casa di Giairo urlando: la ragazza è morta.
Gesù
insiste, entra, dice che dorme. E viene deriso.
Come?
Viene
deriso? Che gente è che prima urla e un secondo dopo deride? Che dolore finto è
il loro se si prendono la briga di denigrare l’affermazione del Nazareno? Che
cattivo gusto hanno queste persone che passano dalla disperazione alla burla?
Ipocriti,
finti, fasulli.
Dolore
di facciata, malvagità a malapena repressa, bieca esteriorità.
Gesù
invece sa. Lui che piangerà davanti all’amico Lazzaro conosce, partecipa, si
lascia coinvolgere. Darà la vita per Lazzaro, per noi, per me.
Il
nostro Dio non è indifferente, non finge di soffrire.
Gesù
dice a Giairo: “Non avere paura, solo continua ad avere fede”.
Questa
è la differenza, questo il solco che si crea tra Giairo e i suoi parenti che
addirittura deridono il buonumore a parer loro farneticante di Gesù: la fede.
La fede
placa le tempeste interiori, la fede ci guarisce dalle ferite interiori, la
fede ci risuscita. Questa è la riflessione di Marco.
E la
nostra, spero.
L’atteggiamento
del cristiano di fronte alla morte è la fede.
La
morte è e resta il più inquietane interrogativo del destino dell’uomo e, anche
sulla possibilità della reale bontà di Dio.
Se Dio
è buono, perché la morte? Gesù è venuto a darci una buona notizia anche sulla
morte.
Noi
crediamo di essere stati creati immortali, e di essere nelle mani di Dio.
Questa vita che viviamo, la viviamo proiettata nel futuro come una pienezza.
Questo
Dio tenerissimo che solleva la figlia di Giairo è colui che ha per noi un
destino di vita e di Risurrezione.
Basta?
Non lo so, davvero.
Ai
tanti Giairo cui muore la figlia non so se basta.
Elemosiniamo
certezza e salvezza, la fede è solo una flebile fiamma per attraversare il mare
in tempesta.
Mi
fido, amici, mi fido con tutta la mia disperazione, e ai fratelli che leggono
queste parole addito il Figlio di Dio che ci solleva dalla tenebra.
Infine
consideriamo le tante morti interiori da cui dobbiamo risorgere: la fanciulla,
segno di autenticità, di purezza, spesso giace immobile nella nostra vita;
troppe le delusioni, le stanchezze, per essere ancora ottimisti. Da quale morte
interiore dobbiamo risorgere?
Solo,
abbiamo fede, questo il Signore Gesù ci chiede per una nuova vita in Lui.
Il
Rabbì oggi ci dice: “Talità kum!”
(Paolo Curtaz)

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