«Quello
che è di Cesare rendetelo a Cesare,
e
quello che è di Dio, a Dio».
(Mc
12,17)
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| Preti Mattia, La moneta del tributo, Pinacoteca di Brera - Milano |
È una bella domanda, davvero, quella posta dai farisei. Sottintende molte
questioni spinose: la collaborazione con l'invasore romano, il rapporto della
religione con l'autorità civile, la questione morale delle tasse, c'è di che
imbastire un bel talk-show in prima serata! Peccato che dietro, però, si
nasconde la perfidia e l'inganno, il desiderio di mettere in palese difficoltà
e contraddizione il Rabbì di Nazareth. No, non gliene importa nulla delle
tasse, ai farisei, al solito si arrangeranno, faranno, come noi, i furbetti per
pagarne meno, si lamenteranno al bar sport del governo di turno. Succede un
sacco di volte anche a me: persone che pongono scottanti questioni etiche e
teologiche che, tristemente, nascondono veemenza e pregiudizio. Allora non
resta che dare risposte inutili a domande inutili, rifugiarsi in un comodo
sorriso di circostanza dicendo: «Non conosco bene l'argomento», come
argomentare con chi non vuole sentire? La riposta che Gesù da, invece, è
folgorante e gravida di conseguenze: «Date a Cesare ciò che è di Cesare». Cioè:
siete capaci a valutare le cose terrene da soli; un cristiano non conosce
magicamente la soluzione ai problemi quotidiani del cittadino, è chiamato ad
affrontarli con la logica del Vangelo, confrontandosi con gli altri. Per poi
dare a Dio ciò che gli compete, cioè l'essenziale: il cuore, l'amore, la fede.
(Paolo Curtaz)

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