«Da che mondo è mondo,
non si è mai sentito dire che uno
abbia aperto gli occhi a un cieco
nato».
(Gv 9,32)
Una
carezza di luce sul cieco. Gesù tocca e illumina gli occhi di un mendicante che
ci rappresenta tutti.
Una
carezza di luce che diventa carezza di libertà. Chi non vede deve appoggiarsi
ad altri, a muri, a un bastone, ai genitori, a farisei. Chi vede cammina
sicuro, senza dipendere da altri, libero. Come il cieco del Vangelo che guarito
diventa forte, non ha più paura, tiene testa ai sapienti, bada ai fatti
concreti e non alle parole. Si nutre di luce e osa. Libero.
Una
carezza di libertà che diventa carezza di gioia. Perché vedere è godere i
volti, la bellezza, i colori. La luce è un tocco di allegria che si posa sulle
cose. Così la fede, che è visione nuova delle cose, crea uno sguardo lucente
che porta luce là dove si posa: «Voi siete luce nel Signore» (Efesini 5,8).
I
farisei, quelli che sanno tutte le regole, non provano gioia per gli occhi nuovi
del cieco perché a loro interessa la Legge e non la felicità dell'uomo: mai
miracoli di sabato! Non capiscono che Dio preferisce la felicità dei suoi figli
alla fedeltà alla legge, che parla il linguaggio della gioia e per questo
seduce ancora.
Funzionari
delle regole e analfabeti del cuore.
Mettono
Dio contro l'uomo ed è il peggio che possa capitare alla nostra fede. Dicono:
«I poveri restino pure poveri, i mendicanti continuino a mendicare, i ciechi si
accontentino, purché si osservi il sabato! Gloria di Dio è il precetto
osservato!». E invece no, gloria di Dio è un uomo che torna a vedere. E il suo
lucente sguardo dà lode a Dio più di tutti i sabati!
Ed è
una dura lezione: i farisei mostrano che si può essere credenti senza essere
buoni; che si può essere uomini di Chiesa e non avere pietà; è possibile 'operare'
in nome di Dio e andare contro Dio. Amministratori del sacro e analfabeti del
cuore.
Nelle
parole dei farisei il termine che ricorre più spesso è «peccato»: «Sappiamo che
sei peccatore; sei nato tutto nei peccati; se uno è peccatore non può fare
queste cose»; anche i discepoli avevano chiesto: «Chi ha peccato? Lui o i suoi
genitori?». Il peccato è innalzato a teoria che spiega il mondo, che interpreta
l'uomo e Dio. Gesù non ci sta: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori». Si
allontana subito, immediatamente, con la prima parola, da questa visione per
dichiarare come essa renda ciechi su Dio e sugli uomini. Parlerà del peccato
solo per dire che è perdonato, cancellato.
Il
peccato non spiega Dio. Dio è compassione, futuro, approccio ardente, mano viva
che tocca il cuore e lo apre, amore che fa nascere e ripartire la vita, che
porta luce. E il tuo cuore ti dirà che tu sei fatto per la luce.
(Ermes Ronchi)

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