Non
so se prima di quella sera la parola comunione
fosse così densa di significato. Non so se prima di quella Cena, questo gesto
di condividere il pane e il vino fosse già, per quegli uomini seguaci di Gesù,
un segno così grande di comunione.
Quello
che so è che da quella sera è così.
Così,
in quella Cena, l’ultima, che noi carichiamo giustamente di tutta l’attesa
della morte sulla croce, Gesù compie il gesto più quotidiano, che è il
condividere il cibo, il pane, e pone in esso tutto se stesso Ci dice che il Dio
in cui noi crediamo è uno che non spezza nessuno, ma che è Lui stesso che si
spezza per gli altri; ci dice che il Dio in cui noi poniamo la nostra fiducia è
uno che non impone dei sacrifici ma Lui stesso si fa sacrificio, non è uno che versa
la sua ira sul peccato ma che spande il proprio sangue, il perdono.
Ancora,
lo stupore di questa volontà di Dio di essere così vicino a noi da diventare
noi. Questo pane posto tra le nostre mani per dire un’assoluta impotenza. Tutte
le volte che prendiamo in mano qualcosa noi esercitiamo un potere e Lui si fa
così, piccolo, pane nelle nostre mani. Per questo, quando veniamo a riceverlo,
dovremmo provare la trepidazione di chi sente che il suo Dio lo sceglie per
farsi così vicino da essere custodito nella fragilità delle mie mani che sono
anche, a volte, il luogo del mio peccato. E poi, pane che mettiamo in bocca: noi
non mettiamo tutto in bocca, ma riconosciamo in quel gesto la volontà di Dio di
farsi parte di noi, di diventare noi Lui.
Questo
diventare cibo: ci domandiamo perché a volte ci capita di starne a lungo
lontano, perché ci capita a volte di non desiderare che Lui sia parte di me,
dentro di me, che sia la mia vita.
Una delle più grandi sofferenze di questi anni
non è tanto il fatto che ci sia sempre qualcuno che non è contento di quello
che faccio, o di quello che dico, o di quello che sono, ma è il vedere come tanti
uomini e donne cristiane che possono ricevere il Corpo di Cristo, lo evitano.
Così è triste quando celebro e posso consegnare il Pane della Comunione a
pochi; non significa certamente fare degli sconti – chi tra voi ha qualche anno
in più ricorda un tempo in cui bisognava confessarsi per fare la comunione e
così tanti custodiscono quella memoria e rimangono a lungo senza ricevere il
Corpo di Cristo -, ma la domanda è questa: se Gesù è Colui che da la Vita, se
Lui è la fonte della Comunione, se Lui è la Parola ultima e definitiva di Dio,
se Lui veramente è il Signore della Vita, come faccio a stare lontano? Come può
essere estraneo alla mia esistenza, come può essere marginale al mio vivere?
Gesù,
attraverso questo segno del pane e del vino ci parla di tutta la sua vita, fin
dal primo giorno, quando uscendo dal grembo della Madre, in quella città di Betlemme
– il paese “del pane” – ci racconta come tutta la sua storia sia stata un dono,
che passa attraverso il legno duro della mangiatoia fino a quello ancora più
duro della croce, che ha il volto dei suoi amici e dei suoi nemici, che è quel
desiderio di dono che arriva a tutti, agli ammalati, ai lebbrosi, agli impuri,
ai peccatori: questo racconta il Pane, l’Eucaristia. Così capisco subito che
non c’è più spazio nel mio cuore per la condanna, il giudizio, per
l’esclusione, per la maledizione. Se Lui ha fatto della sua vita tutto un dono,
io sono suo discepolo, sono suo amico e non posso che desiderare che la mia
vita sia così: comunione cercando di
dare a questa parola, sempre di più, il significato autentico e facendo in modo
che la mia partecipazione all’Eucaristia sia davvero il cuore di una vita
continuamente rinnovata. Il fatto di ripetere il gesto dell’Eucaristia è perché
mi dimentico in fretta di questo amore, perché ho bisogno sempre di imparare
questi gesti di comunione, perché l’ansia di prendere, di possedere mi
attanaglia sempre, perché ‘avere, il possedere e l’apparire sono legate a
tentazioni che hanno attraversato anche il Cuore di Cristo e che lui ha
combattuto dicendo: “Non solo del
desiderio della carne si vive, ma anche di quello del cuore”, non si vive
solamente di parole che stupiscono nell’immediato, ma di parole che hanno lo
spessore dell’eternità, perché non si tenta Dio, ma si lascia che Lui guidi
sempre la mia vita.
Fare
comunione: è quello che il Signore ci chiede ogni giorno nel gesto del prendere e mangiare, del prendere e bere,
ma che ci chiede poi nel gesto quotidiano di andare incontro agli altri con lo
stesso desiderio suo, che nessuno venga escluso da questo banchetto, perché
piena comunione e compimento del regno dei cieli sarà quando ogni uomo saprà
riconoscere il quel gesto la somma gratuità e desidererà partecipare, pur nella
fragilità della sua esistenza pur portando dentro di sé il marchio del peccato
perché quel pane, quel vino, il Corpo e il Sangue di Cristo sono dati per il
perdono.
Oggi
noi siamo qui in questa solennità, che celebriamo nel corso della Settimana e abbiamo nel cuore una
grande preghiera che abbiamo alimentati in tanti mesi, che nel periodo ultimo
si è rafforzata, è diventata più intensa, emotivamente più coinvolgente,
affettivamente più forte perché stiamo accompagnando un giovane amico verso
quel momento in cui lui diventerà ministro, servo dell’Eucaristia. Dovremmo
lasciarci stupire unicamente da questo. Se il nostro cuore sarà riempito da
questo stupore, se proveremo per questo gesto che Gregorio compie – di
consegnare la sua vita al Signore – una partecipazione intensa del cuore,
allora questo evento non sarà solamente suo e inizierà già a diventare
benedizione. Inoltre, tutto quello che noi costruiamo per dire l’importanza di
questo evento avrà senso nella misura in cui noi ci lasciamo rapire dall’unico
desiderio: fare della nostra vita un pane spezza, fare del nostro amore il dono
di tutta la vita. Allora sosterremo Gregorio non solo in questo tempo, non solo
in quel giorno, in quei giorni di festa, ma in tutti i giorni, quelli lieti e
quelli difficili, come quelli di Gesù che sono stati giorni lieti e giorni
difficili, sapendo però che il Pane custodisce tutto questo perché ci parla
della vita quotidiana, ci parla del fatto che gli uomini da sempre hanno
cercato una compagnia nel condividere il pane.
Lasciamo
che il Signore cresca dentro di noi come desiderio di una vita donata. Lasciamo
che l’Eucaristia che celebriamo almeno la domenica, o in alcune occasioni belle
come questa durante la settimana, aumenti in noi il desiderio che questa parola
comunione diventi sempre di più una
parola che ci definisce, una parola che non è solamente riferimento a un gesto
sporadico, ma che è la nostra stessa vita. Veniamo a ricevere l’Eucaristia sempre
con una grande serenità, incontriamo il Re dei Re, il Signore dei Signore, il
Creatore del cielo e della terra. In quel pezzo di pane che viene posto nelle
nostre mani c’è il Principio e la Fine di tutto: in Lui siamo stati creati, in
Lui è salvezza. Dovremmo quasi essere tramortiti da questa grandezza che si fa
così umile, ma d’altra parte noi crediamo che il Dio creatore di tutto si è
fatto piccolo, bambino; che Dio, il Redentore, ha scelto la strada del dono
della vita, che il Dio salvatore ci ha aperto una via – quella dell’eternità –
che è per ciascuno di noi. Il Pane del cammino è il dono perché questa strada
di condivisione, di comunione con Lui sia più stupita, perché presto cieli e
nuovi e terra nuova non siano solamente alla fine della storia ma già in questa
nostra vita.
Il
Signore accompagni ciascuno di noi in questi giorni perché la preghiera che
eleviamo al Padre per i nostri futuri presbiteri, e tra loro per il nostro
amico Gregorio, sia così intensa da suscitare in noi il desiderio di una più
profonda comunione con Dio. Questo credo sarà il dono più bello
dell’Ordinazione presbiterale di Gregorio.
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