giovedì 4 giugno 2015

4 giugno 2015 - Solennità del Corpus Domini


Non so se prima di quella sera la parola comunione fosse così densa di significato. Non so se prima di quella Cena, questo gesto di condividere il pane e il vino fosse già, per quegli uomini seguaci di Gesù, un segno così grande di comunione.
Quello che so è che da quella sera è così.
Così, in quella Cena, l’ultima, che noi carichiamo giustamente di tutta l’attesa della morte sulla croce, Gesù compie il gesto più quotidiano, che è il condividere il cibo, il pane, e pone in esso tutto se stesso Ci dice che il Dio in cui noi crediamo è uno che non spezza nessuno, ma che è Lui stesso che si spezza per gli altri; ci dice che il Dio in cui noi poniamo la nostra fiducia è uno che non impone dei sacrifici ma Lui stesso si fa sacrificio, non è uno che versa la sua ira sul peccato ma che spande il proprio sangue, il perdono.
Ancora, lo stupore di questa volontà di Dio di essere così vicino a noi da diventare noi. Questo pane posto tra le nostre mani per dire un’assoluta impotenza. Tutte le volte che prendiamo in mano qualcosa noi esercitiamo un potere e Lui si fa così, piccolo, pane nelle nostre mani. Per questo, quando veniamo a riceverlo, dovremmo provare la trepidazione di chi sente che il suo Dio lo sceglie per farsi così vicino da essere custodito nella fragilità delle mie mani che sono anche, a volte, il luogo del mio peccato. E poi, pane che mettiamo in bocca: noi non mettiamo tutto in bocca, ma riconosciamo in quel gesto la volontà di Dio di farsi parte di noi, di diventare noi Lui.
Questo diventare cibo: ci domandiamo perché a volte ci capita di starne a lungo lontano, perché ci capita a volte di non desiderare che Lui sia parte di me, dentro di me, che sia la mia vita.
 Una delle più grandi sofferenze di questi anni non è tanto il fatto che ci sia sempre qualcuno che non è contento di quello che faccio, o di quello che dico, o di quello che sono, ma è il vedere come tanti uomini e donne cristiane che possono ricevere il Corpo di Cristo, lo evitano. Così è triste quando celebro e posso consegnare il Pane della Comunione a pochi; non significa certamente fare degli sconti – chi tra voi ha qualche anno in più ricorda un tempo in cui bisognava confessarsi per fare la comunione e così tanti custodiscono quella memoria e rimangono a lungo senza ricevere il Corpo di Cristo -, ma la domanda è questa: se Gesù è Colui che da la Vita, se Lui è la fonte della Comunione, se Lui è la Parola ultima e definitiva di Dio, se Lui veramente è il Signore della Vita, come faccio a stare lontano? Come può essere estraneo alla mia esistenza, come può essere marginale al mio vivere?
Gesù, attraverso questo segno del pane e del vino ci parla di tutta la sua vita, fin dal primo giorno, quando uscendo dal grembo della Madre, in quella città di Betlemme – il paese “del pane” – ci racconta come tutta la sua storia sia stata un dono, che passa attraverso il legno duro della mangiatoia fino a quello ancora più duro della croce, che ha il volto dei suoi amici e dei suoi nemici, che è quel desiderio di dono che arriva a tutti, agli ammalati, ai lebbrosi, agli impuri, ai peccatori: questo racconta il Pane, l’Eucaristia. Così capisco subito che non c’è più spazio nel mio cuore per la condanna, il giudizio, per l’esclusione, per la maledizione. Se Lui ha fatto della sua vita tutto un dono, io sono suo discepolo, sono suo amico e non posso che desiderare che la mia vita sia così: comunione cercando di dare a questa parola, sempre di più, il significato autentico e facendo in modo che la mia partecipazione all’Eucaristia sia davvero il cuore di una vita continuamente rinnovata. Il fatto di ripetere il gesto dell’Eucaristia è perché mi dimentico in fretta di questo amore, perché ho bisogno sempre di imparare questi gesti di comunione, perché l’ansia di prendere, di possedere mi attanaglia sempre, perché ‘avere, il possedere e l’apparire sono legate a tentazioni che hanno attraversato anche il Cuore di Cristo e che lui ha combattuto dicendo: “Non solo del desiderio della carne si vive, ma anche di quello del cuore”, non si vive solamente di parole che stupiscono nell’immediato, ma di parole che hanno lo spessore dell’eternità, perché non si tenta Dio, ma si lascia che Lui guidi sempre la mia vita.
Fare comunione: è quello che il Signore ci chiede ogni giorno nel gesto del prendere e mangiare, del prendere e bere, ma che ci chiede poi nel gesto quotidiano di andare incontro agli altri con lo stesso desiderio suo, che nessuno venga escluso da questo banchetto, perché piena comunione e compimento del regno dei cieli sarà quando ogni uomo saprà riconoscere il quel gesto la somma gratuità e desidererà partecipare, pur nella fragilità della sua esistenza pur portando dentro di sé il marchio del peccato perché quel pane, quel vino, il Corpo e il Sangue di Cristo sono dati per il perdono.
Oggi noi siamo qui in questa solennità, che celebriamo nel corso  della Settimana e abbiamo nel cuore una grande preghiera che abbiamo alimentati in tanti mesi, che nel periodo ultimo si è rafforzata, è diventata più intensa, emotivamente più coinvolgente, affettivamente più forte perché stiamo accompagnando un giovane amico verso quel momento in cui lui diventerà ministro, servo dell’Eucaristia. Dovremmo lasciarci stupire unicamente da questo. Se il nostro cuore sarà riempito da questo stupore, se proveremo per questo gesto che Gregorio compie – di consegnare la sua vita al Signore – una partecipazione intensa del cuore, allora questo evento non sarà solamente suo e inizierà già a diventare benedizione. Inoltre, tutto quello che noi costruiamo per dire l’importanza di questo evento avrà senso nella misura in cui noi ci lasciamo rapire dall’unico desiderio: fare della nostra vita un pane spezza, fare del nostro amore il dono di tutta la vita. Allora sosterremo Gregorio non solo in questo tempo, non solo in quel giorno, in quei giorni di festa, ma in tutti i giorni, quelli lieti e quelli difficili, come quelli di Gesù che sono stati giorni lieti e giorni difficili, sapendo però che il Pane custodisce tutto questo perché ci parla della vita quotidiana, ci parla del fatto che gli uomini da sempre hanno cercato una compagnia nel condividere il pane.
Lasciamo che il Signore cresca dentro di noi come desiderio di una vita donata. Lasciamo che l’Eucaristia che celebriamo almeno la domenica, o in alcune occasioni belle come questa durante la settimana, aumenti in noi il desiderio che questa parola comunione diventi sempre di più una parola che ci definisce, una parola che non è solamente riferimento a un gesto sporadico, ma che è la nostra stessa vita. Veniamo a ricevere l’Eucaristia sempre con una grande serenità, incontriamo il Re dei Re, il Signore dei Signore, il Creatore del cielo e della terra. In quel pezzo di pane che viene posto nelle nostre mani c’è il Principio e la Fine di tutto: in Lui siamo stati creati, in Lui è salvezza. Dovremmo quasi essere tramortiti da questa grandezza che si fa così umile, ma d’altra parte noi crediamo che il Dio creatore di tutto si è fatto piccolo, bambino; che Dio, il Redentore, ha scelto la strada del dono della vita, che il Dio salvatore ci ha aperto una via – quella dell’eternità – che è per ciascuno di noi. Il Pane del cammino è il dono perché questa strada di condivisione, di comunione con Lui sia più stupita, perché presto cieli e nuovi e terra nuova non siano solamente alla fine della storia ma già in questa nostra vita.

Il Signore accompagni ciascuno di noi in questi giorni perché la preghiera che eleviamo al Padre per i nostri futuri presbiteri, e tra loro per il nostro amico Gregorio, sia così intensa da suscitare in noi il desiderio di una più profonda comunione con Dio. Questo credo sarà il dono più bello dell’Ordinazione presbiterale di Gregorio.

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