“Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito,
è lui che battezza nello Spirito Santo”.
(Gv 1,33)
Tre titoli vengono attribuiti a Gesù, tre sintesi di un cammino semplice e strepitoso fatto da chi scrive, Giovanni l'evangelista, discepolo prima del Battista e poi del Nazareno, e dalla sua comunità.
Gesù è l'agnello di Dio che porta il peso del peccato (1,29), colui su cui rimane lo Spirito e battezza in Spirito (1,33), il Figlio stesso di Dio (1,34).
Sono titoli teologici che possiamo scoprire nella nostra ricerca di Dio.
Gesù è l'agnello che porta il peccato, come quello usato nello Yom Kippur, giorno di purificazione del popolo che scarica le sue colpe sul capro immolato in sacrificio per tutti, immagine prefigurata in Isaia del mite agnello condotto al macello. Rispetto alla tragedia dell'umanità, all'inquietante dilemma del male e della violenza, Dio si schiera, si esprime, si coinvolge: egli è colui che si lascia uccidere, che assume su di sé sofferenza e tenebra, che la redime, portandola.
Giovanni resterà turbato dal vedere il Messia mischiato tra la folla di penitenti. Dio condivide e assume su di sé tutta l'oscurità e la fragilità del mondo, si sporca le mani, non guarda dall'alto, redime dal basso. Il dolore del mondo è assunto, salvato, redento.
Non è vero che vogliamo capire la ragione del dolore, ciò che vogliamo è non soffrire oppure, ed è ciò che Dio fa accadere, redimere questo dolore, dargli un peso, un'utilità.
Amico che soffri, amico travolto dalla tenebra, la tua tenebra è portata, accolta, salvata.
Egli è colui che dona lo Spirito in abbondanza; lo Spirito: dono del Risorto, colui che permette al discepolo di accorgersi di Dio, che lo mette in sintonia. Fede che non è sforzo ma scoperta, non conquista ma abbandono, lasciando che lo Spirito che dà vita ad ogni cosa ci apra – finalmente! – lo sguardo dentro. L'incontro con Dio non migliora né peggiora la mia vita, non mi mette al riparo da fatica e contraddizione, gli eventi tristi e allegri si alternano come nella vita di chiunque. Ma la presenza dello Spirito mi permette di vedere in maniera diversa, di cogliere il disegno, di percepire la tessitura nascosta. Il Signore dona lo Spirito senza lesinare, permette, ai discepoli che restano attenti e aperti alla Parola, di leggere la propria e l'altrui storia con uno sguardo nuovo.
Egli è, infine, il "figlio di Dio"; non un grande uomo, non un profeta, non un uomo di tenerezza e compassione, ma la presenza stessa di Dio. Non c'è mediazione su questo, non sofismi e ragionamenti: la comunità primitiva crede che Gesù di Nazareth, potente in parole ed opere, non sia solo ispirato da Dio, ma parli con le parole stesse di Dio poiché in lui abita la presenza stessa del Verbo di Dio.
Dio è accessibile, visibile, chiaro, manifesto, incontrabile, evidente; si racconta, si spiega, si dice, si rivela.
Lo accoglieremo? O continueremo ad accarezzare e celebrare un Dio più approssimativo e simile alle nostre segrete immagini di lui?
(Paolo Curtaz)
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