Un angelo del Signore
apparve in sogno a Giuseppe.
(Mt 2,19)
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| Guido Reni, San Giuseppe Ermitage San Pietro burgo |
Caro San Giuseppe, scusami se approfitto della tua ospitalità e, con una
audacia al limite della discrezione, mi fermo per una mezz’oretta nella tua
bottega di falegname per scambiare quattro chiacchiere con te. Tu continua pure
a piallare il tuo legno, mentre io, seduto su una panca, in mezzo ai trucioli
che profumano di resine, ti affido le mie confidenze… Mio caro San Giuseppe,
sono venuto qui per conoscerti meglio come sposo di Maria, come padre di Gesù e
come capo di una famiglia per la quale hai consacrato tutta la tua vita. E ti
dico che la formula di condivisione espressa da te come marito di una vergine,
la trama di gratuità realizzata come padre del Cristo e lo stile di servizio
messo in atto come responsabile della tua casa, mi hanno da sempre incuriosito,
e mi piacerebbe capire in che misura questi paradigmi comportamentali siano
trasferibili nella nostra “civiltà”.
Attraverso l’uscio socchiuso, scorgo di là Maria intenta a ricamare un
panno bellissimo, senza cuciture, tessuto tutto d’un pezzo da cima a fondo.
Probabilmente è la tunica di Gesù per quando sarà grande. Quando tuo figlio
indosserà quella tunica, lui, l’eterno, si sentirà le spalle amorosamente
protette dal fragile tempo di sua Madre.
Dimmi, Giuseppe, quand’è che hai conosciuto Maria? Forse un mattino di
primavera, mentre tornava dalla fontana del villaggio con l’anfora sul capo? O
forse un giorno di sabato, mentre con le fanciulle di Nazareth conversava in
disparte sotto l’arco della sinagoga? … Ti ha parlato di Jahvé. Di un angelo
del Signore. Di un mistero nascosto nei secoli e ora nascosto nel suo grembo.
Di un progetto più grande dell’universo e più alto del firmamento che vi
sovrastava. Fu allora che le dicesti tremando: «Per te, rinuncio volentieri ai
miei piani. Voglio condividere i tuoi, Maria. Purché mi faccia stare con te».
Lei ti rispose di sì, e tu le sfiorasti il grembo con una carezza: era la tua
prima benedizione sulla Chiesa nascente.
Hai avuto più coraggio tu a condividere il progetto di Maria, di quanto ne abbia
avuto lei a condividere il progetto del Signore. Lei ha puntato tutto
sull’onnipotenza del Creatore. Tu hai scommesso tutto sulla fragilità di una
creatura. Lei ha avuto più fede, ma tu hai avuto più speranza. La carità ha
fatto il resto, in te e in lei. Non hai chiesto nulla per te; non per orgoglio
ma per sovraccarico d’amore.
Ora Giuseppe... sta arrivando una donna dal forno. Ecco, ti ha portato del
pane, e la bottega si è subito riempita di fragranza... Si direbbe che il pane,
più che nutrire, è nato per essere condiviso. Con gli amici, con i poveri, con
i pellegrini, con gli ospiti di passaggio. Spezzato sulla tavola, cementa la
comunione dei commensali. Deposto nel fondo di una bisaccia, riconcilia il
viandante con la vita. Offerto in elemosina al mendico, gli regala
un’esperienza, sia pur fugace, di fraternità. Donato a chi bussa di notte nel
bisogno, oltre a quella dello stomaco, placa anche la fame dello spirito che è
fame di solidarietà. Un giorno anche tuo figlio lo spezzerà, prima di morire e
la speranza traboccherà sulla terra. Spezza anche per me un po’ di quel pane.
Dopo il pane, ecco ti portano il vino. Un giorno tuo figlio lo farà scorrere
sulle mense dei poveri e sceglierà il succo della vite come sacramento del
sabato eterno. Dammene un po’ e dammi anche un po’ d’acqua pura della fonte.
Quando tuo figlio la userà per lavare i piedi ai suoi amici, diverrà il simbolo
di un servizio d’amore, spiegazione segreta della condivisione, della gratuità,
della festa.
Caro San Giuseppe, il mio incontenibile bisogno di senso ha trovato rifugio
e risposte presso di te. Gli echi di questa ricerca di autenticità ancora si
diffondono nel nostro tempo. E – ne siamo certi – continuano a giungere fino a
te.
Tonino Bello, La carezza di Dio. Lettera a Giuseppe,
Edizioni La
Meridiana 1997

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