1 febbraio 2015 - Giornata per la vita



Chi tra voi ha seguito, anche semplicemente attraverso il racconto giornalistico, il viaggio di Papa Francesco nello Sri Lanka e nelle Filippine, ricorda come è stato dato rilievo a uno dei momenti tra i più emozionanti, quando una giovane ragazza ha raccontato la sua esperienza e poi, in lacrime, si è messa a chiedere perché i bambini devono soffrire. Il Papa ha detto che questa è una domanda che non ha una risposta e che l’unica risposta che possiamo offrire è il pianto, facendo riferimento anche al pianto di Gesù davanti al suo amico Lazzaro ormai nel sepolcro o alla compassione di Gesù verso quella famiglia dove una giovane ragazza di 12 anni era morta, oppure mentre a Naim vede quella vedova che accompagna al cimitero il suo unico figlio. Le lacrime hanno il compito di lavare gli occhi e di permetterci di vedere meglio.
Il Papa dice che quando uno sta bene, quando uno è nella sicurezza della vita non ha da piangere e non si accorgere del pianto di chi gli sta accanto, perché oggi c’è un pianto di coloro che sono costretti a lasciare la propria casa, costretti a motivo della guerra, a motivo della violenza; costretti a diventare profughi, rifugiati, clandestini… non per scelta, non per volontà. Oggi ci sono persone che piangono perché hanno perso un riferimento di lavoro e non sanno come fare per portare avanti la propria famiglia; oggi ci sono persone che piangono perché sono rimaste sole, perché nessuno si occupa realmente di loro. Il pianto è il modo attraverso cui noi partecipiamo al desiderio di Dio di non dimenticarsi di nessuno, alla sua volontà di far sentire a ciascuno la sua vicinanza. Maestro, maestro siamo perduti: Gesù a questo grido risponde placando il mare, che nell’antichità era considerato la sede del male, facendo tacere la tempesta e anche con questa domanda “Dov’è la tua fede? Dove hai posto la tua fiducia?”, perché se la poni nelle tue forze, nelle tue capacità, in quello che riesci a realizzare ti trovi ad un certo punto in cui queste non sono più sufficienti. Noi sappiamo bene che l’unica possibilità che abbiamo di stare nel momento del dolore, della sofferenza e del pianto sta anche nel fare memoria di quei momenti invece lieti che abbiamo vissuto. Così Gesù nel Getsemani, poco prima di essere consegnato alla morte, si trova in una situazione di grande smarrimento “La mia anima è triste fino alla morte. Rimanete qui, vegliate con me, non lasciatemi solo”, ma poi proprio in quel momento decide di affidarsi a quel Padre che durante tutta la sua vita ha riconosciuto come Colui che gli è stato accanto.
Noi siamo chiamati ogni giorno alla preghiera, a celebrare l’Eucaristia, a vivere i Sacramenti proprio per alimentare in noi la consapevolezza di un Dio che mi è vicino; perché se attendo il momento della fatica di vivere, della sofferenza del lutto mi smarrisco perché non ho più nulla a cui aggrapparmi.
Chi di noi ha vissuto un’esperienza di malattia se ne rende conto: se in quel momento non ho un riferimento felice a un’esperienza che non sia solo quello della speranza della guarigione, il rischio è che quella malattia io la subisca così tanto da lasciarmi dentro una ferita ancora più grave del male fisico.

Oggi, allora, noi cerchiamo di guardare al mistero della vita in tutta la sua interezza e in questo giorno, in cui siamo chiamati a manifestare la nostra volontà di difendere la vita, vogliamo fare nostro quanto i nostri Vescovi hanno scritto a proposito di questa giornata che hanno denominato “Solidali per la vita”: non si tratta unicamente di denunciare quanto ormai sappiamo è prassi da molti anni anche nel nostro paese e, diffusamente, in tutto il mondo. Così ogni anno nel nostro paese più di centomila bambini non vedono la lue, non nascono perché impediti attraverso l’aborto. Questo non è solo un dato che afferma il diritto di poter disporre di ciò che per alcuni non è neppure vita, ma si tratta anche di riflettere su cosa significhi una società, una realtà di convivenza dove ad essere rifiutati sono i bambini e, di conseguenza, gli anziani che non producono più, non sono più utili a creare il benessere, interesse. Così, uccidendo i bambini e avendo poca cura degli anziani, togliamo il futuro e la memoria di guardare al passato con sapienza, con intelligenza. Non si tratta solo di denunciare questa realtà che ci sembra veramente una contraddizione, in un tempo in cui puntiamo alla massima efficienza, alla cura esasperata di ogni malattia, al tentativo di essere sempre perfetti. Eppure ci dimentichiamo del nostro futuro e non abbiamo cura di coloro che ci permettono sempre di rileggere la nostra esperienza come esperienza benedetta. Allora si tratta non solo di denunciare, di dire ad alta voce che questo modo di gestire le cose è non solo contro il Vangelo, ma contro l’umanità stessa, contro questa società civile. Si tratta di muoverci e di promuovere la vita; le forme sono certo quelle del sostegno a tutte le associazioni che difendono la vita dei bambini e si prendono cura di coloro che, attraversando i periodi della vita, hanno esigenze sempre nuove. Questo è un aiuto concreto. Ma c’è anche una cultura che va a promuovere l’adozione, l’affido, il prendersi a cuore una famiglia che è in difficoltà; una cultura che promuove l’accoglienza di un altro nella mia famiglia, che dica chiaramente la mia disponibilità a considerare ogni essere vivente come degno di essere amato, a considerare che ogni persona porta dentro di sé l’impronta di quel Dio che noi celebriamo nell’Eucaristia. Una cultura di questo tipo può dare fiducia e speranza al nostro paese e all’umanità intera. Allora ciascuno di noi oggi si misuri con quelle che sono le sue reali possibilità di fare in modo che l’esperienza della vita sia custodita. A volte basta una piccola attenzione nei confronti di un vicino, di una vicina che attende la nascita di un figlio, allora basta essere premurosi nei suoi confronti; è la cura di una persona anziana che vado a visitare, anche se non sono legata da un rapporto di parentela o di amicizia; è il cercare di rompere quella indifferenza che il Papa ci continua a indicare come il grande male del nostro esistere quotidiano, che ci chiede di farci carico di qualcuno che all’interno della Comunità, in questo momento, vive in modo più grande la fatica per la perdita del lavoro, per una malattia che ha chiesto molte risorse in denaro, molto tempo. Bisogna guardarci attorno e non essere indifferenti. Solidale vuol dire “stare con chi è solo”: allora proviamo a guardare a questa giornata con la disponibilità di metterci noi per primi a servizio, partendo da chi è nella nostra casa, da chi è vicino a noi, per poi allargare lo sguardo sulla realtà che ci circonda per essere noi per primi coloro che non si limitano a denunciare, a manifestare, ma che agiscono, che mostrano che la Provvidenza di Dio oggi può avere il nostro volto, oggi può avere il nostro cuore.

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